Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

e i sogni degli schiavi. In nessun altro luogo fu creata un'opera tanto meravigliosa ma, credetemi, tranne poche centinaia di polacchi, nessuno ci capì niente. L'autore aveva fatto allusioni troppo velate a problemi ignoti, alla storia ingarbugliata di un oscuro paese, conquistato dalla zarina russa. E quando era avvenuto? All'epoca della Fronda o del Direttorio? La dialettica dell'asservimento, delle sue sublimazioni e degli imponderabili accoppiamenti di opposti: Azione e Passività, Onore e Tradimento, erano un soggetto irrazionale per gli occidentali. Leggendo una novella di un grande maestro di questa prosa "provinciale" (uno scrittore di poco più anziano di Thomas Mann) un critico francese si sbellicava dalle risa: un polacco rivoltoso, ferito, tornava sul campo di una battaglia ormai persa per morirvi con onore! Con cosa? Con onore? Ma era contrario ad ogni psicologia, nessuno avrebbe agito così nella vita reale! Per rendere comprensibile la morale nevrotica di una nazione soggiogata c'è voluto lo spostamento operato da Joseph Conrad, altro scrittore di questo paese, figlio di un insorto polacco: l'ha ambientata in mare, sotto il vessillo delle navi inglesi. Da quando voi occidentali avete preso ad amare i russi, avete smesso di interessarvi ai polacchi. Di queste due grandi letterature ossessionate dall'assenza di libertà, l'Occidente ha scelto la più orientale e demoniaca, quella che percepiva la sottomissione collettiva nella dimensione del peccato, come una caduta che aveva la sua causa nell'individuo. I polacchi invece vi leggevano la colpa altrui. Potendo scegliere tra colpa e peccato, l'Occidente ha preferito il secondo. I polacchi accusavano loro, gli altri; i russi dicevano io. Questo io russo ha accecato l'Europa, ormai sufficientemente sazia di benessere da smarrire il senso della parola loro, per dedicarsi alla conoscenza e al tormento di sé. Così, grazie ai Raskolnikov e ai Karamazov, l'Occidente ha cominciato a scoprire se stesso. A un intellettuale francese che mi aveva chiesto se mi sentissi ancora legato alla sinistra, ho risposto che non consideravo più la sinistra come una categoria etica, che la :,inistra era fatta da coloro che siederanno alla destra di Dio. Non avevamo più niente da dirci. Suppongo che mi abbia applicato questa etichetta: "Depoliticizzazione dell'intellighenzia polacca sotto l'influenza del cattolicesimo". Avevo risposto sinceramente. In Polonia sappiamo bene come le idee di progresso e di giustizia vengano trasformate in slogan per la propaganda di nuove forme di schiavitù. Il socialismo reale è stato un uovo di Colombo, senza destra né sinistra. Fu covato in seno al la cultura delle regioni euro-asiatiche, segnate dall' influenza teocratica di Bisanzio, plasmate da una mentalità e una storia diverse da quelle occidentali. "Krusciov era a destra o a sinistra di Stalin?" si chiede Milan Kundera in un suo saggio. Sarebbe come chiedersi se lo zar Paolo I fosse più a sinistra o più a destra dell'imperatrice Caterina Il. I polacchi, i cechi, i lituani non ragionano più secondo categorie politiche europee. Vivono nell'indignazione di chi si sente privato in modo perverso del decalogo dei diritti umani. Chi non ha subito una sciagura simile non potrà mai capire come l'esperienza di questo genere di società superi di gran lunga il pensiero politico accessibile agli occidentali. Raffrontate alla coscienza politica dei polacchi, tutte le rivolte e le rivoluzioni di Parigi appaiono ridicole. Un vuoto ci separa. SAGGI/BRANDYS Foto di Giovanni Giovannetti. Il nostro tempo percepisce la Storia come una specie di disgrazia, e noi vi intravediamo ormai una diabolica depravazione o una piattà turpitudine.D'accordo, ma perché allora provare meraviglia nel rileggere la Certosa di Parma di Stendhal, com'è successo a me di recente, dove si origina quel brivido di stupore già dalle prime parole: "Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano alla testa di quel giovane esercito che aveva passato il ponte di Lodi ..."? Che ritmo! In questa frase riecheggia il rullo dei tamburi. Ma non c'è solo ritmo. Proviamo una autentica nostalgia di una letteratura e di un'epoca in cui la Storia poteva costituire ancora un'avventura. Che periodo straordinario! Ci si poteva tuffare nel la Storia, respirare l'odore del sangue, della battaglia politica e della polvere da sparo, percorrere a cavallo mezza Europa, poi scendere a terra, allontanarsi dalla scena e passare il resto della propria vita in una cittadina tranquilla per riflettere su quanto si era vissuto, e scrivere. Le avventure con la Storia. Quella di Cervantes, quella di Stendhal. L'avventura mortale di Byron. E noi? Come viviamo la Storia? O viceversa? Due anni dopo la battaglia di Jena, Napoleone rivelava a Goethe: "La politica è il destino". Forse prevedeva il nostro destino. La tragica concezione greca della predestinazione 29

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