IL CONTESTO tazione di vaccini entro tre anni: un programma che pare eccessivamente ottimista, date le fondamentali domande che tuttora attendono risposta sulla patogenesi, sui fattori che effettivamente proteggono dall'infezione, sulle modalità di ovviare alla enorme variabilità di HIV, per citare solo alcuni esempi. Tuttavia, la ricerca sul vaccino per HIV non segue lo schema sequenziale (conoscenza che si aggiunge a precedente conoscenza già "consolidata") di vaccini classici come quello contro il vaiolo o la polio o anche di vaccini più recenti come quello anti-epatite B, ma piuttosto uno schema a filoni di ricerca simultanei che cercano di massimizzare la probabilità di sviluppare rapidamente un vaccino preventivo efficace. E senz'altro non si vuole arrivare ad avere un vaccino su cui sono state puntate tante e tali risorse senza avere poi la possibilità di sperimentarlo sull'uomo. Per quanto riguarda l'andamento epidemico nei paesi più sviluppati, una diminuzione o anche un rallentamento della crescita dei casi di AIDS nei maggiori gruppi a rischio è stata da taluni interpretata come evidenza del successo di campagne di prevenzione. In Italia un'asserzione di questo genere per quanto riguarda i tossicodipendenti per via endovenosa (per i quali nessun intervento preventivo pragmatico è stato attuato) equivarrebbe a sostenere che, nella seconda guerra mondiale, i bombardamenti a tappeto che hanno raso al suolo le città tedesche abbiano rappresentato il trionfo della pace: abbiamo adesso meno nuovi casi perché l'epidemia ha già "bruciato" tutti i tossicodipendenti suscettibili che poteva raggiungere; in una popolazione relativamente chiusa come quella dei tossicodipendenti per via endovenosa l'epidemia da HIV si autolimita con lo stessò meccanismo di base di un'epidemia di varicella in una scuola materna. Ma con altri costi umani, ovviamente. Si dice in genere che "l'epidemiologo cammina sulle rovine della fase discendente della curva epidemica": spesso, per quanto riguarda HIV, questo non è stato, e non è, vero. Da anni, ricoprendo il ruolonon grato di poveri profeti del nostro tempo, gli epidemiologi avvertivano che in alcune situazioni -come quella italiana, e delle 14 Comunità di Capodarco RES - Risposte Esperienze Servizi Agenzia di informazione sociale AuJoriz: Tribwt.di Fermo n.10 del 8.11.1990 Ammin.eRedaz.: RES - RisposteEsperienzeServizi Via Vallescura, 47 - 63010 Capoda~co di Fermo (AP) Telefoni: 0734/674888-674318 Telefax 0734/674668 metropoli nordamericane, ad esempio-ci si trovava davanti a una transizione epidemiologica, che cioè esisteva il rischio reale di un'epidemia di ampie dimensioni tra eterosessuali non tossicodipendenti: ora questa epidemia esiste, tanto che durante il 1992 è stato possibile in Italia osservare più nuove diagnosi di infezioni da HIV in donne che non hanno mai usato droga per via endovenosa rispetto a donne che la usano o l'hanno usata. I programmi di prevenzione specifici e pragmatici mancano tutt'ora; dove esistono, vengono attuati con estrema difficoltà e contro irragionevoli resistenze. Il fatto è che nessuno è responsabile dei danni, dei costi umani ed economici, delle sofferenze innecessarie che vengono generate dall'inazione basata sulla negazione delle evidenze ("Non di me, è del re di Cappadocia che parla", dice l'Erode Antipa di Wilde alle accuse di Iokanaan). E l'inazione e la mancanza di responsabilità stanno provocando quello che ormai pare un disastro inevitabile nei paesi in via di sviluppo. Dopo l'Africa, in cui vi sono nazioni come Malawi, Rwanda, Zambia, Tanzania - per citarne solo alcune - dove fino il 20-30% della popolazione generale in alcune città è infetto con HIV (in Italia siamo intorno al 3 per mille), e si stimano già oggi almeno 8 milioni di infetti, l'epidemia ha preso piede nel sud e nel sud-est asiatico. In Thailandia la proporzione di infetti è passata dallo zero del 1989 al 6% del 1992; nel Myanmar è passata dal 2 al 9% tra il 1990 e il 1991. In India si osservano altissime proporzioni di infetti tra le prostitute, e si attende un effetto devastante dell'epidemia nel paese. Data la numerosità della popolazione in queste nazioni, l'epidemia dell'Asia avrà probabilmente una dimensione e un impatto senza precedenti. Anche questa epidemia era prevedibile, anzi prevista. Ciò che ancora non pare essere ben compreso è che questa epidemia, come tutte le infezioni da HIV, era totalmente prevenibile. Il "mondo dell'AIDS" è troppo disordinatamente e profondamente influenzato da interessi non propriamente scientifici o umanitari, per cui a livello universitario e governativo le priorità di ricerca e di intervento vengono costruite su un paradigma di necessità di conoscenza altamente tecnologica ignorando il fatto che tutto ciò che si deve sapere in termini di prevenzione o di riduzione del rischio è noto da un decennio. Nessuno dovrebbe invocare "più tecnologia", trascurando di ricordare che con il controllo delle trasfusioni, la disponibilità di siringhe sterili (negli ospedali e per le campagne di vaccinazione nei paesi in via di sviluppo, più.che per i tossicodipendenti) e di profilattici si sarebbe ·potuta evitare l'epidemia asiatica e ridurre grandemente l'impatto dell'epidemia africana e anche di quelle nei paesi sviluppati. Nessuno dovrebbe ignorare che 1'80% dei casi di infezione viene osservato nei paesi in via di sviluppo, dove si spende soltanto il 6% del budget mondiale sulla prevenzione di HIV. Chi deve decidere, affascinato da analoghi nucleotidici, terapie transgeniche, vaccini sintetici, nuovi ospedali, forse ancora non sa che nei corsi di base di epidemiologia e sanità pubblica si insegna che_il fattore fondamentale nello svilupparsi delle epidemie è il tempo. Da Berlino si esce sentendo che gli enormi progressi della scienza arriveranno faticosamente a proporre soluzioni tecnologiche che saranno disponibili troppo tardi, e che assai probabilmente non saranno alla portata dei paesi in via di sviluppo; che le evidenze epidemiologiche (vedasi ad esempio il "Concorde") ancora difficilmente verranno tradotte in interventi di sanità pubblica; e inoltre, come sottolinea un editoriale di "Lancet'' (M. Potts e W. Carswell, AIDS: stiamo perdendo 'la battaglia e la guerra?), sentendo una volta di più che non si possono attendere programmi perfetti per un imprecisato domani, ma che bisogna iniziare immediatamente con programmi pragmatici a larga scala, anche se imperfetti: "Che la rapidità di azione sia il criterio principale per giudicare gli sforzi delle istituzioni nella lotta all'AIDS".
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