IL ROMANZO IN EUROPA Opinioni a confronto La rivista madrilena "El Urogallo" ha organizzato nello scorso gennaio, dal 19 al 23, un Incontro internazionale sul romanza in Europa, che ha raccolto venti scrittori di varia provenienza a discutere sul ruolo che il romanza svolge, o può ancora svolgere, nel nostro continente. Nel numero 82 (marza) della rivista sono apparsi i testi dei vari interventi, e noi abbiamo scelto quelli che ci sembravano più interessanti per i nostri lettori e per il nostro lavoro. (Per la cronaca, non abbiamo utilizzato, per un motivo o per l'altro, quelli di Rafael Argullol, Claus Clausen, Luis Mateo D[ez, Alejandro Gandara, Javier Garda Sdnchez, Josef Haslinger, Claudio Magris, ]osé Maria Merino, Paul Nizan, Jesus Pardo, Robert Saladrigas, José Luis Sampedro ). Abbiamo invece aggiunto un intervento di Beryl Bainbridge, una scrittrice inglese che molto apprezziamo, risultato di un 'intervista con i nostri amici Rosalind De/mar e Geoffrey NowellSmith. E le risposte di cinque scrittori italiani a un nostro miniquestionario sugli stessi temi del convegno, applicati alla situazione del nostro paese: Vincenzo Consolo, Raffaele La Capria, Luigi Malerba, Emilio Tadini, Paolo Volponi. Ringraziamo calorosamente Encarna Castej6n, redattrice capo di "El Urogallo", e la redazione della rivista tutta, per la cortesia e la generosità con le quali ci hanno messo a disposizione gli originali dei testi da noi scelti, permettendone la pubblicazione sulla nostra rivista. Rendere giustizia al mondo visibile Kazimierz Brandys traduzione di Françoise Bohr Kazimierz Brandys (L6dz, Polonia 1916) ha preso parte alla lotta contro l'occupazione nazista. Attivo nelle battaglie democratiche in Polorua, hapagato con persecuzioni eostacoli frapposti allapubblicazione delle sue opere. Esule a Parigi dal 1981, ha pubblicato numerosi racconti e romanzi. Tra le opere tradotte in Italia: La difesa della Granada (Mondadori 1961); La madre dei re (Feltrinelli 1959),Lettereallasignora Z (Mondadori 1964), Variazioni postali (Edizioni e/o 1988), L'idea (Editori Riuniti 1979), Rondò (Edizioni e/o 1986), L'arte difarsi amare (Edizioni e/o 1990). Narrare è la mia attività principale. Mi è capitato spesso di cambiare tono di scrittura, passando dal pathos retorico ali' ironia e al paradosso. Mi sembrava evidente che il mondo fosse al contempo patetico e paradossale e nei miei primi due libri lo descrivevo da questi due punti di vista apparentemente contraddittori. Sto parlando del mio doppio debutto letterario, perché quei due primi testi sono usciti quasi simultaneamente, prima quello patetico poi l'ironico, benché fossero stati scritti nell'ordine inverso. Ero turbato da quella contraddizione, non sapendo se era ancorata nel mondo o solo in me stesso. Col tempo mi sono convinto che riguardava entrambi, me stesso quanto la realtà, e che un giusto modo di intendere il narrare richiedeva la variazione dei mezzi espressivi, dei toni, dei punti di vista. Quando si scrive non bisogna annoiarsi, bisogna sedurre se stessi. Un vero don Giovanni 28 parla con voci differenti che non controlla interamente, perché sono loro a parlare per suo tramite. In genere mi capitava di non riuscire più a scrivere quando il mio tono si era esaurito. Non potevo proseguire; la mia stessa voce mi veniva a noia. Sapevo che bisognava cambiare voce, introdurre un motivo nuovo che dovevo percepire, trovare. Da qualche tempo mi chiedo se non debba riprendere a scrivere romanzi. Vorrei in effetti comprendere quello che mi sta succedendo, perché mi manchi la voglia di scrivere un romanzo. Non ne scrivo più da quindici anni. Ho concluso Rondò nel I977. Da quindici anni scrivo i Carnets, una sorta di diario. Il mio diarioromanzo, così lo chiamo. Nei Carnets, infatti, c'è una narrazione romanzesca, con un protagonista, uno sfondo storico, dei personaggi di secondo e terzo piano, un tempo dell'azione, un quadro dei costumi, ecc. In fondo, facendo uno sforzo, potrei scriverlo come un vero romanzo in terza persona, attribuendo ai personaggi nomi fittizi. Ma non ne ho voglia. E il non volerlo, il rifiuto di scrivere in terza persona, è l'elemento importante, essenziale, che chiamo modificazione della prospettiva o spostamento del punto di vista, e che corrisponde probabilmente a un nuovo tipo di impegno nei confronti della realtà. Un impegno che si manifesta come rifiuto di una letteratura generata dalla forma anziché dalla vita. Sì, la letteratura cambia. Anche la pseudo-letteratura. Esistono certi autori moderni di terz'ordine, prodotto dei radicali cambiamenti nell'arte del nostro tempo, e dotati di una notevole capacità di creare apparenze. Io ripeto spesso che seè molto facile distinguere la buona letteratura da quella cattiva, altrettanto difficile è individuare quella che della buona letteratura ha solo l'apparenza. Soprattutto nei periodi di decomposizione delle forme classiche come il nostro, in questi anni d'oro per teorici e artisti mediocri. Esiste certo una condizione umana universale, ma esistono anche delle condizioni collettive universali. Duecento anni or sono i polacchi hanno vissuto un'epoca di esperienze prima sconosciute. La disfatta e la sottomissione hanno loro imposto una realtà nuova, scioccante, e trent'anni più tardi hanno dato vita a una letteratura nazionale. Nei cento anni successivi, questa letteratura ha detto tutto quanto aveva da dire. Non ha tematizzato l'uomo immerso in un mondo privo di libertà, ma una nazione privata della libertà. Non c'è mai stata migliore raffigurazione della sconfitta di una nazione, del suo piegarsi alla sottomissione, di questa letteratura provinciale di un paese soggiogato che insultava Dio, risuscitava i morti, fremeva di rivolta contro la realtà. Il suo grido è riecheggiato per un intero secolo senza essere mai ascoltato. Voi occidentali capivate sempre meno l'aspetto essenziale del fenomeno. La dipendenza nazionale era un anacronismo, il Belgio, l'Olanda, la Grecia avevano raggiunto l'indipendenza, Egmonte Guglielmo Teli erano diventati libretti d'opera. Quando un tema passa nel repertorio del!' opera lirica cessa di essere attttale. Ben presto vi siete messi a divorare i romanzi di Dostoevskij: le nazioni ormai erano libere, ma l'uomo aveva smarrito la libertà. L'Occidente non si appassionava più alla lotta per l'indipendenza politica, le catene da cui liberarsi erano d'ordine metafisico. Nello stesso periodo, un disegnatore di Cracovia, l'antica capitale polacca, la Cracovia imperial-regia degli Asburgo, scrisse un dramma con danze e canti, l'unico vaudeville nazionale esistente al mondo sulle allucinazioni
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