Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

SAGGI/LINDGREN Il romanzo europeo non esiste. Per contro esiste il Romanzo, piccolo oggetto che parla innumerevoli lingue... Certamente ci immaginiamo che il romanzo sia un'invenzione europea- allo stesso modo che la chiusura lampo, la macchina a vapore e la bomba atomica. Ma se ci guardiamo intorno scopriamo che si tratta di un fenomeno assolutamente globale, che parla tutte le lingue esistenti sulla terra (in qualche caso inciampando e a tastoni, ma ad ogni modo ...). Il fatto che il concetto stesso affondi le proprie radici nel latino e che la forma (o i prototipi) del romanzo ne faccia ricondurre l'origine all'epos altomedievale dovrebbe avere scarso significato. (Fra parentesi: Perché l'epos dovette morire quando nacque il romanzo? Veramente non c'era spazio in Europa per la voce sonora e più sacrale dell'epos.) Ascoltando nel corso di molti decenni le voci dei romanzi, alla fine si impara (o ci s'illude di imparare) a distinguere dialetti e cadenze provinciali. Il romanzo inglese parla sottovoce e mantiene un tono quotidiano-concreto, a tratti mormorante e borbottante, persino quando il mondo sembra essere prossimo alla fine. Il romanzo nordamericano sembra spesso chiacchierare, distrattamente e con molti voli pindarici; solo in un secondo tempo si scopre il tratto sistematico e la logica stringente - i corsi dei vecchi professori mostrano a volte le stesse peculiarità strutturali. Il romanzo latinoamericano parla a voce alta, il tono che scandisce ha preso in prestito il timbro dai venti che risuonano sugli altipiani, dalla solennità della santa messa e dalla cacofonia dei versi della giungla amazzonica. Eccetera, eccetera. E il romanzo nordico - o, più specificamente - il romanzo scandinavo? Sì, certamente dà l'impressione di possedere sfumature e melodie del tutto proprie. Ma possono essere difficili da cogliere per un ascoltatore che- per dirla semplicemente- ha incessantemente nell'orecchio proprio quella musica, per non dire dentro di sé (la situazione ricorda quella del singolo corista; l'insieme, nella sua superiorità, gli passa spesso davanti). La malinconia (a tratti il sentimentalismo), la meditazione introspettiva, elegiaca, talvolta la visione nera - certamente, tutto questo si ritrova nella quasi totalità della narrativa nordica. E la coscienza della morte, che per lo più prende forma nelle immagini dell'avvicendarsi delle stagioni, queste stagioni subartiche chiaramente definite che hanno un'importanza vitale non solo per la vegetazione e gli insetti ma anche per l'animo umano. Per non parlare dell'amore per la natura portato al livello di passione: quando il romanzo finisce in una radura boschiva o segue un ruscello serpeggiante lungo un declivo, ecco che incomincia a frusciare e mormorare e gorgogliare e cinguettare, a diffondere intorno a sé profumi e dati botanici e zoologici come il peggior programma televisivo natural-pornografico di David Attenborough. Sì, chi scelga di leggere romanzi per rinsaldare i propri pregiudizi etnografici non resta quasi mai deluso. (Questa è anche una delle peculiarità del romanzo: il suo significato conclusivo è determinato dal lettore.) Ma alla fine, tutto questo, i segni caratteristici, i dialetti, sono qualcosa di abbastanza insignificante. Un romanzo è sempre un documento personale, è la voce di un essere umano quella che sentiamo uscire dal libro aperto. Nel romanzo, lo scrivente dà forma al contenuto della propria coscienza. Nessuna nazione, nessuna provincia può essere tenuta responsabile del testo. Non furono i tedeschi a scrivere In Stahlgewittern, fu Ernst Jtinger. Non fu il popolo americano a scrivere American Psycho. E il fatto che James Joyce fosse irlandese ha poca importanza, l'essenziale è che lui fosse proprio James Joyce. Che Cervantes fosse spagnolo è lungi dall'essere altrettanto importante del fatto che possedesse la forza immensa che la composizione del Don Chisciotte esigeva (forse una parte della forza emanava dalle sue esperienze algerine). Queste righe sono nate durante una breve pausa di riposo dalla lavorazione di un romanzo, la penna si è spostata temporaneamente dalla lunga pagina del romanzo a quella piccola del blocco per appunti. E già ha nostalgia di tornare dalla breve riflessione chiusa in se stessa alla narrazione che in realtà non ha mai una fine. A quella che è l'intima essenza del romanzo: la completa libertà, l'illimitata zona di caccia dell'inventiva dove tutto è possibileun territorio che ha un'estensione ben più vasta dell'Europa intera. (Archivio Iperboreo). 45

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