Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

SAGGI/MARiAS ... il regno di quello che avrebbe potuto essere e non è mai stato, il territorio di ciò che è ancora possibile, di ciò che sarà sempre sul punto di compiersi, di ciò che non è ancora scartato per essere già successo o perché si sa che non succederà mai ... opere sarà imperitura. Come potrebbero mai essere imperiture se la maggior parte nasce già defunta o con la stessa prospettiva di vita di un insetto? Sulla durata dunque non si può fare affidamento. Sesto. Scrivere romanzi non lusinga la vanità, nemmeno per un momento. A differenza del regista cinematografico o del pittore o del musicista, che possono osservare la reazione di alcuni spettatori di fronte alle loro opere e sentirne gli applausi, lo scrittore non vede i suoi lettori mentre legg~mo il suo libro né assiste alla loro approvazione, emozione o compiacimento. Se ha la fortuna di vendere molte copie, forse potrà consolarsi con un numero, impersonale e astratto come tutti i numeri, per alto che sia, e inoltre dovrà sapere che condivide questo tipo di cifra e consolazione coi seguenti autori: cuochi celebri che divulgano le loro ricette, biografi scandalistici di personalità regali con la testa vuota, futurologi con catene, collane e persino il mantello o il caffettano, maldicenti figlie di attrici, zotici damerini che danno lezioni di buone maniere e altri pennaioli della stessa risma. Quanto poi al possibile elogio da parte della critica, è molto difficile che lo riceva; se lo riceve è molto probabile che glielo concedano graziandolo, ma con svariati ammonimenti per la prossima occasione; altrimenti è possibile che ritenga che il suo libro è piaciuto per ragioni sbagliate; e se non succede niente di tutto questo e l'elogio è aperto, generoso e intelligente, la cosa più probabile è che se ne accorgano quattro gatti, il che, proprio la volta in cui si sono presentate tutte le circostanze favorevoli, risulterà essere la più grande e avvilente sfortuna. Settimo. Riunisco qui tutte quelle ragioni, tanto inveterate da risultare noiose, come la solitudine nella quale lavora il romanziere, le sofferenze del suo scontro con le parole e soprattutto con la sintassi, l'angoscia davanti al foglio bianco, il suo crudo rapporto con verità assolute che scelgono lui e soltanto lui per manifestarsi, il suo ambiguo rapporto con la realtà che lo può portare a confondere la verità con la menzogna, la lotta titanica coi suoi personaggi che a volte acquistano vita propria fino a sfuggirgli (è necessario essere pusillanimi), l'alcool che beve, quanto deve essere speciale o addirittura anormale per vivere da artista e altre banalità che, per troppo tempo, hanno sedotto anime candide facendo loro credere che nell'alquanto modesta e piacevole arte di inventare e raccontare storie ci fossero molta passione, molto tormento e md!to romanticismo. E tutto questo mi porta all'unico motivo che vedo per scrivere romanzi, poca cosa in confronto ai precedenti sette e, senza dubbio, in contraddizione con alcuni di essi: Primo e ultimo. Scriverli permette al romanziere di vivere buona parte del suo tempo immerso nella finzione, che è certamente l'unico luogo sopportabile, o quello che lo è maggiormente. Questo vuol dire che gli è permesso vivere nel regno di quello che avrebbe potuto essere e non è mai stato, vale a dire nel territorio di ciò che è ancora possibile, di ciò che sarà sempre sul punto di compiersi, di ciò che non è ancora scartato per essere già successo o perché si sa che non succederà mai. Il romanziere realista, o così definito, quello che mentre scrive resta immerso e continua a vivere nel territorio di ciò che è e succede, ha confuso la propria attività con quella del cronista o del reporter o del documentarista. Il vero romanziere non rispecchia la realtà ma piuttosto l'irrealtà, intendendo con questo termine non l'inverosimile o il fantastico, ma semplicemente quello che sarebbe potuto accadere e non è accaduto, il contrario dei fatti, gli avvenimenti, i dati, gli eventi, il contrario di "quello che succede". Ciò che è soltanto possibile continua a essere possibile, eternamente possibile, in qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo e per questo si possono ancora leggere il Don Chisciotte o Madame Bovary, si può vivere per un po' in loro compagnia, dandogli credito, cioè non ritenendoli impossibili né già accaduti o, che poi è la stessa cosa, risaputi. La Spagna del Seicento che conosciamo e che oggi conta per noi è quella di Cervantes e non un'altra, quella di un libro irreale a proposito di libri irreali e di un anacronistico cavaliere errante uscito da quelli, non da ciò che era o fu la realtà: la cosiddetta Spagna del Seicento non esiste, anche se si deve supporre che ci fu; così come non esiste né conta nessun'altra Francia del Novecento a parte quella che Proust decise di includere nella sua opera di finzione, l'unica che oggi conosciamo. Prima ho detto che la finzione è il luogo più sopportabile. Lo è perché offre svago e consolazione a chi lo frequenta, ma anche per qualcosa di più e cioè perché, oltre a essere finzione presente, è anche il possibile futuro della realtà. E questo, pur non avendo niente a che vedere con l'immortalità personale, significa che per ogni romanziere esiste una possibilità, infinitesimale ma pur sempre una possibilità, che ciò che scrive stia configurando e sia quel futuro che lui non potrà mai vedere. NARRATORI GIUNTI In c<Sllana: JORGE La costa dei sussurri, NIEL"SEN L'angelo calciatore, VI MUNVOL // nostro eroe decaduto, CRACE Settimo continente, DURRELL La grotta di Prospero, KIRSCH Arlecchina e altre storie, LOSCHUTZ Fuga, SERENI Il gioco dei Regni, BLANC L'impero del sonno, PACHECO Le battaglie nel deserto, VI KVUNVONG L'altra faccia di un ricordo oscuro, PONIATOWSKA Fino al giorno del GiudizÌo, DURRELL Riflessi di una Venere marina THERIAULT L'ombra del lupo. Agaguk GIUNTI ]:k; 47

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