SAGGI/MAKANIN in tutto e per tutto anonimi. I libri sono di tutti e di nessuno, è chiaro a tutti che i libri (e con essi 1'"10" dell'autore) devono essere dissolti nella vita spirituale del popolo, come sono dissolte nella sua vita materiale l'acqua e l'aria alle quali neppure si bada. (Come può in coscienza una persona essere un autore?-domanda suicida. L"'io" non esiste più. La vetta non è forse bianca?) Evidentemente non tutta la letteratura è sorta su tale percorso. E grazie a Dio. La letteratura·russa ovunque è andata in salita, i suoi percorsi non si sono ridotti a un unico sentiero che magari si arrampicasse sulla cima, estremamente impervia e audace. Lo stile di vita semplice di Tolstoj non solo non è stato accettato, ma non è neanche stato capito nel senso buono, comune della parola. Non è stato capito. Dostoevskij in una lettera alla moglie ha scritto: "Oggi Grigorovic ha comunicato che ... Tolstoj è quasi impazzito, forse è impazzito del tutto". E ancora ha scritto, sempre a lei : "Di Lev Tolstoj anche Katkov ha confermato che si sarebbe ammattito del tutto. Jur'ev mi ha chiesto di andare da lui a Jasnaja Poljana: per andare e tornare occorrono meno di due giorni. Ma non vi andrò, anche se sarebbe molto interessante ..." (Lettera a A.G. Dostoevskaja del 28 maggio 1880.) Il tono sincero dell'ultima lettera rivela in parte anche l'atteggiamento dello stesso Fedor Michajlovic. Là vi era un intero mondo - i numerosi pellegrini russi: anello di collegamento vestito poveramente e mobile della vita popolare. Andare errando e vivere la vita di quelli che si recano in pellegrinaggio in luoghi lontani (o che vanno dove portano le gambe, semplicemente), - anche questo era un distacco dalla vita precedente, anche questo era una fuga e certo anche un modo di dissolvere l'"io" in un ambiente mobile di semplici (semplicissimi) costumi. I pellegrini di Leskov8 se ne vanno troppo facilmente e appunto sono straordinari per questo chiaro desiderio. Ma, diciamo, Padre Sergio (il brillante cavaliere di guardia Stepan Kasatskij) non è capace di sminuirsi o uniformarsi, né tanto meno di "andarsene" così semplicemente e subito; Tolstoj 9 non si fida di un'illuminazione improvvisa, gli sono quasi indispensabili i duri gradini della discesa. Stepan Kasatskij se ne va prima in convento, e solo quando la vita nel monastero risulta abbastanza vivace e simile a quella secolare, fugge dal monastero all'eremo, scendendo di un gradino nella disperazione. Ma anche qui, nella "fuga" v'è molto panico. E non è ancora tutto. "Giù" solo ora incomincia a indicare "tra le masse popolari". E dopo una decisi va frattura drammatica (la caduta) Stepan Kasatski j diventa infine un vagabondo, un pellegrino con la completa e autentica dissoluzione del proprio "io" sofferente. Finalmente! ... Finalmente cammina per le strade russe con gli altri, tali e quali a lui. E il fatto è che sono molti, che lui non è solo. S'è mescolato con gli altri, è un tutt'uno. Così vivono. Insieme si muovono nel paesaggio estivo russo, instancabili, camminano, siedono sull' erba, mangiano pane accanto a una fonte. (Con queste persone è apparso lo spazio, e con questo il tempo, il calore estivo ben avvertibile è apparso davanti alle curve della strada.) Camminano, come in un film montato plasticamente, passano impercettibili all'occhio, entrano nella scena mirabile del pellegrinaggio estivo 1°, dove ormai non solo pellegrini, vagabondi e sacerdoti, ma la grande, enorme massa del popolo semplice si muove da sé 34 nelle giornate estive. È un accampamento, legato alla spiritualità (e non alla necessità di alimentarsi), un accampamento dello spirito. Migliaia di persone siedono a terra, mangiano uova sode e pane, bevono acqua, parlano lentamente; e proprio qui, in strada, dormono durante il viaggio, coprendosi con chi sa cosa (e sorge il desiderio, triste, ma forte, perché di slancio, e sincero, di rimanere per sempre in mezzo a questo popolo in movimento. Non essere come si è, ma essere come loro. Non essere !'"io"). Vedo ora questo quadro ravvicinato: vedo una persona curva, già con i capelli bianchi (un pellegrino? un vagabondo? un eremita? - fa lo stesso), che s'affretta sulla strada con un bastone in spalla, con un fagottino su questo bastone; ora lui (sono io) ha quasi aumentato la velocità. Sulla strada estiva, calda, ma già un po' raffreddata verso sera (e in mancanza di vento anche calma), camminano anche altri, sono molti. Camminano, come me, da molto, camminano in gruppetti, camminano in una massa, che si estende in avanti come una lunga catena. Ma ecco, verso sera, quando già rinfresca es' avvicina il momento di trovare un rifugio per pernottare, la massa umana in movimento sembra cominciare a modellarsi, a confondersi in una cosa sola; si cammina ormai senza perdersi l'un l'altro di vista. Se no semplicemente l'uno accanto ali' altro. Non s'affrettano i primi, stringono dappresso gli ultimi. (La fuga spesso era sulle strade degli Urali e della Siberia: dissoluzione non solo nella gente, ma anche nello spazio.) Qui il quadro da me vagheggiato comincia a perdere la dinamica generale man mano che mi avvicino. Il quadro è un po' diverso. Quell'uomo con il fagotto continua a camminare per la strada, ma cammina quando tutto attorno s'è oscurato sensibilmente e quando i pellegrini disposti a catena (vagabondi, forse, e membri di arte!'< 11 >) si sono ammassati insieme; lontano dalla strada si sono raccolti in circolo. Il loro falò. E occorre cuocere qualcosa. Al falò sembra avvenire la loro ultima fusione: si sono già seduti; siedono. E il nostro viaggiatore col fagotto (non un solitario, era semplicemente rimasto indietro) si avvicina loro nel buio, non solo senza paura, ma con piacere e con la sensazione dell'imminente, a tutti nota felicità del cammino, che si gode durante la sosta. E, forse, già qualcuno gli cede un posto caldo, riscaldato vicino al falò. (Vieni a riscaldarti. Io sono già a posto.) E ancora prima del loro pasto serale egli sente accanto al falò una serena nota di comunanza, per la quale appunto un tempo scegliesti la fuga: percepisci la prima pace della dissoluzione, quando non v'è il tuo "io", e in cambio v'è il comune calore umano, un flusso comune di sangue, partecipazione e appartenenza. Iniziano, senza fretta, il pasto. Attingono da un grande paiuolo comune con i cucchiai. Ecco gliene offriranno: lui lo sa, e nell'attesa guarda soltanto, guarda la fiamma del falò e all'improvviso versa una lacrima per il senso di partecipazione sopraggiunto con tale forza. Forse, quando lui s'è avvicinato, loro mangiavano già dal grande pai uo I o: l'hanno guardato. E qualcuno ha detto piano: dato che sei in piedi, e noi già seduti, porta degli altri sterpi. Gettali nel falò. Lui li getta, livella la fiamma, radunando al centro del fuoco i rami bruciati, - sa tutto, i suoi movimenti sono lenti, -e ormai dal falò acceso si avvicina a loro. Toglie dal sacco (dal fagotto) il suo cucchiaio. "Mangia", - gli dicono, e non v'è nessuna pausa, neanche piccola; gli dicono subito: "Mangia,"-:- e lui, preso il
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