Portogallo. Foto di Olives Harvest (Near Evoro/G. Neri). quelli che ho letto fino ad ora, ciò che penso sia, caso per caso e qualunque siano le tecniche impiegate, il pensiero dell'Autore, esclusivamente suo (nei limiti del possibile) o deliberatamente preso in prestito a seconda dèlle esigenze della narrazione. E mi chiedo anche se la rassegnazione o l'indifferenza, con la quale gli autori di oggi paiono accettare l'usurpazione della materia, delle situazioni e dello spazio narrativo, che prima gli toccavano in modo personale e inalienabile, non sarà, alla fine, l'espressione più o meno cosciente di un certo grado di abdicazione, non solo letteraria, delle proprie responsabilità. Ebbene, che facciamo noi che scriviamo? Raccontiamo storie. Le raccontano i romanzieri, i drammaturghi, i poeti e anche coloro che non sono e non saranno mai poeti, drammaturghi o romanzieri. Il semplice fatto di pensare e parlare quotidianamente è già una storia. Le parole che si dicono, o che si pensano, da che uno si sveglia al mattino fino a che si addormenta di notte, ed anche le parole che esistono mentre si sogna, e le parole che provano a descrivere ciò che si sogna, tutto ciò costituisce una storia dotata di una sua intrinseca coerenza, continua o frammentaria, e, come tale, in qualsiasi momento può essere organizzata e articolata, per dare origine a una storia scritta. Tutto ciò che viene scritto da uno scrittore, dalla prima lettera, dalla prima parola, obbedisce ad una intenzione, a volte chiara, a volte nascosta, ad ogni modo abbastanza ovvia e visibile, poiché è obbligato a offrire al lettore, a poco a poco, qualcosa di simile a una chiave cognitiva comune, diretta a qualcosa che, nonostante debba sembrare nuovo, differente, originale, è, dopo tutto, conosciuto, per la semplice ragione che è riconoscibile. Lo scrittore di storie, tanto che esse siano dichiarate tali o più o meno mascherate, è un mistificatore. Racconta storie e sa che non sono altro che parole sospese lungo ciò che io chiamerei l'instabile equilibrio della finzione, parole fragili, spaventate dall'attrazione del senza senso che costantemente le spinge avanti, organizzate o sciolte, rispetto a ciò che costituirà sempre una minaccia, il caos dei codici di cui sembra perdersi in ogni momento la chiave. Tuttavia, non possiamo dimenticare che, così come non esistono le verità SAGGI/SARAMAGO assolute, non esistono neppure le falsità assolute. Ogni verità contiene in sé, inevitabilmente, una parte di falsità, in ultima analisi dovuta all'insufficienza espressiva delle parole, ma è anche vero che non esiste una falsità talmente radicale che non contenga anche, indipendentemente dalla volontà del falsario e del mistificatore, una parte di verità. E così tutte le storie sono costruite attraverso mistificazioni della verità e verità della mistificazione.Tuttavia, secondo me, e a prescindere dalla storia che il testo presenta come evidenza materiale, il Lettore dovrebbe dedicare più attenzione all'altra storia, cioè quella che la narrativa non propone in modo esplicito. Di fatto, un libro non è solamente costituito da personaggi, conflitti; situazioni, incidenti, peripezie, sorprese, effetti di stile, esercizi spettacolari di tecnica narrativa; prima di tutto un libro è l'espressione di una parte ben identificabile dell'umanità, il suo Autore. Detto questo, non voglio suggerire che il Lettore debba dedicarsi, durante la lettura dell'opera, a un lavoro da detective o da antropologo, cercando piste o rovistando fino a sorprendere, di volta in volta come un colpevole, una vittima o un fossile, l'Autore. Al contrario è l'Autore ad essere presente nel libro, l'Autore è il Libro, anche quando il libro non arriva ad essere tutto l'Autore. Se l'unico obiettivo di Flaubert, dichiarando che Madame Bovary era lui, fosse stato scandalizzare la società francese, ritengo che disse meno di quel che avrebbe dovuto. Avrebbe mancato di rispetto alla verità, non per eccesso ma per difetto poiché Flaubert fu anche il marito, gli amanti, i domestici di Emma Bovary, fu la casa e la strada, la città, e tutte quelle persone, di ogni condizione sociale, con ogni possibile fisionomia che in lei vivevano, poiché l'immagine e la comprensione di tutte quelle cose furono vissute integralmente da un solo uomo, Gustave Flaubert, l'Autore. Al tempo stesso (ma sarà necessario ripeterlo?), Emma Bovary è indubbiamente Gustave Flaubert, per la semplicissima ragione che, senza di lui, Emma Bovary non sarebbe nessuno. Concludendo, ciò che l'Autore racconta nei suoi libri è semplicemente la sua storia personale. Non il racconto della sua vita, non la sua biografia, molte volte anodina, molte volte senza interesse, ma una storia ''altra", la storia profonda, contraddittoria, labirintica, che non si azzarderebbe a raccontare con il suo nome. Forse perché ciò che di grande può esistere in ogni essere umano è talmente grande da non poter essere racchiuso nelle parole con le quali ci si definisce e nelle successive immagini di sé che si muovono in un passato che non è solo suo e per questo motivo continuerà a sfuggirgli ogni qualvolta tenterà di isolarlo. Forse anche perché quelle sfaccettature, che normalmente rivelano le nostre caratteristiche meschine, sono così comuni e quotidiane che nulla di nuovo rivelerebbero a quell'essere "altro", talvolta grande e talvolta piccolo, che è il Lettore. Dunque può essere che siano queste alcune delle ragioni che inducono determinati scrittori, nel cui novero credo di dovermi includere, a privilegiare, nelle storie che raccontano, non la storia di quello che hanno vissuto o hanno visto vivere, ma la storia della propria memoria. Pensandoci bene, altro non sono che la mia memoria e questa è la storia che racconto. Onniscientemente. Quanto al Narratore, che altra cosa potrebbe mai essere se non un personaggio ulteriore di una storia che non è la sua? 53
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