SAGGI/MARIAS Immerso nella finzione Javier Marfas traduzione di Simona Geroldi e Silvia Maccarini Javier Marfas (Madrid 1951) esordì giovanissimo con una sorta di romanzo pop sperimentale, Los dominios del lobo (1971), cui sono segui ti vari altri, di crescente tenuta, fino ai recenti e maturi Todas las almas (1989) e Coraz6n tan bianco (1992). I suoi racconti son riuniti nel volume Mientras ellas duermen (1990). La sua scrittura equilibrata e riflessiva si distingue per eleganza formale e scavo introspettivo capace di spingersi fino ai territori più misteriosi dell'anima. Mi vengono in mente i seguenti motivi per non scrivere romanzi al giorno d'oggi: Primo. Ce ne sono troppi e troppa gente ne scrive. Non solo quelli del passato continuano a esistere e a chiedere di essere letti in eterno, ma ogni anno ne escono migliaia, nuovi di zecca, sui cataloghi delle case editrici e nelle librerie di tutto il mondo; e molte altre migliaia ancora sono scartate dai cataloghi degli editori e non arrivano nelle librerie, ma non per questo non esistono. Si tratta, dunque, di un'attività volgare, in linea di principio alla portata di chiunque abbia imparato a scrivere a scuola, per la quale non sono richiesti studi superiori né alcuna specializzazione. Secondo. Scriverli non è un merito. Prova ne è che si tratta di un genere praticato più o meno occasionalmente da ogni specie di individuo, a prescindere dalla sua professione, e che quindi deve essere facile e privo di misteri. Non si spiegherebbe altrimenti come lo possano coltivare i poeti, i filosofi e i drammaturghi; i sociologi, i linguisti e i giornalisti; i politici, i cantanti, le presentatrici televisive e gli allenatori di calcio; gli ingegneri, i maestri di scuola, i dirigenti e gli attori del cinema; i critici, gli aristocratici, i preti e le casalinghe; gli psichiatri, i professori universitari, i militari e i pastori di capre. Quindi questo fa pensare che, tralasciando la sua facilità e mancanza di meriti, il romanzo deve pur promettere qualcosa, oppure dare lustro. Ma che razza di lustro può mai essere questo che è alla portata di tutte le professioni, indipendentemente dalla propria formazione, prestigio e potere d'acquisto? Che cos'è che realmente dà? Terza. Il romanzo non porta soldi, o meglio, solo uno su cento tra quelli pubblicati - per azzardare una percentuale ottimistica - ne farà guadagnare un bel po' al suo autore. Nel migliore dei casi sono cifre che non cambiano la vita a nessuno, cioè non bastano per ritirarsi dal lavoro; inoltre un romanzo di estensione normale e che sia minimamente leggibile richiede mesi, a volte anni di lavoro. Investire tutto questo tempo in un'attività che ha l'uno per cento di possibilità di risultare proficua è un'assurdità, soprattutto se si tiene conto che, di norma, nessuno al giorno d'oggi - nemmeno gli aristocratici o le casalinghe - ha a disposizione tutto questo tempo. (Il marchese de Sade e Jane Austen ne avevano, i loro corrispettivi di oggi non ne hanno e, qòel che è peggio, nemmeno gli aristocratici e le casalinghe che non scrivono ma leggono hanno il tempo di leggere quello che scrivono i loro colleghi scrittori). Quarto. Il romanzo non dà fama o, se ne dà, è poca cosa e la 46 Foto di BassoCannarsa (agenzia G. Neri). si può ottenere per vie più rapide e meno laboriose. Oggigiorno la vera fama, come tutti sanno, è data dalla televisione, dove è sempre più raro che appaia un romanziere, a meno che lo faccia non in virtù dell'interesse o del valore delle sue opere, ma in qualità di provetto imbecille o di pagliaccio, insieme ad altri buffoni provenienti da altri campi, artistici o no, il che è un particolare irrilevante. I romanzi di questo scrittore veramente famoso- una celebrità televisiva-saranno solo l'imbarazzante pretesto iniziale e subito dimenticato della sua popolarità, il cui mantenimento dipenderà rrioltodi più dalla sua abilità nel maneggiare un bastone, avvolgersi una sciarpa al collo, sfoggiare camicie hawaiane o cravatte ridicole, raccontare come comunica col suo Dio eterodosso o quanto si vive bene e in modo autentico tra i mori (questo almeno in Spagna), piuttosto che dal valore delle sue opere future, che in verità non interessano a nessuno. D'altra parte è uno sproposito sforzarsi di scrivere romanzi per guadagnarsi la fama (anche scrivere in modo pedestre richiede pure il suo tempo) quando attualmente non è necessario fare niente di speciale né di molto tangibile per ottenerla: un matrimonio o un amorazzo con la persona giusta e il conseguente giro di rapporti coniugali ed extraconiugali sono molto più efficaci. Risulta anche molto semplice l'espediente di commettere qualche sconcezza o stravaganza, sempre che non siano tanto gravi da far finire uno in carcere per troppo tempo. Quinto. Il romanzo non dà l'immortalità, tra le altre cose perché essa non esiste quasi più. Sembra del resto che non esista nemmeno la posterità, se per tale s'inteJo1dequella di ogni singolo individuo: tutti vengono dimenticati due mesi dopo la loro morte. Il romanziere che crede il contrario è anacronisticamente presuntuoso o anacronisticamente ingenuo. Siccome i libri durano appena una stagione, non solo perché i lettori e i critici li dimenticano, ma perché sono introvabili persino nelle librerie pochi mesi dopo la loro uscita (forse presto non ci saranno neanche più le librerie), è da illusi pensare che una delle nostre
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