Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

penso che i miei siano veri romanzi di finzione. In Harriet Said, · l'effetto drammatico scaturisce dalla combinazione delle esperienze personali della mia infanzia vicino a Liverpool, che posso descrivere nei più intimi dettagli, con un agghiacciante fatto di cronaca che ho appreso dal giornale, un evento reale, quindi, anche se non l'ho vissuto in prima persona. In quella storia non c'è nulla che sia frutto dell'immaginazione. Anche An Awfully Big Adventure è un'opera molto personale, tanto che per scriverla ho sentito la necessità di tornare aLiverpool per rivisitare i luoghi in cui si svolge la storia. Durante la stesura di YoungAdolf, che mette in relazione una Liverpool del passato con l'idea di un personaggio storico, Hitler, che ci ha vissuto, per sentirmi più vicina alla vicenda ho usato un pupazzo travestito da Hitler, che tenevo di fronte a me mentre scrivevo. Per una scrittrice esiste il rischio di limitare la propria produzione alla "narrativa femminile" tutta sensibilità, che parla soltanto dei sentimenti delle donne. Recentemente mi sono interessata molto all'impiego di narratori maschili nelle mie opere. All'inizio ho provato a creare una voce narrante ispirata a mio fratello, così come avevo usato mia zia Nellie come voce narrante in The Dressmaker, ma poi, per Birthday Boys, mi sono dovuta confrontare con il compito quasi impossibile di creare cinque narratori diversi di sesso maschile. Credo di esserci riuscita con quattro di loro, ma avrei voluto dedicare più tempo al quinto, il capitano Oates. Anche in quel caso la storia era basata su un fatto reale, la spedizione antartica del capitano Scott, e il problema era quello di trovare delle voci che la raccontassero, penetrando nell'animo dei personaggi pur conservando un tono distaccato. Sono diventata scrittrice di romanzi perché sentivo l'impulso di scrivere; avevo bisogno di scrivere per esprimere le mie sensazioni e le mie reazioni all'esperienza di un'infanzia infelice e difficile. Ho abbandonato la scuola a quattordici anni e non avevo sicuramente nessuna intenzione di diventare una scrittrice di professione. Il mio mestiere di scrittrice è cominciato solo dopo che ho lasciato Liverpool per venire a Londra, e dopo la nascita dei miei bambini. A quel punto mi sono sentita in grado di ripercorrere il mio passato e di dargli un senso. Il motivo per cui scrivo romanzi e non pezzi teatrali o sceneggiature televisive è in parte puramente casuale: quando ho cominciato a scrivere, non era possibile lavorare per la televisione se non ci si era già fatti una reputazione in qualche altro campo. Così sono diventata scrittrice di romanzi, e dopo non ho più cambiato, perché il romanzo mi sembra la forma letteraria ideale per sviluppare le vite interiori dei personaggi. Per ogni libro che scrivo ho bisogno di creare un'idea mia - un'idea fisica, visiva e tattile - di ciò di cui il libro parla, e un'idea di chi racconta la storia. Quando trovo il narratore, la mia ambizione di autrice diventa quella di essere il meno invadente possibile, di lasciare che la storia sia raccontata esattamente come la racconterebbe il narratore. Questo modo di lavorare è molto diverso da quello del teatro o della televisione. Io Jo trovo più gratificante, e fintanto che esiste un pubblico per questo tipo di rappresentazione ravvicinata dell'esperienza, credo che continueranno a esistere i romanzi. SAGGI/NOOTEBOOM 11 Le frontiere'' proruppe .Zeno••• Cees Nooteboom traduzione di Gianfranco Fiameni Cees Nooteboom (Aia 1933) è autore di romanzi, saggi, poesie e libri di viaggio, e traduttore di poesia spagnola, catalana, francese, tedesca, oltre che di autori di teatro quali Tennesse Williams e Sean O'Casey. Vive in costante nomadismo fra l'Olanda, la Spagna e la Germania, facendo del viaggiare il suo modo di vita. Considerato fin dal suo primo romanzo Philip e gli altri, apparso nel 1955, uno dei più interessanti scrittori olandesi contemporanei, si è imposto aJJ'attenzione internazionale con Il canto dell'essere e dell'apparire ( 1981, Iperborea 1991) e Rituali (1983, Iperborea 1993). "L'Europa è, ancora una volta, all'ordine del giorno. Spetta, oggi, agli scrittori dire se esista o meno una narrativa europea e quali geni l'ispirino, l'alimentino. Esistono un pensiero sensibile, una visione del mondo, modalità narrative propri dell'Europa?" That was the question. Esis~e un qualcosa come una narrativa europea? Nella landa sconfinata in cui abitano i personaggi inventati, qualcuno ha udito la domanda posta a Bruxelles. Chi fosse di preciso costui la storia non lo dice. C'è chi propende per il Barone di Charlus, chi invece per l'Ulrich senza qualità, ma c'è anche chi pretende che il primo ad udirla sia stato invece Stephen Dedalus. Nel caffè cosmopolita dove i personaggi inventati si ritrovano la sera- il genere di caffè per intenderci che Witold Gombrowicz frequentava a Buenos Aires - non si discorre d'altro. Don Chisciotte, Madame Edwarda, Bouvard, Adrian Leverkuhn, il commerciante di caffè Batavus Droogstoppel, Josef K., la Regina delle Nevi, Ulisse, i fratelli Karamazov: la domanda era sulla bocca di tutti. Nulla di sorprendente in tutto ciò. I personaggi inventati hanno una sorta d'arroganza tutta particolare, intrisa di vulnerabilità. Da un canto, la maggior parte di essi è sopravvissuta a innumeri individui non-inventati, dall'altro gli inventati devono la loro vera·esistenza ai loro complementi non inventati. Quando la gente smettesse di leggere, per i vari Don Giovanni, i Giovani Werther, gli Amleto, i Dracula, le Madri Coraggio, per tutti costoro sarebbe finita, questo è certo. E così Mr Piume, Monsieur Teste, il signor Palomar e il Signor Tienoppen discettavano sulla stupidità dei non-inventati i quali, mettendo in dubbio l'esistenza degli inventati, minano per ciò stesso il loro stesso quadro di riferimento. Come farebbero infatti costoro a scambiare vicendevolmente delle impressioni sulla loro vita transitoria e fugace se non disponessero di quelle parole-chiave che sono i nomi dei personaggi della comunità inventata? Sarebbe ancor possibile parlare del dubbio senza tirar Amleto 41

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