ILCONTESTO L'arcipelago immigrazione I silenzi dei senegalesi Alessandro Micheletti Alessandro Micheletti (Milano 1951) lavora nell'editoria scolastica e ha scritto con Saidou Moussa Ba il romanzo per ragazzi La promessa di Hamadi (De Agostini 1991). Con un gruppo di immigrati lavora a un progetto di intervento multiculturale nella scuola. Il mercato del sabato in viale Papiniano è un osservatorio ideale affacciato su quella società intessuta di colori, culture e valori diversi che, mentre siamo tutti impegnati a discutere per cercare di capirne il senso, ci cresce attorno incurante di noi e delle nostre attenzioni. Avanzando in processione fra i due serpenti di bancarelle, facendosi largo a fatica nella ressa li si incrocia tutti, gli immigrati delle periferie del mondo riuniti per le spese settimanali, quelli del Sud e quelli dell'Est, le musulmane a capo coperto e i filippini, le eritree della prima generazione, i pakistani e i maghrebini delle sigarette. Chi ha "pratica" di extracomunitari, con la. coda dell'occhio riesce anche a distinguere le nazionalità più difficili, a lanciarsi nel gioco del: "È un turco o un albanese? È un egiziano o un tunisino?". E poi, soprattutto, ci sono loro, i più riconoscibili, i piùrappresentativi, i più importanti (almeno per me): i senegalesi. Arrivano con calma la mattina, vedono che aria tira, se c'è via libera dispongono sui teli bianchi la solita merce con una meticolosità esagerata, la spolverano e rispolverano con i piumini come se cacciassero via le mosche dai banchi del mercato Kermel, e per tutto il giorno salutano, fermano, offrono, chiacchierano, contrattano, scherzano con le ragazze, protestano, insistono, in una parola svolgono quella insostituibile opera di intrattenimento e animazione culturale che fa proprio di loro, riuniti a gruppi nel nodo nevralgico allo sbocco di viale Papiniano sulla piazza Sant' Agostino, l'anima del mercato. Passo apposta di lì per vederli, gli eredi dei gloriosi venditori di elefanti dei mezzanini della metropolitana, quelli di qualche anno fa, quelli delle epiche fughe all'arrivo dei vigili urbani, quelli che i cronisti chiamavano "vu' cumprà" prima di scoprire forme più raffinate di razzismo giornalistico. Passando in mezzo a loro li sbircio con simpatia mista aun fondo malinconico, come una briciola di vita milanese destinata a essere spazzata via. Prima o poi arriverà il solito assessore a decretare che danno un'immagine negativa della metropoli europea e farà sparire anche loro, come i lavavetri fermi ai semafori, come i marocchini prelevati dalle cascine e inscatolati nei ghetti di lamiera, come quelli che cercavano di scaldarsi sulle grate della metropolitana di piazza del Duomo, dove all'improvviso è spuntata una selva di paletti gialli. Comunque, finché ci sono, passo di lì, quando capita faccio quattro chiacchiere (siparte dall'ultima 10 cassetta di Youssou Ndour e si arriva immancabilmente all' oggetto primo del loro odio-amore: Leopold Sedar Senghor), seguo gli spostamenti e gli appostamenti all'arrivo di una macchina dei vigili, noto chi riesce a piazzarsi con la merce e chi no. Gli esclusi rimangono ai margini, aspettano fino al tardo pomeriggio, fino a quando i primi ambulanti italiani sbaraccano: allora occupano in fretta con i loro teli i posti che via via si liberano, sperando che quei ritagli di spazio e di tempo bastino almeno per un buon affare. Verso sera poi, quando la ressa diminuisce, c'è sempre qualcuno fra.i senegalesi che si mette a girare fra i banchi. Da venditori e animatori del mercato, ne diventano allora clienti fra i più assidui.L'ho scoperto un sabato di settembre: avanzavo in processione al seguito di mia figlia, impegnata a rovistare fra i prezzi bassi, e mi sono accorto di un senegalese che ci seguiva con evidente interesse. Se Daria si provava una gonna, lui la squadrava criticamente da due metri di distanza e alla fine ne comprava una uguale. Stessa storia per un paio di scarpe e qualcos'altro, finché lei gli ha chiesto ridendo: "Ho le stesse misure della tua ragazza?". E lui impassibile: "No, di mia sorella. Sto mettendo da parte i regali da portare a casa in dicembre". Così ci ho fatto caso e ho verificato che in effetti molti, sabato dopo sabato, a fine giornata, passano avanti e indietro per scegliere le occasioni più convenienti da calcare nelle grandi borse di tela o nelle valigie rigide. Li ho visti tutti l'agosto scorso, alla Malpensa, decine e decine schierati in fila davanti allo sportello del check-in, i senegalesi in procinto di tornare qualche settimana al paese: forse gli stessi di viale Papiniano, eppure così diversi. Così eleganti, così compassati, con quei bagagli così voluminosi che non avevano niente delle sgangherate "valigie di cartone" dei nostri immigrati anni Sessanta. Gli scatoloni di cartone, se c'erano, esibivano le scritte Sony eHitachi, e anche dalla forma forzatamente allungata delle borse si capiva che i regali prescelti erano al novanta per cento impianti stereo. Ho avuto il sospetto che fosse in corso una silenziosa competizione per lo stereo più lungo. In mezzo a tutti quei ragazzi con l'aria un po' retrò dell'universitario in viaggio di studio si distingueva Semba, il mio amico Semba. E si distingueva per due ragioni: intanto, nonostante le intenzioni migliori, i bagagli che si portava appresso non avrebbero vinto il premio per lo status symbol più ingombrante. In secondo luogo era l'unico a presentarsi alla partenza accompagnato da un italiano, anzi da una famiglia di italiani. Come se ce ne fosse stato bisogno, ancora una volta capivo quale fondo comune c'è fra lui e me: Semba possiede la r.araqualità di non apparire mai completamente a posto in nessuna circostanza. Non è inserito per intero nel mondo dei bianchi, ma nemmeno per intero in quello dei neri, non rientra in alcuna immagine convenzionale di immigrato, non rispetta gli stereotipi né nostri né loro, con il risultato di una doppia fatica, di una doppia battaglia, credo anche di una doppia solitudine.
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