Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

CONFRONTI Napoli, Sonio Moria Maggiore dello Pielrosonlo (foto di Sergio Riccio). degenere, diventa spesso una vessatrice di Gerontuccio; ma anche il caro amico di Nevi Ile, il mercante Nodier, si rivela ostile al Folletto, e infatti è artefice della sua scomparsa. Per non parlare poi dello stesso Cardillo, che può essere identificato ora con questo ora con quel personaggio (dai più piccoli e indifesi sino agli adulti e potenti), ma può persino andare incontro ad attribuzioni di valore e di senso radicalmente differenti e contraddittorie: vittima e in qualche modo emblema di una natura patetica, strumentalizzata dall'uomo in funzione dei propri egoismi contingenti; oppure forza di oppressione, verità esigente e intollerante che vuol piegare il mondo agli arbitrii della propria soggettività. Tanto più che, a rendere ulteriormente nebulosa e indecidibile la costellazione dei significati che caratterizzano l'opera, contribuisce anche la tendenza - nella produzione del!' Ortese peraltro costante, ma in questo caso portata alle estreme conseguenze - a sfumare l'identità dei personaggi presentandoli in prospettive differenti a seconda dei nomi con cui vengono evocati.L'esempio più clamoroso è dato dal piccolo Hyeronimus Klippchen, che viene inizialmente sovrapposto e confuso con due altri personaggi, Geronte Watteau, rampollo d'una nobile famiglia presso cui lavora Elmina, e Gerontuccio, detto anche Portapacchi, umile servitore. Ora, nel romanzo prima si mescolano i due Geronte, che vengono appunto fusi in una sola persona, e poi accade che - separati nettamente questi due - si scopra che Hyeronimus e il Portapacchi coincidono, sono lo stesso individuo erroneamente scisso da un'inadeguata percezione della realtà. E se inoltre pensiamo che Hyeronimus può anche essere chiamato caprettino, il nano, Lillot ovvero Folletto di Colonia, e che anche la sua fisionomia esteriore cangia dal giovanissimo al vecchissimo, 20 dall'uomo all'animale- comprendiamo quale grado di ambiguità e di indecidibilità attraversi la narrazione. Significativo anche il caso della serva Ferrantina, che comincia ad essere chiamata Madame Pecquod verso la fine del romanzo, proprio poco prima che si scopra la sua vera identità (era la prima e autentica moglie del Civile). Il che significa in fondo dire che, nel magma del reale affetto da colpa, all'uomo non è nemmeno concessa un'identità anagrafica solida, dal momento che il suo spessore esistenziale può essere definito solo in base ai rapporti che provvisoriamente lo legano alla storia; e, al mutare di questa, non può non trasformarsi la fisionomia globale del personaggio, nome incluso. Certo: ma tutto ciò accade anche peruna peculiarità prospettica che caratterizza Il cardillo addolorato, e che riguarda proprio la questione del punto di vista attraverso cui inquadriamo il racconto. Ora, è indubbio che la percezione in progress degli eventi va attribuita alle distorsioni del filtro percettivo detenuto dal principe lngmar Neville. Ma il fatto- in sé ben poco peculiare- si rivela davvero decisivo per una comprensione "ideologica" del romanzo, se teniamo presente che il principe non solo osserva la storia, e agisce come ogni altro personaggio: ma svolge, o dovrebbe svolgere, pure il ruolo di un vero e proprio benefattore, ovvero deus ex machina, entità oblati va di natura soprattutto economica, capace di mutare il corso degli eventi. Neville, insomma, vuol fare del bene: vuole capire che cosa succede per migliorare la situazione, e tutto ciò gli è teoric;amente consentito dalla sua illimitata disponibilità finanziaria. Chi conosce un po' l'opera dell'Ortese sa che questa è grosso modo la stessa modalità narrativa e tematica su cui si regge L'Iguana: anche là un benefattore (il conte Daddo Aleardi) è inserito in una vicenda da lui mal compresa, la cui complessità è suscettibile di vanificare il suo slancio filantropico. C'è però nel Cardillo un clamoroso rovesciamento dei rapporti fra il filantropo e il reale, perché il

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==