IL CONTESTO cominciata prima. Quando Tudjman è arrivato al potere ormai era guerra. Ancora oggi molti serbi non hanno questa "dichiarazione di lealtà". A Zagabria vivevano 200.000 serbi e metà di loro sono fuggiti. Io penso che questi serbi che sono nati in Croazia e sono sempre stati leali non debbano essere messi nella condizione di sentirsi come prigionieri. Ma all'inizio, nell'89 e 90, non è vero che fossero minacciati e si siano ribellati per questo. Era una paura irreale ma qualcuno l'ha usata. Se la Croazia riprenderà la Krajna i serbi saranno in pericolo? Sì. Perché anche se lo stato garantisse tutti i diritti ai serbi, i civili si vendicherebbero, e non ci sarebbero garanzie. Io penso che si debba riprendere la Krajna ma non con le armi, perché la Croazia è in una posizione molto delicata, specie adesso con quel che succede con i croati in Bosnia. C'è il rischio che domani potremmo essere noi ad essere bloccati e isolati dall'Europa. Non possiamo diventare aggressori. An"he Knin che da sempre è croata non possiamo riprenderla con la forza. Un'altrascrittricedissidente, Radalvekovic, ha scritto: "Nella guerra in Croazia c'era un aggressore e un aggredito, ma in Bosnia serbi e croati stanno spartendosi il paese". La verità è che il piano Vance-Owen ha sanzionato la situazione sul terreno e io capisco che i Musulmani, che ora hanno un territorio piccolissimo, si sentano derubati Che possono fare ora? Non hanno più nulla da perdere, e hanno pensato "Ma come, adesso anche i croati prendono la nostra terra. E noi cosa facciamo?". È una follia. Primo perché ci sono tantissimi profughi musulmani in Croazia e poi perché sarebbe logico che croati e Musulmani combattessero insieme contro i serbi. Invece quello che c'è da aspettarsi ora, non solo nell'ex Jugoslavia ma in Europa, è il terrorismo musulmano perché hanno perso tutto. Io ho parlato con i giovani che dicono "Non abbiamo più nulla. Non abbiamo nulla da perdere. Possiamo combattere, o ricorrere al terrorismo, perché no?". I croati hanno tradito i Musulmani. Le bandiere, le banconote, le scuole sono croate. Il governo di Tudjman non avrebbe mai dovuto permettere una cosa simile, di usare la nostra bandiera, la nostra moneta, perché questi sono i simboli di uno stato, e certo io sono contro la pulizia etnica da qualunque parte venga. È terribile che usino gli stessi mezzi dei serbi. Tu dici nel libro "La guerra siamo noi". Sì, perché nessuno vuole guardarsi nello specchio e chiedersi: ma cosa ho fatto io? Come ho contribuito io a questa guerra? Se tu non fai niente vuol dire che contribuisci. Nessuno parla di morale ma queste guerre nascono anche per una crisi morale. Certo che tutto comincia a livello politico o di psicologia di massa ma anche a livello morale. Noi viviamo la nostra tranquilla vita borghese e diciamo "Che ci frega della guerra nei Balcani". Ma bisogna essere coscienti che questa guerra cambia per sempre la faccia e il destino dell'Europa e noi come cittadini e come individui dobbiamo saperlo, e dobbiamo fare qualche cosa o questo si ripeterà con la minoranza ungherese in Slovacchia o nell'ex-Urss. Mi stupisce il silenzio degli intellettuali in Italia e in Europa. a Code socialiste Federico Varese Nei paesi dell'Est europeo, insieme alla fine dell'economia pianificata, sono scomparse le code: è sempre più raro assistere a lunghe code di cittadini infreddoliti che attendono fuori della porta di un negozio di Praga, di Varsavia, di Mosca o di Kiev. Mentre si può legittimamente mettere in dubbio che in molti casi vi sia una reale discontinuità politica tra i passati regimi e quelli attuali, nessuno può negare che l'era delle code socialiste sia giunta al termine. Immagino che emergerà presto una mitologia delle code e nelle sere d'inverno molti nonni degli ex paesi socialisti racconteranno ai nipoti le straordinarie, atroci e terribili code del passato. Vorrei qui contribuire non alla mitologia, ma più modestamente ali' analitica delle code socialiste. Le code socialiste non devono essere confuse con i tentativi coscientemente messi in atto da governi o da amministrazioni di allocare risorse attraverso canali alternativi al mercato: molti beni vengono allocati dallo Stato in base al bisogno, all'anzianità del richiedente, al merito, al sesso o al gruppo di origine; in alcuni casi ci si affida al caso, come negli Stati Uniti dove ogni anno 55.000 visti di ingresso vengono estratti a sorte, oppure alle code, come in Francia dove genitori e studenti fanno la fila di notte per l'iscrizione ali' u~iversità. I governi dei paesi socialisti non avevano nessuna intenzione di allocare un vastissimo numero di beni di consumo attraverso le code. Erano perfettamente in grado di capire lo spreco di risorse che ne sarebbe conseguito. Stare in fila equivale a pagare in unità di tempo ciò che non si paga in rubli, con il corollario che nessuno può incassare quelle unità di tempo e riutilizzarle. Nondimeno, i meccanismi propri della distribuzione dei beni di consumo in un'economia pianificata producevano le code, come effetto non intenzionale e perverso. La coda divenne così una caratteristica centrale della vita quotidiana di quei paesi. Ricorda Czwartosz che in Polonia stare in coda era un'esperienza che si faceva sin dalla più tenera infanzia, per una ragione molto seria: vigeva la regola non scritta che le donne con in braccio un bambino avevano il diritto di saltare la fila. Ogni madre quindi avrebbe fatto la spesa più velocemente se non lasciava a casa il bambino. È lecito supporre che le casalinghe senza figli piccoli chiedessero in prestito i bambini delle vicine di casa per andare a fare la spesa e si fosse sviluppato "un mercato dei bebè": la casalinga doveva convincere la vicina e il bambino che entrambi avrebbero tratto qualche beneficio dal passare diverse ore in fila. Stare in coda era dunque un'esperienza fondante per i bambini polacchi e le merci effettivamente acquistate risultavano del tutto irrilevanti nell'orizzonte cognitivo del bambino. Ciò che importava era fare la coda. Oltre alle donne con bambino, anche le donne incinte, gli handicappati e gli anziani avevano il diritto di saltare la fila. Sarebbe stato però irrazionale lasciare a questo gruppo di "privilegiati" precedenza assoluta, poiché non sarebbe rimasto più nulla per gli altri. Nei negozi si formavano così due code, una di "privilegiati" e una di non privilegiati, e il commesso serviva prima un cliente di una fila e poi un cliente dell'altra. Il tempo di durata della spesa era determinato dalla lunghezza di entrambe le file. Discussioni feroci sorgevano sul diritto di accesso alla coda dei "privilegiati": è possibile immaginare che non tutti coloro che si dichiaravano anziani o handicappati avessero credenziali inequivocabili. (Si è anziani a sessanta o a ottanta anni? Se a un uomo di trent'anni manca un ditomignolo, e riceve una pensione di invalidità, ha diritto di fare la coda nella fila degli handicappati?) Per quanto mi è dato di sapere (e di ricordare), inURSS non vigeva nessun privilegio per le categorie dei disabili. Se fosse esistito, la coda più lunga sarebbe stata quella dei "privilegiati": infatti soprattutto gli anziani facevano, o venivano mandati a fare, la coda. Nondimeno, i membri della coda cercavano di distinguersi gli uni dagli altri, di mostrare segnali da far valere al momento di mettersi in fila: ricordo di
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