CONFRONTI Tempi buoni per il romanzo In pochi mesi in Italia ••• Tempi buoni per il romanza, in Italia. Negli ultimissimi mesi sono usciti quattro romanzi diversamente importanti, tutti molto belli: quelli della Ortese, di Tadini, della Sereni (già recensito negli scorsi numeri), di Baricco - esponenti di generazioni diverse, scelte diverse ma ugualmente alte, impegnative, rappresentative. E poi altri ancora, e vari libri di racconti (quello di Cerami, quello della Petrignani che qui recensiamo) e vari libri non-fiction (ultimo Candido Nord di Pivetta), che certificano della vitalità e dell'interesse di una stagione. Anche per questo, per fare il punto, per confrontare posizioni, abbiamo dedicato questo numero al romanza in Europa. E l'Italia è in Europa. Anna Maria Ortese e la nebulosa del dolore Paolo Giovannetti Difficile non stupirsi di fronte al successo di vendite che sta premiando l'ultimo romanzo di Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato (Adelphi, pp. 415, L. 35.000). E ci si stupisce non certo per una presa di posizione moralistica contro il mercato editoriale (dove infatti, come ognuno sa, può accadere tutto e il contrario di tutto), ma proprio perché mi sembra che l'Ortese con questa sua opera esprima un'idea di letteratura molto lontana dai valori (letterari e non) prevalenti nell'Italia odierna. A partire, intanto, dalle dimensioni del volume e dallo spessore della lettura che evidentemente richiede: in frontale contro-tendenza rispetto alla voga del microtascabile supereconomico, in qualche modo concepito per essere gettato prima ancora di essere usato (cioè appunto letto), qui siamo di fronte a un volume ingombrante, articolato in modo assai ricco (basti anche solo vedere le cinque pagine dell'indice), che esige dal consumatore un'esperienza tutt'altro che epidermica. Ma è nella sua idea primaria (l'idea, voglio dire, dominante in modo implicito entro tutto il testo) che Il cardillo addolorato incarna un atteggiamento di radicale opposizione rispetto alla realtà contemporanea. Al centro del romanzo c'è una forte consapevolezza (gaddianamente la diremmo "cognizione") della colpa. Solo che la colpa ortesiana è inserita in una trama nebulosissima di comportamenti, di peculiarità caratteriali, di eventi attuali e pregressi, che la razionalità degli individui (siano essi il narratore della storia, il detentore del punto di vista dominante nella stessa, oppure il lettore) padroneggia con notevole fatica. Il male è lì - sembra dirci l'Ortese-, il mondo anzi ne è saturo, e a qualcuno o qualcosa si deve attribuire la responsabilità di tanto lutto; ma l'identità del malvagio ci sfugge, e persino l'entità della colpa è in qualche modo indefinita. E esplorare il reale serve solo ad immergerci nell'indistinto, nel luogo cioè dove a ogni cosa può essere attribuita qualsivoglia funzione o valore; così che l'atto di conoscere è precluso anche ali' osservatore moralmente meglio intenzionato. La strategia espressi va dell'Ortese mira appunto a sceneggiare un universo di incertezza, che riguarda sia l'oggettivo contenuto del racconto sia il senso che ad esso è lecito attribuire. Fatichiamo a cogliere, innanzi tutto, l'esatto tenore degli eventi narrati; e anzi la storia si fa ed evolve sotto i nostri occhi attraverso un processo di ridiscussione degli orizzonti iniziali e di progressive metamorfosi. È quindi il caso di fornire un'idea della trama. Siamo nella primavera del 1795, quando tre giovani fiamminghi, il pittore Albert Dupré, il principe e scrittore dilettante Ingmar Neville, e il commerciante Alphonse Nodier, giungono a Napoli per incontrarvi Mariano Civile - di professione guantaio - con cui il Nodier è in rapporti di affari. Come da convenzione immemorabile, la bellezza della città meridionale innamora i due artisti: tanto più che l'amore ha anche le fattezze di Elmina, figlia prediletta del Civile, chiesta subito in isposa dal Dupré, ma ambiguamente desiderata anche dal principe; il quale infatti la tiene sotto controllo, e letteralmente la spia con l'aiuto di pratiche magiche. Anche in virtù di un'osservazione tanto ossessiva, il carattere di Elmina risulta sin dall'inizio incomprensibile: la fanciulla sarebbe oscuramente colpevole di avere ucciso il cardillo della piccola Floridia o Fiorì (ma ricordata anche con il nome di Soricinella), figlia di Brigitta Helm, cioè della moglie presunta del Civile, la quale muore proprio all'inizio della storia. E il romanzo altro non è, nel suo successivo svolgimento, che il deterioramento progressivo dell'orizzonte idillico iniziale, visto nella prospettiva del principe Neville, osservatore simpatetico di eventi che sino alla fine non sa padroneggiare. E, quindi, il Dupré sposa Elmina, ma il loro rapporto è infelice, anche a causa della morte del figlio Alì Babà, profondamente legato al cardillo. Anzi, su Elmina aleggia la responsabilità indiretta di questa morte, e comunque è palese la sua mancanza d'amore per il figlio. Scomparso anche Dupré, inizia l'ultima parte della storia (siamo ora circa nel 1805), la più intricata, dominata dalla misteriosa figura di Hyeronimus Kappchen, il Folletto di Colonia, fisicamente bambino ma vecchio di trecento anni, che si confonde e poi viene identificato con un secondo personaggio, Gerontuccio o Portapacchi, una specie di servitore ciecamente amato da Elmina. Agnizioni e smascheramenti di ogni genere affollano sempre più il romanzo: e comunque hanno la funzione di farci rileggere in chiave sostanzialmente patetica la figura di Elmina, che da un lato trascura la vera figlia, Alessandrina o Sasà, ma che dall'altro resta fedele aKappchen-Gerontuccio fino alla di lui scomparsa. Desolato e sconfitto nei suoi tentativi di "fare del bene", il principe ritorna a Liegi, dove infine riceverà la visita salvifica del Cardillo: "Benedisse il Cardillo che arrivava, e finalmente gli avrebbe spiegato tutto. La follia e la separazione, il dolore e questa gioia che giungeva adesso con lui: tutta calma, fredda, infinita" (p. 415). Certo, tutto deve essere spiegato: ma solo a Neville, e non a noi, è permesso avvicinare le verità del Cardillo. E la genialità "tecnica" di un romanzo del genere (che solo in minima parte può essere resa tramite un riassunto) è proprio quella di usare un'incertezza, via via quasi del tutto dissolta, in relazione all'esatta natura degli eventi, per evocare un dubbio di specie non fattuale bensì morale. Alla fine del romanzo, voglio dire, sappiamo tutto, conosciamo quasi senza dubbi come si sono svolte le cose (di qui, una sorta di suspence che fino all'ultimo ci suggestiona, e motiva la nostra lettura); ma non abbiamo capito il significato anche più "superficiale" della storia, non siamo in grado di inquadrare l'eticità autentica dei personaggi. Si pensi ad Alessandrina, la figlia di Elmina, che da bimba oppressa per colpa d'una madre 19
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