Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

CONFRONTI Foto di Fronco Tonel ID. Day/G. Neri). forza gli eventi, prepara la storia del domani, lavora "per gli Annales del 2500 dopo Cristo ...". E negli Annali del futuro un posto di un certo rilievo andrebbe dato, per usare il gergo socio-burocratese, al problema degli sfratti nelle zone ad alta tensione abitati va. Il Prospero di questa Tempesta, lungi dall'essere Duca di Milano e mago che rimette tutte le cose al loro posto, è appunto uno sfrattato, che respinge a fucilate le forze dell'ordine incaricate di "rendere esecutivo il rilascio dell'immobile", si barrica in casa, e poi si ammazza, ma dopo aver accettato, confidando in un improbabile riscatto se non in una santificazione, di raccontare la propria storia e, soprattutto, di mostrare la propria necessarissima e non abbandonabile casa al cronista di cui sopra. Non meno piccolo borghese che esiliato e marginale, Prospero ha perso la moglie (scappata con un santone indiano) e la figlia (tossicodipendente inghiottita da viaggi e compagnie disperanti), e poi ha perso la ragione, decidendo di trasformare la sua casa in un tempio, nel luogo in cui dovrebbe trovare forma e senso il caos del mondo: come potrebbe ora rinunciarvi? Egli si sente come "il re" di un'isola, e perde completamente la percezione non solo dello squallore materiale del proprio regno, fatto "con un po' di frantumi presi da varie spazzature", ma soprattutto del fatto ch'esso lo esclude definitivamente dal mondo, votandolo ai ricordi e a un destino di perenne, maniacale autodifesa dalla sofferenza, ma proprio per questo anche dalla vita: che là, in quella "Casa del Senso", è imbalsamata e tenuta a distanza, resa inoffensiva come in una grande "macchina anestetica". Eppure proprio la pretesa assurda di fare di un'abitazione un mondo alla fine fa sì che nell'universo reclusorio di Prospero brilli qualcosa come "il Vero" (sì, proprio quello con la maiuscola), l'ombra di un assoluto nascosto nella nostra miseria quotidiana. Come nella folgorante storiella del prete un po' toccato che entra in una panetteria e dice le parole che consacrano l'ostia: "Allora non c'è niente da fare, tutto il pane di quella panetteria, transustanziato, diventa corpo di Cristo. Tutto, ma tutto: la michetta normale e il pane all'olio, e il pane ferrarese, il pane sardo, il pane pugliese, perfino i cracker integrali e quelli ai sette cereali, perfino le tartine e le fette biscottate Vitasnella, perfino l'ultima briciola ammuffita nascosta in una crepa del pavimento. Tutto corpo di Cristo". Ecco così che Milano diventa una sorta di luogo ultimo, confine e fine del mondo, sede di un'apocalisse fasulla e insieme troppo vera, scoppiata, non per caso, nel momento esemplare della falsa festa e della solitudine urbana: "Ferragosto, fantascienza ... / Forse c'ero solo io, a Milano./ A una specie di confine." Dentro il mondo di Prospero noi ci siamo già, e proprio quando 22 ci piacerebbe pensare che tutto questo ci sia estraneo: noi sfrattati da ogni credo e oggi di nuovo estremisti, noi cittadini del mondo e localisti leghisti nazionalisti, noi tutti sempre pronti a scambiare (a barattare?) le nostre esperienze con l'immagine della totalità che diciamo di non poter possedere ma sempre crediamo, nel profondo di noi, che ci accompagni. La figura del narratore ci suggerisce anche questo: rappresentante del mondo dei normali nella casa del pazzo, egli ne resta poi affascinato: ma perché in fondo vi si riconosce, lo sa suo simile e fratello, come del resto l'ipocrita lettore, anch'egli impegnato, e proprio per mezzo del libro che ha in mano, a sostituire la paura con i sogni. Ma l'intenzione per così dire teologica di Tadini sarebbe poco meno che impensabile nella letteratura del Novecento (e quasi del Duemila) se la necessità di dire le verità più alte non facesse tutt'uno con l'impegno senza tregua a non cadere nella trappola del sublime enfatico. In un'intervista di qualche anno fa a "Linea d'ombra" Tadini ebbe a dire: "Io detesto la letteratura dove c'è la finzione assoluta di un tono medio, dimesso. Perché non è vero che sia così, nella realtà non è affatto vero che ci sia questo tono minimo che regge la quotidianità: il profilo altimetrico della quotidianità va da vette ad abissi tremendi, la quotidianità è una linea seghettata con delle escursioni fortissime fra l'alto e il basso, non è affatto vero che è una specie di retta uniforme, è un'invenzione!". In effetti la caratteristica dello stile di Tadini non sta solo nella mescolanza sistematica, sulla scorta della lezione gaddiana, di alto e basso, comico e tragico, ma anche nel fatto che l'uno e l'altro cozzino fra di loro sempre in modo estremo, senza mediazioni. E questo avviene nel lessico, per esempio attraverso una vera folla di definizioni iperboliche, per di più corredate di maiuscole enfatiche ("Il Bambinone Mostruoso", il "Gran Premio Manicomio di Mombello", il "Santuario della Madonna Biodegradabile"). Ma avviene anche, e in modo magistrale, nella sintassi, che è tutto un mescolarsi programmaticamente incongruo e affannato di parlato e di letterarietà, spesso indistinguibili, tra folle di esclamativi e interrogativi, di puntini di sospensione, e incertezze, reiterazioni, anacoluti, parentesi. Si può peraltro dire che il regime della mescolanza qui vige anche al livello del genere letterario: perché La tempesta si presenta sì come un romanzo, ma costruito con una rete di corrispondenze interne così fitta da fame anche una sorta di poema. Ed' altro canto è anche un libro intimamente teatrale: tutto costruito com'è su un dialogo continuo, o piuttosto su un intrecciarsi di monologhi. Del resto anche il teatro è un'antica ossessione di Tadini; e con il teatro il Carnevale, che dà origine a una bella profusione di maschere, e soprattutto il cinema, che genera una ridda di metafore, anche nella variante "per bambini" dei cartoni animati. E tragiche maschere comiche, non si sa quanto di carnevale o di cartoon, sono anche gli altri personaggi di cui pure bisognerebbe dire qualcosa, a cominciare dal Nero, cioè dal vucumprà (e chi più esiliato di lui?) che si unisce a Prospero-Robinson nell'isola del naufragio. Amoroso Venerdì assai più che infido Cali bano, è il Nero a usare il fucile che dovrebbe scongiurare la catastrofe: manco fosse la versione sfigata di un qualche ramponiere negro, a disposizione di 4n Achab terragno, pezzente e miserabile: forse terribile solo perché cala a picco con la sua nave, pardon, con la sua isola. Così ancora sarà difficile dimenticare il Commis~ario, napoletano e intellettuale (chi non ricorda Il pasticciaccio?), che funge quasi da coscienza critica per il narratore; o lo stesso fratello del protagonista, dirigente politicante maneggione in un fantomatico ente romano, e in realtà assai più simile a Prospero di quanto ciascuno dei due fratelli potrebbe mai, non si dice ammettere, ma nemmeno pensare. Abbiamo parlato di Gadda, com'è troppo ovvio, ma in Tadini opera anche visibile (e dichiarata) la lezione di Faulkner, di Céline,

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