Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

CONFRONTI La trovata fondamentale del romanzo, però, è la locanda Almayer (un omaggio a Conrad, ad Almayer's Jolly) concretizzazione fantastica di un luogo collocato esattamente davanti all'oceano, dove le onde si frangono e diventano terra, dove la terra si scioglie nell'acqua, spazio atopico per eccellenza caratterizzato dal fluire del tempo di una perenne e sempre identica metamorfosi. Questo il primo baricentro del romanzo: in modo molto semplice, nel "Libro primo" (Locanda Almayer) i personaggi entrano in scena con il loro ingresso nella locanda, e nel "Libro terzo"(/ canti del ritorno), l'ultimo, si congedano uscendone; il destino di ognuno si è rivelato. Il punto è proprio questo: la piccola pensione raffigura lo spazio e il momento in cui si colloca l'esperienza cardinale della vita dei personaggi, e cioè quella svolta in cui si manifesta senza ombra di dubbio il destino di ognuno, esorcizzato e strologato tramite giacche da adulto e lettere d'amore. Percorsi diversi e asincroni si condensano, compresenti, in un posto che porta l'insegna di locanda Almayer; ecco dunque il luogo della certezza, psicologica, sentimentale, razionale. Tutti troveranno qui le proprie risposte, e la loro storia è poi sceneggiata nella terza parte del libro. Un luogo, dunque, della contraddizione, perciò collocato fra mare e terraferma: vi giunge Elisewin, "ragazzina troppo fragile per vivere e troppo viva per morire" (p. 29), Bartleboom, autore di un'Enciclopedia dei Limiti che si rivelerà un libro infinito, e tutti gli altri. Ma c'è un secondo baricentro del romanzo, ed è il "Libro" centrale, intitolato Il ventre del mare. Infatti, la prima e l'ultima parte raccontano le storie degli eroi, vicende che si sviluppano "in orizzontale" nel tempo e nello spazio, e sono storie diversissime fra loro, come differenti sono i personaggi che le interpretano. A tale varietà si contrappone però una singola certezza, la sola certezza possibile: è un'esperienza terribile, un viaggio questa volta verticale, nel profondo dell'individuo e dell'umanità, nella dimensione antropologica dell'essere vivente. Un viaggio che è naufragio, orrore, desiderio di autodistruzione come compimento finale, cui si oppone la materia organica di cui l'uomo è composto, nella contraddizione vitale e insieme mortale sceneggiata qui. Non tutti faranno l'esperienza del ventre del mare, perché pochissimi sono in grado di sopravviverle, ma la verità che nasconde riguarda qualunque uomo. La contraddittoria dialettica fra vita e morte, terra e mare, orizzontalità della storia della vita e profondità dell'esperienza della sua tragica essenza, oltre a incentrarsi in una locanda fantastica e inesistente, mediazione fra il mare oceano e l'entroterra delle biografie dei protagonisti, delle loro storie pregresse, è esemplificata pure dalla complementarietà dei loro destini rispetto al caos di tutte le possibilità non esperite dalle loro esistenze. È, questa, una corrispondenza fra le tante altre che intrecciano il romanzo, fitto di segrete analogie. Elise soffre d'ipersensibilità e guarisce grazie ad Adams, la cui anima è "come un quieto villaggio saccheggiato e disperso dall'invasione selvaggia di una vertiginosa quantità di immagini, sensazioni, odori, suoni, dolori, parole" (p. 60): deserto sentimentale ed eccitazione della sensibilità si compensano. Il pittore Plasson cerca dove inizia il mare, e stringe amicizia con Bartleboom, assillato dalla necessità di capire dove il mare finisce. Padre Pluche, alla fine, torna dal suo barone, come è giusto; Ann Daverià lega il suo destino a quello di Savigny, e lo compie. La finitezza di queste storie complementari si esprime in un universo massimamente aperto, visto che "ogni uomo è feritoia e spiraglio, porta piccola da cui rientrano storie a fiumi e l'immane repertorio di ciò che potrebbe essere, squarcio infinito, ferita meravigliosa, sentiero di passi a migliaia dove nulla più potrà essere vero ma tutto sarà" (p. 10). 24 Invece, è un personaggio sconosciuto ad abitare la settima stanza della locanda Almayer: la sua presenza incombe, ma non lo si vede mai. La sua storia, non la si scopre affatto. Solo alla fine, partiti tutti, si affaccia ed esce allo scoperto. Porta con sé un fascio di fogli scritti, con cui ha cercato di "dire il mare". Erede di quel poco che sopravvive di antichissime pratiche magiche oggi perdute, ultimo discendente di stirpi di sacerdoti in possesso di arcani saperi in grado persino di quietare la rabbia dell'oceano, memore di dimenticati riti religiosi, l'uomo della settima stanza abbandona, per ultimo, la locanda, che scompare in cielo dietro alle sue spalle. Cosa rimane? Sulla spiaggia, l'uomo della settima stanza cerca qualcosa. Cerca una pietra. La trova. È rotonda; la impugna, si china quasi al livello del pelo dell'acqua e la lancia, per gioco: "La pietra iniziò a saltare, sul pelo dell'acqua, una volta, due, tre, non la smetteva più, saltava che era un piacere, sempre più lontana, saltava verso il largo, come se l'avessero liberata. Sembrava non volesse più fermarsi. E non si fermò più" (pp. 226-227). Speriamo che Alessandro Baricco ritorni ad abitare quella stanza, per regalarci poi altre pietre tonde capaci di rimbalzare senza più fermarsi sulla superficie del mare, per meravigliarci ancora con la magia del suo talento letterario. Piccoli esercizi di misoginia di Sandra Petrignani MariaNadotti Foto di Giovanni Giovannetti. Poche storie. Sembra un'intimazione, di quelle che si rivolgono di solito ai bambini capricciosi, alle donne viziate e in genere a chi, per l'appunto, fa storie. Il contrario di sincerità, schiettezza, capacità di dire o forse capire le proprie ragioni e di difenderle con metodi corretti e diretti. Una strategia squisitamente femminile, la forza dei deboli, degli insicuri, degli isterici. Far parlare tutto meno che la ragione. Per riuscire a farsi ascoltare, naturalmente. Poche storie è, però, anche un accattivante e autoironico titolo numerico, che pare fatto apposta per rassicurare i lettori pigri e intermittenti e per ridimensionare e forse far passare inosservato un progetto letterario e non solo che di accattivante non ha proprio nulla. Le dodici storie di Sandra Petrignani (Poche storie, The-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==