Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

CONFRONTI Nevi Ile assiste ali 'inutilità dei propri sforzi ma forse-fuori dalla cornice narrativa - accede alla conoscenza, mentre il Daddo muore senza aver compreso il senso di eventi che dopo la sua scomparsa vanno incontro al loro autonomo e indifferente sviluppo. E tuttavia, fuor di metafora, la contraddizione coinvolgente i due personaggi è non meno vistosa, anche se enormemente proficua sul piano conoscitivo: solo il detentore della ricchezza, e in parte anche del sapere, può permetterci di accedere alla realtà, e può evocare il miraggio della sua trasformazione; ma un approccio tanto nobile è nondimeno cognitivamente errato, e anzi è destinato a non mutare nulla. Ancora: sia Daddo sia Neville rifiutano un coinvolgimento emotivo totale, e se entrambi amano le protagoniste dei romanzi (l'Iguana ed Elmina), finiscono tuttavia per rimuovere i propri affetti, e addirittura proiettano sulle due giovani un grumo di ansie e di diffidenze che ne modifica irrimediabilmente la fisionomia (I'Iguana si rivela donna solo dopo la morte di Daddo; la bontà profonda di Elmina è percepita in extremis). Difficile insomma immaginare un modo di procedere più anti-illuministico (e in fondo anche anti-realistico), rinvenibile in un'autrice per certi versi così razionale. Né è arbitrario cogliere in tutto questo la strategia allegorica invariante del Cardillo addolorato, il radicamento primario di una "letteratura sentimentale risolutamente anti-patetica" (L. Clerici) quale è quella dell'Ortese: l'azione combinata, voglio dire, di un massimo di adesione virtuale alle sventure del mondo, insieme al massimo di dialettizzazione e di distanziamento prospettici. Diffidente verso tutto ciò che si presenti come pura natura, o meglio convinta che parole come purezza e natura abbiano irrimediabilmente perso di significato, e possano essere nominate come mere virtualità di senso, l'Ortese sa anche che da qualche parte là fuori una ferita è stata inferta, che il dolore e la sofferenza ci sono; e perciò moltiplica ad infinitum le strategie di aggiramento, gli artifici, le finzioni, i misteri e le menzogne, che permettano di cogliere, o almeno di avvicinare, il cuore nevralgico del male (nel Cardillo addolorato, del resto, ci viene detto sin dall'inizio che "senza la retorica, nulla di serio e di vero può essere detto, mancando quel falso eh' è misura e supporto del vero" - p. 17). Di qui deriva, del resto, quella particolare caratterizzazione della voce narrante, che può essere in grado alternativamente di assumere un atteggiamento simpatetico rispetto ai personaggi e agli eventi, oppure di mentire in modo tanto arbitrario quanto ironico, fornendoci di essi una chiave di lettura palesemente assurda e/o errata (fino a effetti di falsetto artificioso come quello che si legge a p. 43, in relazione a una presunta illuminazione religiosa del Neville). Prova ne sia che, stando alle dichiarazioni dell'autrice, il romanzo prende spunto dalla "storia di un silenzio, un'indipendenza, un amore segreto perun piccolo della Natura - e anche altre forme della minorità (umana)[ ...]" (cfr. il "Corriere della Sera" del 30 maggio): tutti temi che viceversa sembrano assiduamente essere contestati e occultati dal narratore, il quale infatti avvolge il "silenzio" e !'"indipendenza" di Elmina di un alone di diffidenza che travolge quasi del tutto !"'oggettiva" fisionomia del personaggio, e la rende davvero opinabile. Appunto per questo non capisco come possa piacere la narrativa dell'Ortese in un mondo come il nostro, sempre meno propenso a una lettura della realtà sfaccettata, dove tutti sappiamo chi sono i veri colpevoli, e tutti (innocenti e colpevoli) abbiamo in tasca le ricette miracolose per uscire dalle crisi del nostro vivere. E tuttavia, e proprio per questo, il pessimismo combattivo e drammaticamente smagato dell'Ortese a me sembra un buon antidoto contro tanti semplicismi: e sarebbe già un grandissimo risultato se qualche pezzo del nostro cervello cominciasse a funzionare un po' meglio dopo avere letto Il cardillo addolorato. Emilio ladini: una metafora ad alta densità Gianni Turchetta Forse questa sarà l'ultima volta che, cominciando una recensione di un libro di Emilio Tadini, mi sentirò in obbligo di spiegare: "noto e valente pittore, è anche scrittore di talento". Perché, insomma, dopo una prova dello spessore de La tempesta, (Einaudi, 1993, pp. 383, L. 32.000), sarebbe ora di riconoscere che, indipendentemente dalla sua notorietà in altre regioni del1' arte, Tadini può stare a pieno diritto nello sparuto gruppo degli scrittori italiani davvero significativi degli ultimi anni. Ci sono due indizi relativamente secondari che danno qualche pezza d'appoggio alla mia affermazione. Anzitutto la costanza e l'assenza di fretta del lavoro di Tadini: in trent'anni egli ha pubblicato solo quattro romanzi (oltre all'ultimo: Le armi l'amore, Rizzoli 1963; L'Opera, Einaudi 1980; La lunga notte Rizzoli 1987) e un libro di poesie (peraltro assai notevole, L'insieme delle cose, Garzanti 1991), ma tali da non lasciare molti dubbi sul loro venir fuori, faticosamente sbozzati più che sbocciati, da un lungo lavorìo, di pensiero prima ancora che di scrittura. Tanto che verrebbe da chiedersi, come fa il narratore della Tempesta riguardo alla casa del protagonista Prospero (a conferma della suggestione shakespeariana presente nel titolo), se Tadini i libri "li costruisce o li scava". Ma c'è un altro elemento, che spesso si ritrova negli scrittori che hanno davvero qualcosa da dire: l'insistenza su certe figure e immagini, cioè, meglio, la loro presenza ossessiva, che è anche capacità di approfondimento, nel corso del tempo, di significati sempre più densi e polivalenti. Capolista indiscusso delle ossessioni di Tadini, e, paradossalmente, proprio in virtù di lancinanti complessi d'inferiorità, è il ritornante personaggio-narratore, che, a partire da L'Opera, s'incarica di "mettere insieme" (un'espressione tipica di Tadini) e riferire la vicenda principale della storia, che però è qualcun altro a raccontargli. Giornalista di cronaca, ciccione, miopissimo (anzi "Quasi cieco, io, va bene"), decisamente fifone, di nuovo, come ne La lunga notte, questo narratore pare si metta a scrivere un libro soltanto perché non riesce a fare un normale articolo. Come dire, mi pare, che la letteratura nasce laddove c'è una mancanza, qualcosa che non gira rispetto alla vita di tutti i giorni. Né sappiamo se il discorso del nostro cronista qui guadagni in credibilità o piuttosto in inattendibilità per il fatto di essere, oltre che il racconto del racconto di un altro, anche una testimonianza resa a un commissario di polizia, che, com'è ovvio, si ripromette di tradurla più tardi nel linguaggio "oggettivo" dei verbali polizieschi. Ma è anche fondamentale che Tadini assegni il ruolo di portaparola, e di portatore di verità, proprio a un giornalista, cioè al rappresentante esemplare dell' anti-verità, dei discorsi inautentici e affrettati che dal cielo dei media si riversano senza tregua su di noi. E non è certo un caso che questo narratore sia anche orbo: "Non era da ridere? Io, con le mie cinquemila diottrie, con le mie lenti spesse come fondi di bottiglia, io, il cieco della cronaca - nera, appunto, la cronaca nera, la mia - io, preso in giro, per i miei stenti visivi, in tutte le redazioni della penisola ... L'occhio, adesso, ero diventato! L'Occhio in se stesso. Lo Sguardo". D'altra parte dobbiamo pure prendere atto (come vuole Taciini, o almeno il suo portaparola) del fatto che, nel nostro tempo, chi fa la cronaca, chi rimastica più o meno in fretta e a 21

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