SAGGI/VAZQUE:Z MONTALBAN del substrato, di ciò che è stata la storia particolare di ogni popolo, e la pressione che storia ed estetica mantengono costantemente, sebbene ciò non sia evidente e a volte ci si rifiuti di accettare questa relazione di mutua pressione, sia da parte del potere politico che da parte di scrittori e artisti in generale. Ècurioso che, come ho letto sui giornali, uno scrittore ungherese abbia raccontato che agli scrittori ungheresi fu chiesto, il giorno dopo la caduta del muro di Berlino, di tirar fuori le opere geniali che tenevano nel cassetto; anche in Spagna ci fu chiesto il 21 novembre, il giorno dopo la morte di Franco, di tirar fuori le opere geniali che avevamo scritto e che non avevamo potuto pubblicare sotto la dittatura. Evidentemente non ne avevamo scritte ... e inoltre dobbiamo tenere in considerazione che, se in Spagna esaminassimo il rapporto esistente tra splendore letterario e libertà sociale e storica, la letteratura spagnola non esisterebbe, perché i periodi di libertà e di stabile democrazia sociale sono state eccezioni e invece la dittatura è stata la regola nel corso di tutta la nostra storia. Insieme a questo quadro, che generalizza le somiglianze tra le varie società letterarie (preferisco parlare di società letterarie più che di letterature nazionali), constato che, proprio per il fallimento dell'ottimismo storico e dell'idea di progresso (non solamente applicato agli indici materiali, ma anche al fallimento di un'idea di progresso costante dello spirito, della sua crescita continua), riappaiono tendenze di ristoricizzazione all'interno del rifiuto, della quasi ripugnanza, che le posizioni postmoderne hanno provato per l'elemento storico del tempo reale e sociale come materia per l'esercizio letterario. Si nota un certo ritorno ad apprezzarne la necessità o almeno a permettersi la libertà di recuperare questo materiale come possibile, per prenderlo in considerazione nel momento in cui lo si formalizza e gli si dà l'intenzionalità finale dell'unità letteraria. Nella seconda parte del mio intervento voglio discutere l'europeità come argomento relativo al romanzo. L'Europa ha un grave problema d'identità; infatti credo che pochissime persone sappiano cosa sia esattamente l'Europa. lo non ne conosco nessuna. Uno dei principali inconvenienti che si incomincia a valutare, soprattutto nel momento in cui l'Europa smette di essere una semplice riunione di commercianti, di stati commerciali e di multinazionali, è quello per cui quando si passa a forme unitarie che vanno più in là e che generano pertanto compromessi di identità superiore, non esiste una coscienza comune di ciò che è l'Europa, artcor meno a livello popolare. Gli eurocrati, coloro che vivono l'Europa in funzione del loro lavoro, senza dubbio hanno questa visione per necessità propria, in gran parte condizionata dal loro stesso interesse materiale od' incarico. Alcuni di noi intellettuali che riteniamo che l'Europa sia un passo avanti, soprattutto considerando che conserva riposta ancora nel guardaroba una carica di conoscenza critica e di capacità di distanziarsi da tale alienazione, derivata dalla sua cultura critica, che le consentirebbe di giocare un ruolo diverso nelle relazioni Nord-Sud, possono anche credere a questa Europa. Ma, evidentemente, nel campo del sapere europeo convenzionale l'idea di Europa quasi non esiste e continua ad essere dominata, secondo me, da tutti i pregiudizi della memoria collettiva e di tipo nazionale. È tuttavia nel campo della letteratura che l'Europa ha potuto meglio difendersi dalla colonizzazione di carattere culturale. È 50 Foto di Giovanni Giovonnetli. anche certo che insieme alle influenze straordinarie e molto positive di altre culture straniere abbiamo sofferto la pressione coloniale della letteratura nordamericana, assieme a esempi straordinari e inevitabili che ci hanno fatti diventare quelli che siamo; a nessuno sfugge che se un giorno ad un qualsiasi astuto scrittore nordamericano capitasse di pubblicare una guida telefonica di Boston commentatà, immediatamente prospererebbe per tutti noi la necessità di valutare il realismo telefonico, imponendosi come norma e punto di riferimento culturale per quel che dovremmo fare. L'Europa però è rifornita piuttosto bene, almeno in questo campo: persino assimilando tutto ciò che le ha mostrato la cultura letteraria nordamericana, soprattutto nei primi cinquanta o sessanta anni di questo secolo, ha la capacità di mantenere precise ragioni d'identità. Ma può il romanzo aiutare a formare una coscienza europeista? Nello stesso modo in cui è impossibile che uno scrittore scriva con la sua teoria letteraria di fianco (la teoria letteraria ce l'ha dentro, non è vero?), non possiamo mettere la coscienza d'europeismo sul tavolo e dire: "Bene! scriverò un romanzo con coscienza
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