SAGGI/MAKANIN ha abbandonato la scena del mondo; la politica e la Storia sono diventate il fato moderno, e rappresentano la forza tragica. Noi siamo stati scelti per incarnare l'oggetto delle avventure di quei mostri insaziabili, non siamo altro che i balocchi della Storia. Ho parecchi motivi di risentimento verso la letteratura contemporanea, per lo meno nella sua maggior parte, perché noto il progressivo venire meno di ciò che tanto premeva a Joseph Conrad: il rigore. Sappiamo di vivere in una realtà terrificante, sappiamo di essere probabilmente solo un frammento di una immensità sconosciuta. Noi affermiamo che la Storia è assurda, che il mondo è Caos. Ma volendo vivere, dobbiamo necessariamente dare una forma a quel caos. Conrad utilizzava la parola francese la tenue. La, lucidità e l'immaginazione riducono il caos; la realtà raccontata diventa più intelligibile. Un uomo muore per caso, un altro, sempre per caso, viene salvato; un farabutto è baciato dalla fortuna, un onest'uomo sperimenta unicamente sconfitte. Che fare? Narrarlo. In ogni buon racconto viene fatta giustizia. La formula di Joseph Conrad che intendeva rendere giustizia al mondo visibile è una delle frasi più importanti mai pronunciate a proposito della letteratura. Oggi aggiungerei che sarebbe giustizia resa anche al mondo invisibile. A volte mi chiedo se non sia il caso di occultare nuovamente certe questioni scoperchiate in passato, ad esempio da Voltaire, da Marx e in seguito da Freud, da schiere di filosofi che hanno spogliato l'umanità dalle sue illusioni, rompendo le forme arcaiche. La mia generazione è cresciuta nell'epoca della demistificazione dei rapporti uomo-donna, della religione, dell'amore, della storia, della letteratura. Ma, quando sono cominciati a piovere i colpi della belva totalitaria, ci si è accorti che per salvaguardare l'uomo in sé bisognava far ricorso a quegli ideali e valori già considerati parte dell'ispirata fraseologia delle ipocrite generazioni del passato.Una coscienza libera dai pregiudizi non bastava più, bisognava ritrovare le antiche parole d'ordine dell'onore, del sacrificio, della speranza. E successivamente .... successivamente sono spuntati i quadri di partito affrancati dalle idee borghesi, militanti nuovi con le loro verità già piene di nuove ipocrisie, libertà, uguaglianza, fraternità comprese. Oggi, se nelle mie letture mi imbatto casualmente nell'assioma "L'ineguaglianza è una legge di natura e l'uguaglianza la più orribile delle ingiustizie", penso che la fase smascheri un'idea appartenente al passato ma che è stata dissimulata dall'ipocrisia. Domanda: l'Occidente crede ancora nella vita? E per vita intendo l'incalcolabile, la speranza, il caso. Il pericolo. Il destino. L'Occidente vede la vita come una partita ingaggiata con il destino, o come una condanna? Crede all'esistenza e alla morte? La vita è pericolosa, così è sempre stato e sarà. Un tempo la letteratura suggeriva all'uomo: tu vivi in mezzo ai pericoli, dunque sei vivo. La letteratura della nostra epoca gli dice invece: tu vivi, dunque sei condannato. L'Occidente considera il tempo presente come esistenza o solo come finale di partita? Verdetto di una giuria? Colonia penale? Sterminio senza senso a cui lei stessa si condanna? Credo che siano interrogativi da porsi. 30 Sulla strada del bosco Vladimir Makanin traduzione di Paolo Galvagni Vladimir Makanin (Orsk, Urali 1937), laureatosi in medicina all'Università di Mosca nel '60, è sempre vissuto nella capitale dove ha frequentato tra l'altro i corsi superiori di sceneggiatura e regia presso l'Istituto statale per la cinematografia. Il suo primo libro di narrativa, Linea retta, è uscito nel 1967.Fra leopere degli anni successivi ricordiamo: Nelle grande città (1980), Voci (1982), Il profeta (1983). In taliano sono stati tradotti presso le Edizioni e/o Azzurro e rosso ( 1990), Un posto al sole (1988), Il cunicolo (1991). Una volta ho scritto, senza portarla a termine, una piccola riflessione di una decina di pagine, All'ombra della montagna, dove sviluppavo il concetto, che allora mi piaceva, secondo cui il nostro XIX secolo è un'enorme montagna ricoperta dal bosco della grande letteratura, con noi, poveretti, che ci troviamo all'ombra di essa. (Allora mi sembrava che la gente di questo secolo non si vedesse affatto.) Attraverso gli sforzi dei componimenti scolastici sulla montagna si scorgevano le selve e i querceti del focoso Puskin, si vedeva il massiccio di Dostoevskij, tutto pieno di "foglioline vischiose", ovviamente la vecchia quercia di Tolstoj, i viali oscuri di Bunin e perfino il podere di Fet, e già si sentiva l'alito della prima dolce adolescenza e della scuola (e della severa scuola separata degli anni staliniani), quando lì, come un'ombra, appariva il buon Ivan Sergeevic Turgenev con la sua folta barba, allorché all'ora del tramonto, con gli stivali da cacciatore e il fucile, "a passi veloci attraversava una macchia di cespugli" : cioè, neanche Turgenev era stato dimenticato, anche i suoi cespugli erano stati presi in considerazione, c'erano. Questa era dunque la montagna ricoperta dal bosco. Ma, certo, non solo dal bosco. Sulla montagna si potevano vedere un groviglio di sentieri che si snodavano in varie direzioni, frammenti di rocce montane, massi e burroni bianchi che djgradavano verso il basso. Ma incamminarsi, anche mentalmente, per quel percorso in salita, senza guida, sembrava impossibile. E allora là (in quel piccolo saggio) comparivano accompagnatori e si presentò un critico letterario proprio ai piedi della montagna (forse verrà con te fino in cima, una guida è più che sufficiente, è del luogo). Persona colta, agevolerà la tua difficile salita anche con troppo zelo, ma non resta che lasciarlo fare. La guida è sempre un esperto del luogo, meticoloso nei particolari. Eccolo. Fate conoscenza. Lo guardi, e all'improvviso vedi d1e il suo volto ti è stranamente noto, e assomiglia ... a te stesso. Come mai? C'è qualcosa che non va. La somiglianza mette in guardia (e spaventa: non si è in grado di contare solo su se stessi). "Ma io non sono di qua. Non sono vissuto in quel tempo. Non posso essere la guida di me stesso!" - Ti sdegni. - "Sì e no", rispondono gli accompagnatori. E ti spiegano che la montagna è già una nuova realtà. E non è affatto il secolo scorso, nel quale, evidentemente, non sei vissuto, lo
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