Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

SAGGI/NOOTEBOOM Foto di Giovanni Giovannetti. dal suo sonno, discorrere con discernimento di certi rapporti con l'altro sesso se non ci fosse lì pronto Don Giovanni, giorno e notte, senza interruzione, se Josef K. non soccorresse il giornalismo di terz'ordine alle prese col problema della burocrazia o impegnato a farci dono di una sua qualche opinione sugli orrori dello Stato Totalitario? Sfruttati, ecco cos'erano. Tale, almeno, l'opinione generale. E sfruttati dall'inizio. Non mancavano, come sempre, dei puristi che reputavano un personaggio inventato tale a tutti gli effetti soltanto laddove si sappia di per certo chi l'abbia inventato, col che si finisce però fatalmente con l'escludere quelle figure che sgorgano dalle consolidate narrazioni dei miti. Codesta opinione è stata però lasciata cadere - e ormai da un bel po' - dalla maggioranza, sicché non è difficile vedere, negli ultimi tempi, Otello sottobraccio a Psyche o in compagnia di Wotan, mentre una certa familiarità tra Didone e l'Idiota non passa certo inavvertita. Crescendo poi il timore per le sorti della lettura, quella certa freddezza di sempre tra le diverse incarnazioni di uno stesso personaggio inventato (o, se si vuole, di un personaggio inventato 42 che sia al contempo sé e un altro) finiva per dissolversi così che non era raro vedere, che so?, il Don Giovanni di Tirso de Molina accompagnarsi con quelli di Byron, Da Ponte e Molière. Negli ultimi tempi ci son state anche voci circa uno spazio da riservare ai Grandi Titoli, quelli che hanno fatto la Storia Europea sicché, sulla piazza infinita che si slarga dinanzi al caffè, si possono osservare conciliaboli tra l'Elogio della-Pazzia, la Divina Commedia, Il Capitale e il Tractatus logico-philosophicus, conversazioni seguite con la massima attenzione dall'Imitazione di Cristo, la Critica della Ragion Pura, l'Origine della Specie e il capolavoro di arte della guerra di Clausewitz del quale nessuno riesce a ricordare il titolo nonostante l'enorme influenza esercitata a suo tempo. "Quel che codesti idioti non afferrano," diceva l'Essere e il Nulla rivolto a Un Eroe del Nostro Tempo e a Diotima, "è che, tanto per cominciare, l'Europa stessa è un'invenzione considerato che, di solito, le fanciulle di regal stirpe fenicia non saltano in groppa al primo toro di passaggio quando le colga l'uzzolo di fare un salto a Creta. E neppure capiscono, a quel che sembra nonché alla luce della questione posta, che nella meravigliosa diversità delle lingue in cui siamo scritti e delle idee che rappresentiamo con tutta l'energia di cui siamo capaci, inventata o immaginata, noi abbiamo fatto dell'Europa una gigantesca, euclidea ragnatela di riferimenti incrociati dotata della stessa realtà del suolo che essi calpestano, ma senza le loro ebeti frontiere." "Le frontiere!" proruppe Zeno col suo Accento Triestino, rivolto al Conte Leinsdorf e al Mondo come Volontà e Rappresentazione. "Quando si vede cos'hanno fatto con le loro frontiere! Basta aprire un libro qualsiasi sul Sacro Romano Impero o anche soltanto sui Balcani dell'ultimo secolo! Tutte quelle linee punteggiate, tratteggiate e controtratteggiate, questo balletto di coordinate divisorie, tracciate per delimitare conquiste, sconfitte, capricci di questo e quello, ducati, terre di nessuno, marchesati. Tutto ciò non ha fatto altro che intersecarsi, rintanato ognuno nella propria lingua per imporre agli altri religioni, idee. E il tutto al servizio della nociva nozione di Caso!" "D'accordo, ammesso tuttavia che questo si possa dir Caso", osservò Re Lear mentre la Celestina e la Summa Theologica annuivano incoraggianti. "Prendiamo per esempio la storia di Spagna," intervenne la Rivolta delle Masse. "Se nell'ottavo secolo i Re delle Asturie nel nord del Paese, l'unico territorio con la Navarra a non aver subito l'occupazione degli Arabi, non avessero dato l'avvio alla Reconquista sul campo di battaglia, vicenda destinata a compiersi interamente soltanto sette secoli dopo, tutta l'Europa sarebbe oggi con probabilità islamizzata." "Vero, verissimo," fece la Filosofia della Storia, mentre Candhle sogghignava nell'ombra. "Allora la maggior parte di noi non avrebbe neppure visto la luce e questo non si può dire di certo un pensiero consolante." "Il caso o la necessità: chi può dirlo?" fece Settembrini rivolto a Reynard la Volpe. "Dopo tutto a ben vedere che razza di gente era questi re asturiani? Capibanda, grandi proprietari, signorotti locali, caudillos. Tutta gente che si disputava il potere.

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