IL CONTESTO Nelle diverse ltalie. Una ricerca di MoNura e Pugliese Francesco Ciafaloni "Nelle tradizionali immigrazioni i tempi della percezione del fenomeno sono sempre stati estremamente lunghi e sempre in ritardo in confronto con la formulazione dei progetti migratori degli immigrati. In generale i paesi importatori di manodopera hanno considerato il fenomeno del tutto provvisorio o comunque legato a particolari congiunture economiche ... Quando poi gli stati europei hanno cominciato a considerarsi paesi di immigrazione, lo hanno fatto riferendosi quasi esclusivamente alle questioni dell'occupazione e del lavoro, prescindendo dai bisogni umani e sociali degli immigrati" (Franco Calvanese, Spazi e tempi delle nuove migrazioni: l'Italia, l'Europa, i paesi extraeuropei, in L'arcipelago immigrazione a cura di Giovanni Mottura, Ediesse, Roma 1992, pp. 336, L. 34.000). La situazione che si è creata in Italia è esattamente quella descritta in questa frase. Con l'aggravante, bisogna aggiungere, che il mercato del lavoro in Italia è forse più segmentato e certo più irregolare della media europea, e che nelle sacche di irregolarità esistenti, che gli immigrati tendono ad allargare, anche sostituendo il lavoro italiano, non ci sono garanzie e protezioni e che perciò può capitare che, anche dal punto di vista del lavoro, gli immigrati siano totalmente ignorati. Da questa situazione sono partiti gli autori e il curatore del volume per cercare di tracciare un quadro della situazione, delle cause, delle risorse. Molto opportunamente, dopo i contributi generali sulla struttura della ricerca e sui tempi e spazi delle nuove migrazioni, hanno preso in considerazione non solo le differenze tra gli immigrati (Diversità etnico-culturale e progetti migratori, di Guido Ambroso e Enzo Mingione, e tutta la seconda parte Caratteristiche e modelli migratori deiprincipali gruppi presenti in Italia) ma anche le differenze tra gli italiani o tra gli ambienti sociali e i sistemi produttivi di cui è costituita l'Italia (L'immigrazione nelle diverse Italie, di Giovanni Mottura ed Enrico Pugliese). Senza queste articolazioni del fenomeno migratorio non si capisce nulla e ci si trova ad accettare in pieno la premessa Centro d'accoglienza (Almasio & Cavicchioni). principale di ogni esclusione, che tutte le differenze sono tra "loro", gli stranieri, messi tutti insieme anche se non si somigliano per nulla, e "noi", gli italiani, l'occidente, l'industria, anche se abbiamo appena smesso di essere, e forse siamo ancora, il paese dei tarantati e dei mali di luna, e ci ricordiamo ancora le sardelle appese e la polenta scondita (o il pane e cipolla) del mondo dei vinti. Un po' di geografia e di storia e di sociologia cominciano a dare corpo al mondo di cui si parla. Senza differenze dei movimenti interni, del perché alcuni arrivano e altri no, non si capisce nulla. Il lettore non specialista, che in questo caso vuol dire solo chiunque, anche molto interessato ai fatti del mondo e di questo paese in particolare, che però non si sia occupato quasi professionalmente di immigrazione, troverà nel lavoro curato da Mottura una buona porta di ingresso al problema, soprattutto se si occupa di problemi del lavoro o di problemi sociali, di sanità, di alloggi, ma non solo. Il libro infatti, che pure ha vari autori "lavoristi" non si occupa, come si è ben capito, di solo lavoro.L'ottica prevalente è quella del lavoro, non solo per la sede editoriale, che è una editrice sindacale, ma anche perché se non si resta ai fatti fondamentali per procurarsi da vivere e avere rapporto con gli altri, il quadro potenziale è talmente ricco e complicato da sfidare ogni possibile ricerca. È giusto partire dai problemi sociali e di lavoro e complicare il quadro dove è necessario e possibile. Nei saggi iniziali, oltre a descrivere questa ondata migratoria in Italia, in parte attingendo alla letteratura, in parte a ricerche dirette, si traccia un quadro delle teorie principali sulle ondate migratorie, con particolare attenzione, giustamente, a quella di Dassetto e Bastanier del tempo interno a ciascuna ondata migratoria e della relativa irriducibilità delle varie ondate a una spiegazione comune. Le provenienze prese in esame sono pakistani, cinesi, egiziani, capoverdiani, eritrei, filippini, marocchini, senegalesi, ghanesi, singalesi e tamil, somali. Naturalmente una elencazione di differenze di questo tipo è insieme necessaria e sviante: ·necessaria perché le differenze maggiori sono poi per provenienza. Ma ci sono le differenze di classe sociale (di cui pure si parla), le differenze all'interno dello stesso gruppo, tra popolazioni in lotta o tra aree geografiche. Occorre ricordarsene. In una situazione in rapido mutamento naturalmente ogni descrizione invecchia presto. Nel volume non si parla di bosniaci, illiri, macedoni, che pure sono diventati migliaia e aumenteranno, e della cui venuta tutti immaginano le cause, ma di cui sarà necessario ripercorrere l'odissea nei particolari perché il passaggio dalla totale ammissione a carico dello stato o dalla totale espulsione con la forza e l'inganno, sperimentate con gli albanesi ai permessi di soggiorno e di lavoro per motivi umanitari sperimentati per i bosniaci, che non sono certo l'ideale, ma hanno funzionato, almeno a Torino, nella cui provincia i bosniaci accolti si avvicinano al migliaio, c'è tutta la differenza del mondo. Tra le descrizioni per provenienza, che sono per forza, in media, un po' manualistiche, fa spicco una parte di quella sui senegalesi, frutto di una ricerca originale, sul linguaggio usato da vari gruppi per indicare altri gruppi. Credo che sia uno dei modi più fertili e meno evanescenti di cercare i segni delle divisioni e dei rapporti nati fuori e prima della grande macina della migrazione. Alle descrizioni, in generale, andrebbero aggiunte informazioni da annuario, del tipo di quello tradotto di recente da Rosenberg & Sellier, che sono la forma più sintetica e utilizzabile (e periodicamente aggiornabile) per fornire dati sui paesi.
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