Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

SAGGI/BAINBRIDGE oltrepassano la soglia delle nostre case, cioè sono sempre personali e, come tali, non narrabili. Si tratta dunque del rapporto fra l'"io" e il "noi" e possiamo affermare poeticamente che il cammino fra l' "io" e il "noi", anche se forse non è intransitabile, è certamente pietroso, accidentato, aspro, melmoso, pieno di pozze e di solchi ... Il fango ci arriva al petto. L'uomo non trova nel proprio sguardo la dignità dell'umano. La terra non diventa romanzo, il cielo neppure, il romanzo nasce da terra e cielo. Posso contare solo su me stesso - e non cerchiamo sotterfugi metafisici: non siamo altro che noi stessi - ma posso concepire la mia esperienza personale solo da qualcosa di comune, posso narrare solo da questa costellazione. Questo è il momento di raccontare. Nel momento in cui si racconta, il romanzo non è in crisi. O meglio, devo precisare con una certa frivolezza: nel momento del mio raccontare, il romanzo non è crisi, ma lo è nel momento del mio non-raccontare, ossia quando trovo solo me stesso e quando non trovo neppure me stesso. Per il resto, della situazione del romanzo non me ne importa un accidente. E ora passiamo ad altro. Viviamo in una nuova cultura nonletteraria, dice Susan Sontag. Il supporto del sapere non è più la scrittura, la struttura della nostra conoscenza è cambiata, viviamo in un sistema informatico totalmente nuovo che ha anche delle conseguenze etiche proprie. Veniamo informati di tutto, spiamo sotto il letto di una casetta in capo al mondo; abbiamo perso la nostra innocenza. Cervantes non soffriva d'insonnia, diciamo, per Sarajevo. Ma il problema non è che Cervantes non avesse l'insonnia, bensì che non l'abbiamo neanche noi, neppure a causa delle ore d'insonnia arretrate. Dormiamo male indipendentemente da tutto questo. Ai tempi si discuteva della possibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz. Oggi nessuno si chiede, io neppure, se si possano scrivere romanzi mentre accadono i fatti di Sarajevo. (E non prendiamo in considerazione che si tratta di due cose ben diverse.) Si può, certo che sì. Perché non si dovrebbe potere? Ora tutto è possibile. Ditemi qualcosa che non si possa fare! Voglio solo affermare che le condizioni o la situazione della nostra civiltà sono diventate scandalose e che non reagiamo a questo scandalo, non abbiamo gesti o parole né per la guerra permanente che chiamiamo pace, né per la fame permanente che chiamiamo problemi del terzo mondo. · A parte le conseguenze etiche - che non possiamo concepire - sembra esserci una conseguenza poetica di questo nuovo mondo, diciamo della CNN, dove siedo davanti al televisore e mi vedo seduto davanti al televisore in una sparatoria con me stesso. Dieci o forse venti anni fa, quando fioriva la letteratura di testimonianza, speravamo di poter trovare un appiglio nei fatti. Oggi, invece, non riesco più a distinguere tra finzione e nonfinzione. I giovani serbi o croati camminano con le armi in spalla imitando le gesta di Rambo. Oggi non c'è più differenza tra il telegiornale e "il film selvaggio, cruento, di serie B" che lo segue. . La questione, dunque, non è la solita dei momenti di crisi: si può scrivere o no prosa di finzione?, ma è: si può scrivere pro a 40 di non-finzione? Tutto è diventato finzione, il che vuol quasi dire che è morta la fantasia. · Sono tornato quindi all'io solitario, all'io smarrito, alla coppia di pagliacci dell'io-noi. Se dico io, quasi nessuno pensa a un individuo residente a Budapest, esperto di paellas e di fraseggio, figlio di Matfas Esterhazy e di Lilf Manyoky; no, tutti pensano immediatamente a Madame Bovary e forse hanno ragione. Note 1) Dello scrittore è uscito presso le Edizioni e/o Scuola sul confine. 2) È la casa editrice spagnola presso cui è uscito il romanzo Piccola pornografia ungherese di Esterhazy. Esperienze personali Beryl Bainbridge a cura di Rosalind De/mar e Geoffrey Nowell-Smith traduzione di Stefano Sodaro Beryl Bainbridge (Liverpool 1930), dopo una breve esperienza come attrice teatrale si è dedicata interamente alla crittura. È autrice di molti romanzi, alcuni dei quali selezionati per il Booker Prize. Lo dice Harriet (Anabasi 1993) è il suo primo libro pubblicato in Italia. Su "Linea d'ombra" n. 64, ottobre 1991 è uscito il suo racconto O'Malley tuttofare. In un certo senso non sono la persona più indicata per parlare in generale del romanzo. Innanzi tutto non mi capita spesso di leggere romanzi di scrittori moderni; preferisco i classici, o generi diversi dalla narrativa. Inoltre ho dei gusti piuttosto circoscritti, e non sono molto aggiornata su ciò che accade nella narrativa mondiale. Trovo che il romanzo non sia un mezzo particolarmente efficace per confrontarsi con esperienze remote rispetto alle proprie, e non mi riesce facile entrare in sintonia con un libro che narra, per esempio, di un'infanzia passata nella povertà di Calcutta, oppure di un hidalgo spagnolo. Per lo stesso motivo, i miei romanzi generalmente traggono ispirazione, direttamente o indirettamente, da esperienze personali, e in questo senso non uso molto la fantasia quando scrivo, né

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