Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

Foto Almasio & Cavicchioni. La mattina del 4 agosto, comunque, era in fila come tutti gli altri nell'interminabile attesa del volo Milano-Roma-Dakar. Più il tempo passava, più i senegalesi mi sembravano inquieti, sulle spine come studenti all'approssimarsi dell'esame. E ho pensato che per loro dev'essere proprio così tornare a casa: sostenere un esame, il più difficile, di fronte a gruppi familiari ancora cementati da una forte gerarchia e poco inclini alla clemenza. Già da tempo, da quando aveva deciso di tor~are un mese a Dakar, Semba aveva la testa in un altro continente: si dimenticava gli appuntamenti, sbagliava ora, sbagliava giorno. Anche quella mattina aveva preso un abbaglio scambiando il numero del volo con l'orario di partenza, ma per fortuna la faccenda si era risolta semplicemente in un'attesa più lunga. Così nel caos della Malpensa né io né Daria né Patrizia ci stupivamo di vederlo così assorto, il più assorto di tutti, così lontano, il più lontano di tutti, così irraggiungibile, il più irraggiungibile di tutti. Non serviva che Patrizia gli indic~sse conoscenze comuni in attesa davanti ad altri sportelli per destinazioni ancora più lontane e scherzasse sul gusto dell'esotico riciclato come "contatto diretto con le culture altre". Non serviva che io gli ricordassi il seminario di Ravenna che ci aspettava in ottobre, quello sul tema "raccontare l'immigrazione", pregandolo di non sbagliare almeno quella data. Non serviva che Daria e Patrizia cercassero di distrarlo lanciandosi in una rischiosa casistica sui tipi fisici dei senegalesi: "Quelli smilzi e allampanati come te sono peul, quelli tagliati con l'accetta come Pap sono wolof, e va bene, ma gli altri? Che IL CONTESTO rapporto c'è fra le taglie e le etnie?". Io mi spingevo ancora oltre nelle provocazioni: "Ma perché gli africani grassi sono così grassi, i magri sono così magri, i piccoli così piccoli? Non avete le mezze misure?". Lui sorrideva appena: "Sei tu che usi le solite unità di misura occidentali" si limitava a borbottare, assente. Visto che l'attesa andava per le lunghe, abbiamo preferito lasciarlo tranquillo: forse era intento per l'ennesima volta a contare mentalmente i parenti da andare a trovare, i regali comprati al mercato, i soldi che aveva nel portafoglio. Ma forse c'era altro dietro quel muro invisibile, dietro quella barriera di silenzio. Ancora oggi, a mesi di distanza, non riesèo a immaginare quale inestricabile groviglio di sentimenti e risentimenti, di conflitti, di tensioni, di timori, di aspettative in quel momento avviluppasse Semba come gli altri ragazzi seduti sulle valigie tutt'intorno. Ne sarebbe uscito? Ne sarebbe rimasto intrappolato? Sapevo di immigrati che, tornati in vacanza al paese, non erano più riusciti a staccarsene. Così a un certo punto, per quanto l'idea fosse ridicola, mi sono scoperto a chiedermi: "Tornerà? Lo rivedremo?". Ho fatto un ultimo tentativo di incrinare il muro indicandogli una scena che trovavo paradossale: in fondo alla sala d'attesa, circondato da una cinquantina di senegalesi, l'unico bianco oltre a noi tre accompagnatori era Umberto Bossi, che nel volo Milano-Roma-Dakar sarebbe sceso evidentemente alla fermata intermedia. I senegalesi non si erano accorti della sua presenza e lo stesso senatore era del tutto indifferente, non li vedeva nemmeno (forse non li ha mai visti, anche se è sulla loro pelle che ha fatto carriera). "Ehi, c'è il tuo amico, perché non lo porti al tuo paese?" ho cercato di scherzare. Semba ha riso come quando è a disagio e si è avviato in fila con gli altri verso l'uscita della sala d'attesa. Ultimi abbracci, ultime raccomandazioni per rendere più leggero il momento: "Ricordati che in ottobre ci aspettano a Ravenna, torna almeno un giorno prima. E con le ragazze, mi raccomando ...". Accenno a Bossi che si avvia diligente in coda ai senegalesi, faccio alle spalle del senatore quel gesto allusivo che loro chiamano "i baffi di Faidherbe", ma Semba non mi vede, sono già tutti fuori. Rimaniamo incollati dietro la vetrata finché il pullmino non li scarica davanti alla scaletta dell'aereo. Ci scambiamo un'occhiata, Patrizia, Daria e io, con la speranza che all'ultimo momento, sull'ultimo gradino, Semba si volti e ci saluti con la mano. Ma lui non si volta, ha altro in mente, non è ancora salito sull'aereo che è già in Senegal. Forse in questi quattro anni passati in Italia non se n'è mai allontanato. L'aereo si muove sulla pista e rimango lì dietro la vetrata, a chiedermi ancora una volta quando tornerà, se tornerà. Penso al seminario di Ravenna: raccontare l'immigrazione. Cosa diremo? Che ci abbiamo provato, noi e pochi altri temerari, a raccontare l'immigrazione, ma che forse è impossibile. Vediamo solo la punta dell'iceberg, ma la massa che c'è in profondità rimane impenetrabile, insondabile. Quello che degli immigrati ci è dato vedere e raccontare è ben poca cosa, è appunto la loro vita di immigrati: come. superano o aggirano gli ostacoli che noi gli creiamo attorno, o come ci si schiantano contro. Ben poca cosa rispetto ali' Africa che si portano dentro e che nel bene e nel male li tiene prigionieri, al loro universo privato, ai legami, ai rimorsi, agli amori, ai richiami, ai rancori, ai ricordi, a tutte le cose che non ci racconteranno mai e che noi non abbiamo il diritto di chiedere. Perché quella società intessuta di colori, culture e valori diversi che ci cresce attorno incurante di noi e delle nostre attenzioni, anche di questo dev'essere intessuta: di rispettosi silenzi. Il

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