possono ridurre i danni provocati dagli effetti della competizione tra interessi e valori contrapposti. Occorrono, perciò, nuove regole e, insieme, nuovi spazi e nuove forme della politica. Nuove regole, non soltanto e non principalmente nel senso di riforme elettorali e istituzionali (strumenti, mezzi, procedure): bensì nuove regole come forme originali dell'azione pubblica, a partire dal confronto tra concezioni non particolaristiche della società. Con la consapevolezza che il riconoscimento della complessità delle strutture sociali contemporanee deve condurre al confronto razionale tra progetti; dunque, tutt'altro che relativismo di scelte e di valori (che finirebbero per trovare esclusivamente nell'esercizio della forza il termine di giudizio). Forme e luoghi nuovi, nei quali costituire punti di riferimento per l'elaborazione di tali progetti, e per il loro confronto, si cominciano, sia pure con fatica, a vedere. Del resto, non nascono oggi, ma sono il frutto di un lungo lavorio, in corso da qualche decennio: movimenti che - nonostante il contraddittorio riferirsi ora all'egoismo, ora alla solidarietà - finiscono con l'intersecare la politica e giungono a interferire con essa. Movimenti che sono la politica: senza che ciò comporti, in alcun modo, l'esaurirsi in essa. A,punti dal Palazzo · sulla 11 rivoluzione di centro" Gianfranco Bettin Anno terribile o anno mirabile, questo appena trascorso, per la politica italiana? Visto da dentro, dal Palazzo che ospita almeno formalmente il cuore pulsante e i cervelli pensanti(?) della politica italiana, è stato certo un anno straordinario, imprevedibile. La "rivoluzione di centro", come l'ha chiamata giustamente (almeno in un certo senso, che si vedr:à)Luigi Bobbio sull'ultimo numero di "Linea d'ombra", ha sottoposto le giornate del Parlamento alle sferzate di un vento così turbinoso e incalzante da non lasciar quasi tregua alla vita prima sicura, autoreferenziale e autocentrata com' era, del ceto politico. Risfogliando oggi una specie di diario che ho tenuto più o meno costantemente da quando sono entrato alla Camera come deputato dopo le elezioni del 5 e 6 aprile del '92, ripercorro momenti e ritrovo personaggi che sembrano ormai lontanissimi nel tempo, segno inequivocabile che molto è cambiato, che il presente si stacca drasticamente da ciò che, appena ieri, sembrava quasi eterno, insuperabile. Rileggendo gli appunti, stesi a volte direttamente sui banchi di Montecitorio, che riguardano ad esempio le ILCONTESTO settimane in cui la Camera e il Senato in seduta congiunta cercavano di eleggere il successore di Cossiga alla Presidenza della Repubblica, insieme a inevitabili annotazioni da neofita incuriosito compaiono personaggi impregnati di arroganza e sprizzanti sicurezza, ancora dopo quel semi-terremoto elettorale: i Cirino Pomicino, i Pillitteri, gli Sbardella, i La Ganga, i De Lorenzo (fresco trionfatore a Napoli insieme ali' altro ras locale, il socialista Di Donato). Pernon dire, ovviamente, di Forlani, Andreotti o Craxi. Quest'ultimo, allora, in corsa proprio per la Presidenza della Repubblica o, a scelta, del Consiglio (e, a sua scelta, questa sembrava in quei giorni l'opzione prediletta). Nessuno di questi conserva oggi un ruolo di primo piano. Per giungere alla situazione attuale è stata necessaria proprio quella "rivoluzione di centro" cui si riferisce Luigi Bobbio e che, nella vita del Parlamento, è scandita da giorni di attesa, di colpi di scena, di rabbie, di angosce, di entusiasmi, di intrighi. Nel taccuino trovo registrato un incontro affettuosissimo tra Tognoli e Cossiga, in mezzo ai quali capito per sbaglio, tra le tende all'ingresso dell'aula di Montecitorio. Si sta votando per il nuovo Presidente, è ancora in ballo Forlani - eventuale pietra tombale del pentapartito sulla spinta al nuovo del voto d'aprile. Ed è ancora aperta lapartita di Craxi per Palazzo Chigi. Ma aMilano l'operazione "Mani Pulite" comincia ad andare oltre l'ingegner Mario Chiesa e le tensioni a Palazzo si moltiplicano. Sento Tognoli che dice a Cossiga: "Grazie, Presidente. Grazie, per quello che sta facendo per noi di Milano". E Cossiga, tenendogli le mani, nella penombra delle tende pesanti: "Non preoccuparti, non preoccuparti. Vedrai che tutto va a posto". Il clima generale, però, sta volgendo in fretta verso la tempesta. In una pausa delle votazioni per il Presidente volo a Milano, al concerto degli U2. Il palazzetto dello sport è stipatissimo di migliaia di giovani.C'è uno striscione: "Bono for President" e uno slogan ritmato spessissimo, con migliaia e migliaia di teste saltellanti: "Chi non salta è socialista-è-è". È il 21 maggio. Due giorni dopo, la strage di Capaci. Quattro giorni dopo, l'elezione di Scalfaro, il giorno stesso dei funerali di Falcone e della sua scorta. ("Palermo è avvolta in nubi gonfie di rabbia, di odio, di pioggia che non si libera e non ripulisce la terra. Punta Raisi brulica di uomini armati, di auto blu, di sirene. Le strade sono bloccate, è impossibile raggiungere la piazza e la chiesa dove si celebrano i funerali di Falcone, della moglie e degli agenti di scorta. Ma le nubi vagano ovunque. Col loro carico di rancori e disperazioni oscurano il cielo, gli olivi saraceni, le buganvillee che sfioriscono. L'odore aspro dell'odio divora il profumo delle zagare, del mare, impregna A sinistra: Segni, Occhetto e Ayala dopo il Referendumdi aprile, foto di De Pasquale/Carino !agenzia Contrasto); sotto: Formentinidurante la campagna elettorale a Milano, loto di Cerchiali !agenzia G. Neri) 3
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