Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

ILCONTESTO Italia '93: politica/sinistra Il luogo della mediazione Vittorio Dini, Luigi Manconi Ricorre spesso - assai spesso - nel giudizio politico sugli eventi della recente realtà italiana, il riferimento al rapporto nuovo/ vecchio. Di un governo, o di una qualsiasi amministrazione, si misura la qualità - positiva - nelle "facce nuove" che presenta; e, viceversa, quella negativa nelle "facce vecchie". Non si tratta, peraltro, di un riferimento generazionale (giovani al posto di anziani dirigenti della cosa pubblica), quanto di un puro richiamo alle vecchie e nuove presenze all'interno della classe politica. Si prende atto con fermezza del principio che niente può essere più come prima, e lo si applica innanzitutto alla scenografia, all' immaginario, alle "facce" appunto. Altro riferimento costante è al rapporto tra la politica e la morale. Non soltanto Machiavelli è diventato un "cane morto", ma anche il liberale Croce e il liberaldemocratico Norberto Bobbio sembrano oscurati dalla centralità della "questione morale". Corruzione e onestà sono i più frequenti poli di opposizione del giudizio politico. Con qualche difficoltà aggiuntiva proposta dal ruolo del diritto e della magistratura: rapporto tra indagine e giudizio, funzione dei pentiti, ecc. In ogni caso, per il passato pare indispensabile fare la graduatoria dei "mascalzoni" e degli "imbecilli", o del dosaggio tra le due categorie: e per il futuro? Anche in questo caso - si sente dire - l'importante è che indietro non si tomi, che niente sia più come prima. Piuttosto di un corrotto, sarà preferibile un leghista, anche se un po' carogna (e, magari, razzista: "ma cosa vuol dire, poi, razzista ..."). Tanto più - così ragiona, a media voce, il popolo di sinistra- che senza la Lega e senza Bossi non ci sarebbe stata Tangentopoli e non sarebbe stata smascherata la corruzione. A noi questa prospettiva di scelta non piace: né la soluzione, né la scelta in sé. E se, pure, non siamo affatto convinti che la sorte ci possa offrire qualcosa di meglio, non vogliamo gioire del mediocre (così parente del peggio, in questo caso). D'altra parte, non appare convincente, pur se applicabile spesso all'interpretazione del passato, l'aforisma di Giovanni Sartori: "La sinistra? è l'etica. Sinistra è fare il bene degli altri, destra il bene per sé; sinistra è Kant, destra è Bentham". Sullo sfondo di questo atteggiamento c'è un'idea generale, più o meno consapevolmente accettata: quello che è avvenuto nell'ultimo anno in Italia è una rivoluzione o, in ogni caso, un cambio radicale di regime. Cambiamento e onestà assumono la veste di segnali di tale rivoluzione e, allo stesso tempo, di nuovi e fondanti valori dello scenario futuro. Non si tratta, qui, di una mera questione di giudizio storico, o di interpretazione semantica, ma anche di una valutazione del presente e del possibile avvenire. Certo, il sistema politico che ha retto l'Italia dal dopoguerra al 1992 ha presentato più di un carattere di regime; altrettanto evidente è, a prima vista, il significato dirompente degli avvenimenti dell'ultimo anno. Un'intera classe dirigente letteralmente spazzata via rappresenta un evento di 2 • portata eccezionale. Ma è sufficiente, questo fatto, a qualificare in senso proprio una rivoluzione? Si tratterebbe, quanto meno, di una rivoluzione "passiva", senza l'espressione di una soggettività sociale autonoma e consapevole. Dunque, un fenomeno vissuto dai soggetti più come un riflesso che come una vicenda di cui sentirsi diretti protagonisti: senza, d'altra parte, l'obiettivo di un ribaltamento degli assetti di proprietà, di produzione, di potere. Ovvero ciò che ha costituito, storicamente, la base stessa di un processo rivoluzionario. Per rimanere vicino a noi, imovimenti del '68 hanno rappresentato un profondo cambiamento: è stato messo in discussione, allora, il principio di autorità ai diversi livelli dell'organizzazione sociale e della stessa vita di relazione. Nei rapporti tra i sessi, nella famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, la gerarchia dei rappòrti è stata contestata e, spesso, negata e rifondata. Anche se gli assetti istituzionali hanno retto, anche se la sfera della politica è riuscita a contenere gli effetti di questo sommovimento culturale e sociale, tuttavia l'impatto è stato significativo e ha lasciato il segno. Oggi, invece, del cambiamento in atto sono promotori e protagonisti un segmento di un potere - i giudici - e la maggior parte dei media, che hanno amplificato il processo in corso fino a determinarlo - prima che registrarlo - come mobilitazione di opinione pubblica; ed è promotore e protagonista un movimento di protesta legato a una particolare zona del paese e a particolari interessi "etnici" e corporativi: la Lega Nord. Non è necessario conoscere Kant, o essere di sinistra, per capire che al fondo dell'urlo contro "Roma ladrona" - allo stesso modo che nella giustificabile reazione di un qualsiasi cittadino a uno scippo - più che un'istanza morale agisce un interesse immediato contro un altro contrastante (e meno legittimo). L'effetto è, a questo punto, una crisi acuta dell'articolazione nevralgica del sistema politico: in primo luogo, dei partiti. I quali partiti assistono, attoniti, all'incriminazione dei loro ceti dirigenti, ma anche alla caduta di ogni rappresentatività sociale e culturale e, conseguentemente, di gran parte del consenso elettorale. Ma è anche crisi della politica o, secondo la voga apocalittica, "fine della politica": mentre altro non è che la scomparsa di quelli che sono stati gli strumenti tradizionali e i luoghi consueti dell'azione pubblica in questo dopoguerra. Accade così che al massimo dissesto di questi partiti corrisponda uno tra i più elevati livelli di interesse- almeno sul piano dell'orientamento di opinione- per la politica come informazione, dibattito e, perfino, partecipazione elettorale. Insomma, dopo quella delle ideologie, esplode la crisi delle forme di organizzazione e di rappresentanza degli interessi. La crisi dell'89 ha segnalato l'esito finale di un processo nel quale venivano a decadere - fino allo sfaldamento - i punti di riferimento forti del partito politico: da un lato, l'insediamento sociale ("la classe"); dall'altro, il fine: lo Stato moderno e sovrano da gestire, da riformare o da rivoluzioL1are. Al punto in cui stiamo, la vera e auspicabile trasformazione riguarda proprio le regole e gli spazi della politica. Politica ridefinita- beninteso- nella sua autonomia dalla morale: non il luogo di progettazione del "vivere felici" e di produzione-regolazione della società civile. Piuttosto, politica come il luogo dove la complessità e i conflitti non si compongono forzosamente: ma dove, invece - attraverso la mediazione e la negoziazione - si

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