SAGGI/MAKANIN Il letterato russo dei nostri giorni guarda sempre indietro, all'alta montagna lasciata là, sembra incapace di staccare gli occhi dalla sua metà soleggiata. tutti. Sto in fila. Se occorre precisare, allora è una fila di medie dimensioni di persone per il sapone, dove noi tutti stiamo già da molto e ci comprendiamo l'un l'altro con una mezza parola. È la nostra vita, e siamo completamente equiparati gli uni agli altri per esserci stati a lungo, nel senso che né la carica, né il nome, né il titolo di studio o, diciamo, il grado di callosità delle mani - niente è importante, importa solo il momento in cui ti sei messo in fila e, avendo chiesto chi è l'ultimo, hai preso posto: è importante quando ti sei uniformato. L'intreccio è già estraniato; e come ogni estraneamento, subito e non senza qualche sforzo di estetica s'è trasformato in immagine: in una montagna, ricoperta dal bosco, con un sentiero che va verso la cima e una strada sempre più larga dalla cima verso il basso. Ma ogni espressione è incompleta ... E ciò è tanto più evidente in quanto nella letteratura russa v'è molto anche accanto al sentiero intravisto. (L'incompletezza è evidente. È sufficiente anche l'esempio di Dostoevsk.ij 19 per trovare e seguire, per esempio, un sentiero che ha messo in guardia e appassionatamente ha distolto col suo pensiero dall'uniformazione dell"'io". E il sentiero ha anche raggiunto la cima. È sufficiente anche Puskin.) Chiudo gli occhi. Sto in fila. È piacevole pensare alla grandezza della letteratura, è piacevole provare il tenace sentimento (qui nella fila di medie dimensioni per il sapone) che saremo ripagati e che la letteratura russa del XIX secolo non si esaurisce affatto, in ogni caso, non si esaurisce con la vita delle generazioni successive (e sono già molte!). Come non si esaurisce lo spirito. E in questo senso il XX secolo non segue tanto il XIX quanto, succedendogli, gli si contrappone. Come quando una donna volgare attira e, in sostanza, trascina nel proprio letto un marito intellettuale (ho conosciuto spesso tale coppie), quando lei s'agita, sospira, rauca per l'impazienza, e lui, perdonandola, chiude gli occhi in un'oscurità salutare (lei non è neanche eccitata, maè solo frettolosa, "Su, presto! Cosa indugi!. .. Su!. .." -e già lo tira a sé come uno storpio), - così mi sembra che il nostro XX secolo si rapporti al XIX; ea noi, viventi, non èdatodividerequestacoppia. La montagna è una. La montagna è unica. Entrambi i secoli stanno insieme. (Senza questo non si comprende nulla.) Ma la differenza non sta nel lato soleggiato né nel lato ombroso, ma nel fatto che queste due metà sono divise dalla cima, rivolta al cielo: rivolta a quell'azzurrità, dove noi aspettiamo o cerchiamo un senso che si riveli. (Ci basterebbe un segno!) L'intreccio che ha compiuto la propria funzione, com'è normale, si immerge nell'eternità- se ne va nuovamente in profondità, là è la sua vita. (Solo raramente traspare adesso attraverso l'incontro di immagini riconoscibili, attraverso i profili severi o delicati di altri intrecci2°.) Qualunque letterato russo che scriva (me compreso) ha voglia ogni tanto di scrivere un grande e ponderoso romanzo storico. Con una quantità di personaggi. Con destini non prestabiliti. Con un testo denso (con un fraseggiare complesso, sovraccarico di dettagli). Dove si vorrebbe tra l'altro a metà del romanzo offrire al proprio eroe la possibilità e la forza di rompere con qualcosa (o qualcuno) e andarsene sugli Urali e in Siberia per una grande strada. E arare. E bere kvas nell'afa. E falciare. Vi vere con la gente e allo stesso tempo non confessare la massa umana con la forza che dà la religione o la prima stella che la superstizione ha mosso in cielo. E in questo modo mediato (vivendo nel romanzo una vita altrui), se non capire, almeno sentire chi fossero coloro che nell'ardente secolo scorso volevano (e come voleva appassionatamente!), smarrito il proprio "io", fondersi nella umana convivenza. La successione nel tempo non indica continuità. Il letterato russo dei nostri giorni non è in grado di capire un pensiero interrotto al di fuori delle opere d'arte a lui rimaste. Guarda sempre indietro, ali' alta montagna lasciata là, ormai sembra incapace di staccare gli occhi dalla sua metà soleggiata. Non sorprende. Com'è cambiato egli stesso, come si schiera qui, come quieto si fa largo e si immette nella folla di strada o nella fila per l'olio. Si stringe alla fila, rallegrandosi della propria indistinguibilità. (Almeno è un segno.) In Salamov 21 i prigionieri abbattono alberi, e in Solzenicyn sono resi mirabilmente i sentimenti di un uomo che arriva per la prima volta nel lager - ha dietro di sé l'arresto, i crudeli interrogatori notturni, la prigione, il processo, le carceri di transito, e per quanto sia penoso, tuttavia è già il lager, dove la persona, vittima della repressione, finisce col capitare neli 'ultimo 37
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