ILCONTESTO paio d'anni fa per "il manifesto" e che accennava a temi sviluppati poi nel libro sulla caccia: "E che cos'è la prevenzione del danno ambientale? Sarebbe pericoloso illudersi che possa essere sufficiente vietare l'impiego di sostanze chimiche in agricoltura ... Oggi sappiamo che un'agricoltura illimitatamente 'sostenibile' non è possibile, e che il problema è di renderla, più modestamente, più duratura; e sappiamo anche che questo obiettivo non si può conseguire con semplici divieti ma abbisogna di interventi attivi, o quanto meno promozionali. La costruzione di un'agricoltura 'più sostenibile' non comincia dal divieto dei pesticidi, ma comincia dalle scelte produttive e dalle scelte di concimazione... I divieti non fanno strategia: ed è di una strategia complessiva che la costruzione di un'agricoltura 'più sostenibile' ha bisogno. Una strategia fatta di scelte produttive, di scelte d'uso del territorio, di redistribuzione sul territorio degli organismi animali (umani compresi)". E a proposito dell'insufficiente spiegazione del meccanismo che sta alla base della macchina della verità (cui si era sottoposto Valpreda nel corso di una trasmissione TV), in un articolo apparso molti anni fa su !'"Unità" (Dietro la macchina della verità), così scriveva: "Se il pubblico non viene messo in grado di capire i fondamenti scientifici del metodo, non può valutare né la sua credibilità né la sua ammissibilità. È costretto ad accettare fideisticamente le parole dell'esperto, e l'immagine del robot magico che sonda i segreti dell'uomo". Quest'affermazione, che potrebbe essere assunta a definizione della divulgazione scientifica, è l'affermazione di un metodo. E sarebbe fin troppo facile dimostrare come, nel nostro paese, questo metodo non sia adottato proprio da nessuno. Vorrei anche ricordare i suoi libri, i suoi romanzi (Cecilia e le streghe, Einaudi, e Una lepre con la faccia da bambina, Editori Riuniti) e i suoi due "miticie ormai purtroppo introvabili testi divulgativi, Che cos'è l'ecologia (Mazzotta) e Questo pianeta (Mondadori), veri e propri vademecum per l'aspirante ambientalista. E poi il resoconto della vicenda della diossina (Visto da Seveso, Feltrinelli) e i libri di divulgazione di argomento medico per ragazzi, alcuni di questi fortunatamente ancora in catalogo (Mondadori). E anche i più recenti La fotosintesi e la sua storia e L'evoluzione e la storia del pensiero evoluzionistico della collana "Alfabeti per l'ecologia" della Giunti Marzocco. E, per chi ha potuto goderne, ricorderò infine il piacere di conversare con Laura, di ecologia ma anche di politica, di medicina ma anche di attualità. I suoi resoconti dei lavori parlamentari e delle discussioni in aula erano esilaranti e, a proposito di caccia, emblematica era la storia dei cinghiali che, cresciuti a dismisura perché specie protetta, assediavano Varese Ligure e nessuno li poteva cacciare. Dissenziente nei fatti. Ricordo di Sandro Sarti Goffredo Fofi La scomparsa a Torre Pellice di Sandro Sarti, diverse settimane fa, è stata accolta dai suoi tantissimi amici con doloroso stupore. Sembrava dover resistere a tutto, Sandro - magro, lungo, occhialuto, con il suo entusiasmo da ragazzino (talora perfino un po', appena un po', petulante come un ragazzino) e con la sua continua voglia di discutere, di provocare, di sollecitare, e insieme di mettersi in discussione. Adolescente, aveva partecipato in modo molto attivo alla Resistenza nelle file di Giustizia e Libertà, sulle montagne e per i borghi delle sue Valli Valdesi. Quest'esperienza l'aveva segnato. Aver visto in faccia la morte, la crudeltà degli uomini, aver seppellito e pianto degli amici, coetanei o adulti, dover contare i sopravvissuti e contarsi tra loro sono cose che segnano, che cambiano. Gliene era rimasto un sottile filo di nevrosi, di scontentezza, un'esigenza anche un po' sbrigativa, anche brusca di guardare subito alla sostanza delle persone e dei progetti, una diffidenza profonda per la superficialità, la mancanza di concretezza, 16 l'insincerità. Per quest'ultima aveva un fiuto tutto speciale, ed era su questo che basava i giudizi sulle persone, rapidi e istintivi, sbagliando raramente ma a costo di suscitare risposte altrettanto impulsive e decise. Questo bisogno di verità "vissuta" l'ho trovato in molte persone non tanto della sua generazione quanto del suo tipo di formazione. Egli era membro della minoranza religiosa valdese, assai più austera del comune cattolicesimo accomodante che continua a non amare, e a dimostrarlo vistosamente anche oggi, la coerenza tra le parole e i fatti e tra il pensiero e l'azione; e membro poi di una minoranza politica (il PdA) rapidamente sconfitta e schiacciata dal primo "compromesso storico" tra cattolici e comunisti. L'assunzione di responsabilità (tanto più se cominciata ad attuare da giovanissimi) ha dato allora a molti una particolare sensibilità politica e una capacità di giudizio che faceva leva sulla coerenza e sulla concretezza, ma pur sempre in rapporto a ideali molto alti, a una concezione appunto "protestante" della politica, della democrazia, del ruolo del singolo nella storia. L'Italia ne ha sempre avuto gran bisogno, e continua ad averne bisogno - ma si tratta sempre, ahinoi, di bisogni avvertiti da una minoranza, ora capace di coinvolgere strati più vasti (la Resistenza, il primo '68 ...) e ora incapace (anche oggi, anche oggi ...). Poi, dopo le batoste del '48, il ragazzo Sandro tentò strade diverse, non smettendo mai più di tentarle. Andò in America, si fece traduttore (per Einaudi curò tra l'altro i classici della grande sociologia statunitense, soprattutto l'amato Wright Mills, marxista senza dogmi e senza ciarle, teorico di una qualità ormai rarissima, specialmente tra i politici ma in genere tra gli intellettuali, compresi i sociologi: "l'immaginazione sociologica"), organizzò campi, insegnò, e fece tante altre cose che non ho mai ben saputo elencare. Io lo conobbi a Torino attorno al '61, ai tempi della festa nazionale del centenario (le risate che si facevano con lui, bighellonando per le vie del centro a vedere nelle vetrine le combinazioni tricolori più insensate, di vesti e spaghetti e carte e scatole e verdure e tutto!). Sistematicamente avventuroso, cioè disponibile, cioè senza fissa dimora, finì che mi aiutò a cercar casa, e finì che la dividemmo. Per circa due anni abitammo insiem~ in una mansarda all'inizio di via Arsenale, dalle cui finestre in primavera ed estate si potevano quasi toccare i rami più frondosi degli alberi di corso Vittorio. L'appartamento, con i soffitti spioventi, consisteva di una grande stanza comune, di due stanzette, di una cucina. Vi sistemammo ben presto un terzo amico, il meno intellettuale di tutti, e di lì passò davvero di tutto: i Quaderni Rossi e gli einaudiani (la casa editrice era a due passi, io facevo bozze, Sandro traduceva), i pastori valdc!sie gli operai della Fiat, i partigiani conosciuti e quelli sconosciuti e la buona borghesia torinese di sinistra (G.L., valdese, ebraica, comunista ...) e soprattutto, soprattutto, dozzine di immigrati dalla Sicilia, e poi da altre parti del Sud. Avevo abitato e lavorato in Sicilia, e venne da sé che conoscenze di Partinico, di Montele-
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