Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

Il regime dei proci Vincenza Consolo Quale romanzo oggi è vitale? Dove? Proprio per la proliferazione dei mezzi audiovisivi, c'è, da una parte, l'uniformazione del romanzo alle narrazioni mass-mediali. Uniformazione nei contenuti e soprattutto nel linguaggio. Si è sostituita una pseudoletteratura con la vera letteratura. E il potere, il potere delle merci, questa pseudo letteratura vuole e impone, questa crea l'autore, innocente o furbastro, questa produce l'industria culturale, questa reclama e consuma gioiosamente il lettore. Dall'altra parte, c'è una produzione letteraria di lusso, da boutique, quella che, si lascia intendere, Lui, e con Lui la corte, adora fino al delirio, che la Sua industria si compiace di produrre per l'élite, per l' aristocrazia dello spirito, al di sopra della massa, al di fuori, si lascia intendere, della bieca e volgare legge del profitto: ed è questa allora una letteratura elusiva ed esornativa, revanscista, fatta di neo-rondismi, di epigoni proustiani, conradiani o jamesiani, fatta di metafisiche d'accatto, di ii esulcerati e inconsolabili, di mitografie, di esotismi da dépliants di agenzie di viaggi letterari. Non vedo perché il romanzo, la letteratura, debba avere una sorte diversa, in Italia, in Europa, nella nostra fottutissima civiltà occidentale, da quella della religione, della politica, della scienza, della economia ... Tutto nel nostro contesto, con l'esplosione e la reazione a catena dei media, con l'uso politico della tecnica, vale a dire col fascismo della tecnologia, tutto, o quasi, ha perso necessità e verità, tutto, o quasi, è diventato pseudo, è diventato esteriorità, immagine, menzogna, impostura. Cosa è successo? È successo che il più "politico" e quindi il più eversivo dei generi letterari, il romanzo, è stato disinnescato, ridotto a povera merce di consumo, a ornamento di plastica, a trastullo dei salotti. Perché è successo? Per tentare di spiegarlo devo partire da lontano. Dal più antico e più grande romanzo della nostra civiltà: dall'Odissea. Si svolge, il poema di Omero, con l'impiego di due persone: la terza e la prima persona. La parte iniziale, la cosiddetta Telemachia, e la parte finale, il ritorno dell'eroe in patria e la sua vittoria sui nemici, sono narrati in terza persona; la parte centrale, l'odissea vera e propria, dalla partenza dell'eroe da Ilio fino al suo approdo a Scheria, alla terra dei Feaci, è narrata in prima persona. Il passaggio dalla terza alla prima persona avviene nella reggia (libro IX), quando Alcinoo invita l'ignoto naufrago a dire chi è e da dove viene. "Io sono il figlio di Laerte, Ulisse ... Abito nella chiara Itaca" dice. E da qui incomincia un lungo, infinito flashback, il racconto delle disavventure in mare del protagonista o io narrante, che va incontro a tutte le insidie, gli incantesimi, le perdite, gli oblii, agli scontri con i mostri: i Lestrigoni, i Cicloni, Scilla e Cariddi ... Ed è, si capisce, questo in prima persona, un racconto mitologico, fantastico, onirico, psicologico, un racconto scaturito dai sensi di colpa, dai rimorsi di Ulisse: il più consapevole, il più umano e quindi il più colpevole degli eroi greci, quello che ha inventato l'arma sleale e dirompente che ha seminato morte e distruzione.L'Odissea quindi è il romanzo del rimorso e dell'espiazione, della catarsi. L'altra parte in terza persona è, nella Telemachia, il romanzo dell'iniziazione, della formazione, SAGGI/CONSOLO, LA CAPRIA della maturazione; nel resto, nel ritorno dell'eroe a Itaca nella vittoria contro il potere degli usurpatori, nella riconquista del suo ruolo sociale, è un romanzo oggettivo, storico: critico, vale a dire, oppositivo. Cos'è successo ora nella nostra epoca? È successo che gli omerici incantesimi, i sonni della ragione, i mostri creati dalle paure e dai rimorsi, così come avevano profetizzato all'inizio di questo secolo Kafka, Joyce, Musil, Mann e Pirandello, non appartengono più al fantastico, al sogno, ma, emergendo dagli abissi del mare o del subconscio, sono diventati reali, oggettivi, storici. Dopo Auschwitz e Hiroshima, dopo i gulag e le siberie, dopo il Vietnam e Sarajevo, dopo la morte di Dio e degli dèi, come è possibile che il romanzo scriva ancora di assoluti, scriva in prima persona, scriva di miti, di sogni, di eden perduti o degli inverni dei nostri scontenti? Credo che il romanzo, quello che abbiamo inteso fin qui per romanzo, sia in crisi perché non riesce più ad affrontare i mostri della storia (spiazzato com'è dall' informazione e dall'accelerazione, dalle narrazioni mass-mediali), non riesce più a far tornare l'eroe a Itaca. Credo sia in crisi perché in modo diretto o indiretto, consapevole o inconsapevole, è ridotto ad elogiare il trionfante regime dei Proci. La globalità non esiste più Raffaele La, Capria 1. La fortuna della narrativa romanzesca nasce dalla stessa nostra storia. Il narrare è un atto molto antico, radicato nella natura umana. Lo esercitiamo continuamente. Lo ripetiamo anche se non ce ne accorgiamo, quando attraverso le parole vogliamo far rivivere un episodio che abbiamo vissuto o che conosciamo. È questo "ricostruire" con voci nuove che sta alla base del romanzo, ricostruire fatti reali o prodotti della nostra immaginazione, con una libertà di invenzione e di interpretazione in chi narra e in chi ascolta o legge che gli altri media non lasciano, non il cinema, non la televisione, che si servono d'altri mezzi per fissare una scena, un oggetto, un personaggio. In un film una sedia è quella sedia e basta. Basta una inquadratura per definirla. È per lo più difficile sfuggire aquella concretissima evidenza. Nella pagina scritta di un romanzo la descrizione più accurata non esclude le aggiunte e i mutamenti dettati dalla nostra fantasia e dalla nostra disposizione d'animo. Ogni costruzione è messa alla prova e può condurci per strade differenti. 2. La domanda mi sembra tendenziosa, come se presupponesse una risposta negativa. Ma non vi è obbligo per il romanzo che vi sia questa corrispondenza. La Storia e la storia letteraria se ne vanno per strade diverse, ciascuna a suo modo, la prima è fatta di eventi, la seconda riflette e richiama la nostra attenzione sui sentimenti e sulle passioni di un'epoca, di un'epoca pretende di descrivere l'anima, non si ferma alla superficie della cronaca. A raccontare i fatti del presente pensano i giornali e la televisione. Che lo faccia anche il romanzo è casuale e certamente non determinante. Tolstoj scriveva di vicende accadute un secolo prima, ma parlava all'umanità dei suoi giorni e continua a parlare persino a quella dei giorni 55

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