Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

SAGGI/ESTERHAff Il cammino fra l'io e il noi è certamente pietroso, accidentato, aspro, melmoso, pieno di pozze e solchi... Il fango ci arriva al petto. L'uomo non trova nel proprio sguardo la dignità dell'umano. Oggi come oggi, del romanzo può parlare solo un romanzo, su tutti gli scenari del pensiero ci imbattiamo in una simile banda di Moebius: la definizione è costretta a poggiare su ciò che intende definire. Ma se ormai siamo usciti per una volta dalla nostra tana, non affrettiamoci a farvi ritorno, chiacchieriamo d'altro, dei fatti nostri, e non perché il parlarne ci avvicini ad alcunché- sarebbe deplorevole se fosse tanto semplice-, bensì per il piacere che noi abitatori di tane troviamo nell'esaminarci mutuamente, per poi tornare nella tana buia e umida, nello spazio che ci è più familiare al mondo, alla nostra scrivania, con il cuore, se non alleviato, almeno arricchito da serate piacevoli. Dunque teniamo sempre di mira la cena, questo acumina la mente; diffidiamo inoltre di qualsiasi casa editrice spagnola il cui direttore letterario non sappia/ possa/ voglia/ dissertare con occhi scintillanti, per almeno mezz'ora, della paella ... In quanto alla paella, Alfaguara2 è in regola. La narrativa, la narratività è minacciata o attaccata su due fronti. Si può solo raccontare ciò che è comunemente conosciuto e, per di più, con il fine di farlo conoscere alla comunità. Ossia: il lavoro dello scrittore è preceduto dal lavoro del lettore, la libertà dello scrittore è preceduta da quella del lettore. In tempo di dittatura la libertà è attaccata. Czeslaw Milosz ha detto, a proposito della differenza fra un intellettuale occidentale e uno orientale - lo leggo in tedesco nei Diari di Gombrowicz -, che è il primo ad essersi preso davvero un calcio nel sedere, non l'altro. Secondo questo aforisma il nostro poker d'assi (in questa partita giocata con l'Occidente per il riconoscimento dei nostri valori, forze e alterità peculiari) sarebbe vivere in una cultura abbrutita perché, per così dire, staremmo più vicini alla vita. È chiaro che lo stesso Milosz conosce molto bene i limiti di tale verità e, inoltre, sarebbe triste se il nostro prestigio si basasse esclusivamente su questa parte punita del corpo. Perché la parte punita non è in uno stato normale; la filosofia, la letteratura e l'arte dovrebbero essere coltivate da persone a cui non sono stati rotti i denti, non è stata rovinata la faccia, slogata la mandibola. Quindi, corpo e anima. Perché può accadere che i disagi del corpo aumentino la fermezza dello spirito e che, dietro le tende immobili della stanzetta comoda del cittadino, nasca un'audacia, una severità che nemmeno si sarebbero sognati quelli che lanciano bottiglie molotov contro i carri armati. Pertanto questa nostra cultura abbrutita potrebbe essere utile e vantaggiosa solo se la capissimo, se qualcosa arrivasse a essere elaborato, assimilato, se diventasse una forma nuova di cultura autentica, una mobilitazione meditata e organizzata delle nostre forze, se diventasse spirito universale. La questione è: siamo capaci, ovvero, è la nostra letteratura capace di realizzare tale programma anche parzialmente? Tutto questo scrive Gombrowicz nella sua stanzetta e deve finire qui, perché nella "Pensione Le Delizie" lo aspetta la cena. Sii felice, per ora, Diario mio, cane fedele della mia anima-cane che non guaisci - il tuo padrone se ne va, ma tornerà ... È patente che questo Gombrowicz era un uomo molto intelligente. Una domanda giustificata nell'Europa centrale: cos'è rimasto dopo la dittatura? (Di certo hanno dovuto chiedere anche qui della rivalsa della "piccola pornografia spagnola"). Temo che non si sia accumulata alcuna saggezza comune, alcuna esperienza collettiva. Gli anni Ottanta sono sfuggiti al controllo statale, ma nessuno si è impadronito di loro. Gli anni Ottanta sono terra di nessuno. Più precisamente, come dice Gombrowicz: non sono diventati né qualcosa di elaborato, di assimilato, né una nuova forma di cultura autentica, né una mobilitazione meditata e organizzata delle nostre forze, né spirito universale. Questo è un lavoro da fare e qui, naturalmente, non si tratta del problema di potere o non potere serivere romanzi con quanto è accaduto. Il fine del romanzo non è mai il romanzo stesso. Come abbiamo visto, la narrativa è attaccata in tempo di dittatura attraverso la libertà e in tempo di democrazia attraverso la comunità. Nella dittatura non ci sono storie, tutte si fondono in una grande storia, nella autobiografia della dittatura. Nelle cosiddette democrazie borghesi sì che ci sono storie, ma esse non Foto di Giovanni Giovannetti. 39

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==