LUGLIO/AGOSTO 1993 · NUMERO84 LIRE10.000 I immagini, discussioni e spettacolo SPl:D.INABS.POSTAlEGR. lii· 70%•VIAGAFFURIO 4 -20124 MIIANO
F R E I r:;-r -~,s E L lA NAlURA DnlA I F E ® Chicomunicasucartariciclatacomunica ~,- '~\~~-- ---:'l\:;-a- --~:;;C duevolte.EoggipuòscegliereFreelife, la nuovacartaecologicariciclatadi Fedrigoni.Ecologicapernascita,hi-tech perprestazioni, Freelifeè laprimacarta che rispettal'ambiente rispettala stampa,grazieallaelevataqualitàdelle fibrechelacompongono ( 80%di fibre riciclates condarie "preconsumer" quindi pulite,15%cellulosa,5%purocotone). 3colori,4finiture,6grammature, p runa sceltachenon conoscecompromessi. NaturalmenteFreelifeè "AcidFree"e "ChlorineFree",peresserecologica fino i CARTIEREFEDRIGONI & C. S.p.A. 37135 Verono · ltolia · Viale Piave, 3 Tel. (045) 80.87.888 Fax Italia 045-8009015 ~\::,,-- ,. -'9;.;..-w \ -;,~ ,,+,,-,;. 0'1.,,~-,-. 1,,,_,_ --:- .,_ ~~ (@J FEDRIGQNI infondoeperdarelunga vitaallacarta.Immagine, stampabilità, gamma:perFreelifesonodonidinatura.
Gruppo redazionale: Alfonso Berardinelli, Gianfranco Bettin, Grazia Cherchi, Marcello Flores, Goffredo Fofi (direttore), Piergiorgio Giacchè, Gad Lerner, Luigi Manconi, Santina Mobiglia, Lia Sacerdote (direzione editoriale), Marino Sinibaldi. LINEA D'OMBRA anno XI lugliolagostol 993 numero 84 Collaboratori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Arrnellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Mario Barenghi, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert, Paolo Bertinetti, Francesco Binni, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Borella, Franco Brioschi, Marisa Bulgheroni, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d'Afflitto, Gianni Canova, Marisa Caramella, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, IL CONTESTO 2 3 5 6 8 IO 12 13 15 16 Italia '93: politica/sinistra Vittorio Dini, Luigi Manconi Gianfranco Bettin Mimmo Lombezzi Slavenka Drakulic Federico Varese Alessandro Micheletti Francesco Ciafaloni Damiano D. Abeni Fabio Gambaro Emanuele Vinassa de Regny Goffredo Fofi CONFRONTI Il luogo della mediazione Appunti dal Palazzo La guerra dei Balcani e il nuovo Medioevo La guerra siamo noi a cura di Mimmo Lombezzi Code socialiste I silenzi dei senegalesi Nelle diverse Italie AIDS: notizie da Berlino Tahar Djaout, vittima dell'integralismo Ricordo di Laura Conti Ricordo di Sandro Sarti Cesare Cases, Alberto Cavaglion, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Luca Clerici, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Mario Cuminetti, Peppo Delconte, Roberto Delera, Stefano De Matteis, Piera Detassis, Vittorio Dini, Carlo Donolo, Riccardo Duranti, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Bruno Falcetto, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Nicola Gallerano, Fabio Gambaro, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Filippo La Porta, Stefano Levi della Torre, Mimmo Lombezzi, Marcello Lorrai, Maria Maderna, Maria Teresa Mandalari, Danilo Manera, Bruno Mari, Edoarda Masi, Roberta Mazzanti, Roberto Menin, Paolo Mereghetti, Diego Mormorio, Maria Paolo Giovannetti su Il cardi/lo addolorato di Anna Maria Ortese (a p. 19), Gianni Turchetta su La tempesta di Emilio Tadini (a p. 21), Luca Clerici su Oceano Mare di Ale~sandro Baricco (a p. 23), Maria Nadotti su Poche storie di Sandra Petrignani (a p. 24). IL ROMANZO IN EUROPA Nadotti, Antonello Negri, Grazia Neri, Marco 28 Nifantani, Luisa Orelli, Maria Teresa Orsi, Pia Pera, 30 Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, 38 Giovanni Pillonca, Bruno Pischedda, Oreste Pivetta, 40 Pietro Polito, Giuliano Pontara, Giuseppe Pontremo- 41 li, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondi44 no, Michele Ranchetti, Marco Restelli, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Fabio Rodriguez Amaya, 46 Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, 48 Nanni Salio, Paolo Scarnecchia, Domenico Scarpa, 52 Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Joaqufn Sokolowicz, Piero Spila, Paola Splendore, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Tullio Vinay, Itala Vivan, Gianni Volpi. Progetto grafico: Andrea Rauch/Graphiti Ricerche redazionali: Natalia Delconte Pubblicità: Miriam Corradi Esteri: Pinuccia Ferrari Produzione: Emanuela Re Amministrazione: Patrizia Brogi 55 56 57 58 Kazimierz Brandys Vladimir Makanin Péter Esterhazy Beryl Bainbridge Cees Nooteboom Torgny Lindgren Javier Mar(as Manuel Vdzquez Montalbdn José Saramago In Italia Vincenza Consolo Raffaele La Capria Luigi Malerba Emilio Tadini Paolo Volponi Ghiorgos Seferis Roger Mc Gough Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Giovanna Busacca, Marco Capietti, Loretta Colosio, Barbara Galla, Lieselotte Longato, Annalisa Oboe, Marco Antonio Sannella, Barbara Veduci, Il Leuto libreria dello spettacolo di Roma, la casa editrice Iperborea, la rivista "Urogallo", le agenzie fotografiche, Contrasto, Effigie e Grazia Neri. 62 C. Drummond de Andrade Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio 4 20124 Milano Tel. 02/6691132. Fax: 6691299 Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie PDE- Viale Manfredo Fanti 91, 50137 Firenze -Tel. 055/587242 Stampa Litouric sas - Via Rossini 30 Trezzano SIN - Tel. 02/48403085 64 Ricardo Piglia 68 Héctor Aguilar Cam(n 76 Zoe Wicomb 82 Ama Ata Aidoo 86 Yang Jiang ICIINZA'-=---_ 89 Wolfgang Sachs Rendere giustizia al mondo visibile Sulla strada del bosco Terra di nessuno Esperienze personali "Le frontiere" proruppe Zeno ... Scritto durante una breve pausa Immerso nella finzione La zattera e la motocicletta Il narratore, personaggio ulteriore a cura di Mario Barenghi e Oreste Pivetta Il regime dei proci La globalità non esiste più Anche l'uomo delle caverne Il "noi", il "loro" ... L'invito antico alle storie Poesie per l'estate Mi metto in coda a cura di Gabriella Giannachi Straordinaria conversazione con una signora di mia conoscenza Lo scorrere della vita Domani piangerò Un'altra storia a cura di Annalisa Oboe Certi venti del sud a cura di Loretta Colosio Il manto dell'invisibilità a cura di Silvia Calamandrei L'immagine del pianeta azzurro La copertina di questo numero è di Andrea Pedrazzini. LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Direttore responsabile: Goffredo Fofi Sped. Abb. Post. Gruppo IIl/70% Numero 84 - Lire 10.000 Abbonamento annuale: ITALIA L. 85.000, ESTERO L. 100.000 a mezzo assegno bancario o e/e postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra. I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi.
ILCONTESTO Italia '93: politica/sinistra Il luogo della mediazione Vittorio Dini, Luigi Manconi Ricorre spesso - assai spesso - nel giudizio politico sugli eventi della recente realtà italiana, il riferimento al rapporto nuovo/ vecchio. Di un governo, o di una qualsiasi amministrazione, si misura la qualità - positiva - nelle "facce nuove" che presenta; e, viceversa, quella negativa nelle "facce vecchie". Non si tratta, peraltro, di un riferimento generazionale (giovani al posto di anziani dirigenti della cosa pubblica), quanto di un puro richiamo alle vecchie e nuove presenze all'interno della classe politica. Si prende atto con fermezza del principio che niente può essere più come prima, e lo si applica innanzitutto alla scenografia, all' immaginario, alle "facce" appunto. Altro riferimento costante è al rapporto tra la politica e la morale. Non soltanto Machiavelli è diventato un "cane morto", ma anche il liberale Croce e il liberaldemocratico Norberto Bobbio sembrano oscurati dalla centralità della "questione morale". Corruzione e onestà sono i più frequenti poli di opposizione del giudizio politico. Con qualche difficoltà aggiuntiva proposta dal ruolo del diritto e della magistratura: rapporto tra indagine e giudizio, funzione dei pentiti, ecc. In ogni caso, per il passato pare indispensabile fare la graduatoria dei "mascalzoni" e degli "imbecilli", o del dosaggio tra le due categorie: e per il futuro? Anche in questo caso - si sente dire - l'importante è che indietro non si tomi, che niente sia più come prima. Piuttosto di un corrotto, sarà preferibile un leghista, anche se un po' carogna (e, magari, razzista: "ma cosa vuol dire, poi, razzista ..."). Tanto più - così ragiona, a media voce, il popolo di sinistra- che senza la Lega e senza Bossi non ci sarebbe stata Tangentopoli e non sarebbe stata smascherata la corruzione. A noi questa prospettiva di scelta non piace: né la soluzione, né la scelta in sé. E se, pure, non siamo affatto convinti che la sorte ci possa offrire qualcosa di meglio, non vogliamo gioire del mediocre (così parente del peggio, in questo caso). D'altra parte, non appare convincente, pur se applicabile spesso all'interpretazione del passato, l'aforisma di Giovanni Sartori: "La sinistra? è l'etica. Sinistra è fare il bene degli altri, destra il bene per sé; sinistra è Kant, destra è Bentham". Sullo sfondo di questo atteggiamento c'è un'idea generale, più o meno consapevolmente accettata: quello che è avvenuto nell'ultimo anno in Italia è una rivoluzione o, in ogni caso, un cambio radicale di regime. Cambiamento e onestà assumono la veste di segnali di tale rivoluzione e, allo stesso tempo, di nuovi e fondanti valori dello scenario futuro. Non si tratta, qui, di una mera questione di giudizio storico, o di interpretazione semantica, ma anche di una valutazione del presente e del possibile avvenire. Certo, il sistema politico che ha retto l'Italia dal dopoguerra al 1992 ha presentato più di un carattere di regime; altrettanto evidente è, a prima vista, il significato dirompente degli avvenimenti dell'ultimo anno. Un'intera classe dirigente letteralmente spazzata via rappresenta un evento di 2 • portata eccezionale. Ma è sufficiente, questo fatto, a qualificare in senso proprio una rivoluzione? Si tratterebbe, quanto meno, di una rivoluzione "passiva", senza l'espressione di una soggettività sociale autonoma e consapevole. Dunque, un fenomeno vissuto dai soggetti più come un riflesso che come una vicenda di cui sentirsi diretti protagonisti: senza, d'altra parte, l'obiettivo di un ribaltamento degli assetti di proprietà, di produzione, di potere. Ovvero ciò che ha costituito, storicamente, la base stessa di un processo rivoluzionario. Per rimanere vicino a noi, imovimenti del '68 hanno rappresentato un profondo cambiamento: è stato messo in discussione, allora, il principio di autorità ai diversi livelli dell'organizzazione sociale e della stessa vita di relazione. Nei rapporti tra i sessi, nella famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, la gerarchia dei rappòrti è stata contestata e, spesso, negata e rifondata. Anche se gli assetti istituzionali hanno retto, anche se la sfera della politica è riuscita a contenere gli effetti di questo sommovimento culturale e sociale, tuttavia l'impatto è stato significativo e ha lasciato il segno. Oggi, invece, del cambiamento in atto sono promotori e protagonisti un segmento di un potere - i giudici - e la maggior parte dei media, che hanno amplificato il processo in corso fino a determinarlo - prima che registrarlo - come mobilitazione di opinione pubblica; ed è promotore e protagonista un movimento di protesta legato a una particolare zona del paese e a particolari interessi "etnici" e corporativi: la Lega Nord. Non è necessario conoscere Kant, o essere di sinistra, per capire che al fondo dell'urlo contro "Roma ladrona" - allo stesso modo che nella giustificabile reazione di un qualsiasi cittadino a uno scippo - più che un'istanza morale agisce un interesse immediato contro un altro contrastante (e meno legittimo). L'effetto è, a questo punto, una crisi acuta dell'articolazione nevralgica del sistema politico: in primo luogo, dei partiti. I quali partiti assistono, attoniti, all'incriminazione dei loro ceti dirigenti, ma anche alla caduta di ogni rappresentatività sociale e culturale e, conseguentemente, di gran parte del consenso elettorale. Ma è anche crisi della politica o, secondo la voga apocalittica, "fine della politica": mentre altro non è che la scomparsa di quelli che sono stati gli strumenti tradizionali e i luoghi consueti dell'azione pubblica in questo dopoguerra. Accade così che al massimo dissesto di questi partiti corrisponda uno tra i più elevati livelli di interesse- almeno sul piano dell'orientamento di opinione- per la politica come informazione, dibattito e, perfino, partecipazione elettorale. Insomma, dopo quella delle ideologie, esplode la crisi delle forme di organizzazione e di rappresentanza degli interessi. La crisi dell'89 ha segnalato l'esito finale di un processo nel quale venivano a decadere - fino allo sfaldamento - i punti di riferimento forti del partito politico: da un lato, l'insediamento sociale ("la classe"); dall'altro, il fine: lo Stato moderno e sovrano da gestire, da riformare o da rivoluzioL1are. Al punto in cui stiamo, la vera e auspicabile trasformazione riguarda proprio le regole e gli spazi della politica. Politica ridefinita- beninteso- nella sua autonomia dalla morale: non il luogo di progettazione del "vivere felici" e di produzione-regolazione della società civile. Piuttosto, politica come il luogo dove la complessità e i conflitti non si compongono forzosamente: ma dove, invece - attraverso la mediazione e la negoziazione - si
possono ridurre i danni provocati dagli effetti della competizione tra interessi e valori contrapposti. Occorrono, perciò, nuove regole e, insieme, nuovi spazi e nuove forme della politica. Nuove regole, non soltanto e non principalmente nel senso di riforme elettorali e istituzionali (strumenti, mezzi, procedure): bensì nuove regole come forme originali dell'azione pubblica, a partire dal confronto tra concezioni non particolaristiche della società. Con la consapevolezza che il riconoscimento della complessità delle strutture sociali contemporanee deve condurre al confronto razionale tra progetti; dunque, tutt'altro che relativismo di scelte e di valori (che finirebbero per trovare esclusivamente nell'esercizio della forza il termine di giudizio). Forme e luoghi nuovi, nei quali costituire punti di riferimento per l'elaborazione di tali progetti, e per il loro confronto, si cominciano, sia pure con fatica, a vedere. Del resto, non nascono oggi, ma sono il frutto di un lungo lavorio, in corso da qualche decennio: movimenti che - nonostante il contraddittorio riferirsi ora all'egoismo, ora alla solidarietà - finiscono con l'intersecare la politica e giungono a interferire con essa. Movimenti che sono la politica: senza che ciò comporti, in alcun modo, l'esaurirsi in essa. A,punti dal Palazzo · sulla 11 rivoluzione di centro" Gianfranco Bettin Anno terribile o anno mirabile, questo appena trascorso, per la politica italiana? Visto da dentro, dal Palazzo che ospita almeno formalmente il cuore pulsante e i cervelli pensanti(?) della politica italiana, è stato certo un anno straordinario, imprevedibile. La "rivoluzione di centro", come l'ha chiamata giustamente (almeno in un certo senso, che si vedr:à)Luigi Bobbio sull'ultimo numero di "Linea d'ombra", ha sottoposto le giornate del Parlamento alle sferzate di un vento così turbinoso e incalzante da non lasciar quasi tregua alla vita prima sicura, autoreferenziale e autocentrata com' era, del ceto politico. Risfogliando oggi una specie di diario che ho tenuto più o meno costantemente da quando sono entrato alla Camera come deputato dopo le elezioni del 5 e 6 aprile del '92, ripercorro momenti e ritrovo personaggi che sembrano ormai lontanissimi nel tempo, segno inequivocabile che molto è cambiato, che il presente si stacca drasticamente da ciò che, appena ieri, sembrava quasi eterno, insuperabile. Rileggendo gli appunti, stesi a volte direttamente sui banchi di Montecitorio, che riguardano ad esempio le ILCONTESTO settimane in cui la Camera e il Senato in seduta congiunta cercavano di eleggere il successore di Cossiga alla Presidenza della Repubblica, insieme a inevitabili annotazioni da neofita incuriosito compaiono personaggi impregnati di arroganza e sprizzanti sicurezza, ancora dopo quel semi-terremoto elettorale: i Cirino Pomicino, i Pillitteri, gli Sbardella, i La Ganga, i De Lorenzo (fresco trionfatore a Napoli insieme ali' altro ras locale, il socialista Di Donato). Pernon dire, ovviamente, di Forlani, Andreotti o Craxi. Quest'ultimo, allora, in corsa proprio per la Presidenza della Repubblica o, a scelta, del Consiglio (e, a sua scelta, questa sembrava in quei giorni l'opzione prediletta). Nessuno di questi conserva oggi un ruolo di primo piano. Per giungere alla situazione attuale è stata necessaria proprio quella "rivoluzione di centro" cui si riferisce Luigi Bobbio e che, nella vita del Parlamento, è scandita da giorni di attesa, di colpi di scena, di rabbie, di angosce, di entusiasmi, di intrighi. Nel taccuino trovo registrato un incontro affettuosissimo tra Tognoli e Cossiga, in mezzo ai quali capito per sbaglio, tra le tende all'ingresso dell'aula di Montecitorio. Si sta votando per il nuovo Presidente, è ancora in ballo Forlani - eventuale pietra tombale del pentapartito sulla spinta al nuovo del voto d'aprile. Ed è ancora aperta lapartita di Craxi per Palazzo Chigi. Ma aMilano l'operazione "Mani Pulite" comincia ad andare oltre l'ingegner Mario Chiesa e le tensioni a Palazzo si moltiplicano. Sento Tognoli che dice a Cossiga: "Grazie, Presidente. Grazie, per quello che sta facendo per noi di Milano". E Cossiga, tenendogli le mani, nella penombra delle tende pesanti: "Non preoccuparti, non preoccuparti. Vedrai che tutto va a posto". Il clima generale, però, sta volgendo in fretta verso la tempesta. In una pausa delle votazioni per il Presidente volo a Milano, al concerto degli U2. Il palazzetto dello sport è stipatissimo di migliaia di giovani.C'è uno striscione: "Bono for President" e uno slogan ritmato spessissimo, con migliaia e migliaia di teste saltellanti: "Chi non salta è socialista-è-è". È il 21 maggio. Due giorni dopo, la strage di Capaci. Quattro giorni dopo, l'elezione di Scalfaro, il giorno stesso dei funerali di Falcone e della sua scorta. ("Palermo è avvolta in nubi gonfie di rabbia, di odio, di pioggia che non si libera e non ripulisce la terra. Punta Raisi brulica di uomini armati, di auto blu, di sirene. Le strade sono bloccate, è impossibile raggiungere la piazza e la chiesa dove si celebrano i funerali di Falcone, della moglie e degli agenti di scorta. Ma le nubi vagano ovunque. Col loro carico di rancori e disperazioni oscurano il cielo, gli olivi saraceni, le buganvillee che sfioriscono. L'odore aspro dell'odio divora il profumo delle zagare, del mare, impregna A sinistra: Segni, Occhetto e Ayala dopo il Referendumdi aprile, foto di De Pasquale/Carino !agenzia Contrasto); sotto: Formentinidurante la campagna elettorale a Milano, loto di Cerchiali !agenzia G. Neri) 3
ILCONTESTO l'aria e lo spirito di chiunque sia qui stamattina". - Palermo, 25 maggio '92. "Come un velo di spettri, una coltre afosa e opaca grava su Palermo. Da qualche parte, su in cielo, brucia un sole nascosto. È un giorno caldo e fosco, senza trasparenza. È il giorno dell'ira e della maledizione. Che siate maledetti, voi, assassini di mafia, ripugnanti e vili. Lo grida una folla di giovani, donne, anziani e bambini. Lo gridano gli agenti, in divisa o in borghese, che levano i pugni e le voci, con facce stravolte e occhi gonfi di pianto. La città mostra una voglia vorace di cambiamento. Il municipio occupato, la giunta assediata, il procuratore Giammanco che subisce il furor di popolo e degli agenti. E la torrida piazza di nuovo affollata, oggi, in morte di Paolo Borsellino e della sua scorta". - Palermo, 21 luglio '92.) È una rivoluzione di centro, quella italiana, nel senso che di sicuro non è un sommovimento di classe, su un programma di redistribuzione del reddito e del potere tra le classi (quindi, o di destra o di sinistra in modo limpido). Ma proprio i nomi di Falcone e di Borsellino, e i loro destini, ricordano che non si tratta comunque di un passaggio indolore. Come pure le nuove bombe di Roma e di Firenze, e le stragi tentate o riuscite, confermano. Come conferma la resistenza del ceto politico e del ceto parlamentare in particolare a rimettersi al giudizio sia della magistratura sia degli elettori. La vicenda dell'autorizzazione a procedere contro Craxi negata dal voto della Camera è veramente rivelatrice, a questo proposito, e in molti sensi davvero emblematica. Quel voto, che la sera del 29 aprile scorso sembrava soltanto un errore o l'effetto di un residuo d'arroganza, a distanza è leggibile come il frutto di un vero sentire, un atto di sincera convinzione della più parte della Camera che l'abile discorso di Craxi ha trascinato allo scoperto, vincendo ogni calcolo di opportunità. È stato, quel voto, la più fedele radiografia del ceto politico attualmente ospitato in Parlamento, compresa quella parte che ha votato per Craxi strumentalmente e, diciamo, machiavellicamente-cioè per sabotare il governo Ciampi e puntare alle elezioni anticipate, soprattutto cioè leghisti e missini. ("Il primo voto favorevole a Craxi provoca uno scoppio d'ira, replicato quattro volte, fino all'esplodere del tumulto finale. La vecchia maggioranza, il vecchio regime fa quadrato intorno a uno dei suoi Capi, certo il più combattivo. Una buona parte lo fa per istinto e per vocazione. Un'altra parte perché riconquistata dal discorso di Craxi e dal lavorìo precedente dei suoi uomini - 'Abbiamo lavorato molto in questi mesi ...' dice uno di essi. 'Un uomo così.~. andarsene così...' dice malinconico l'on. Borgia, socialista. 'E proprio uno con le palle' dicono a De Michelis. 'No. Uno con la testa' replica l'ex vicesegretario. Al bagno, mentre si sciacqua la faccia, l'ex ministro De Lorenzo ribadisce: 'I coglioni ci sono quelli che li hanno e quelli che lo sono'. Nostalgia di Craxi, dunque, che motiva gran partè dei voti contro i giudici milanesi. Ma i conti comunque non tornano. Nelle votazioni decisive, relative alle imputazioni più gravi, qualcuno si è aggiunto ai sostenitori di Craxi, dall'opposizione, strumentalmente. Questo non cambia niente per quel che riguarda la stoffa morale e politica dei partiti e degli uomini del vecchio regime, la loro protervia. Ma semina dubbi pesanti e foschi sui giochi pericolosi che nella transizione al nuovo si stanno preparando" - Roma, 29 aprile '93.) Scrivo queste note, sfogliando appunti, il giorno in cui si tiene a Milano, Torino e altrove il ballottaggio tra i possibili sindaci. Naturalmente, tutti gli occhi sono puntati su Milano. È lì che si vedrà se gli interpreti più visceralmente centristi della "rivoluzione di centro" riusciranno a conquistare la leadership della più importante città del nord Italia. Sono sfidati da una coalizione di sinistra, ampia, unita nel nome di Nando Dalla Chiesa. Si sfidano, cioè, la base di massa, elettorale, del cambiamento in corso, quella che ha 4 svuotato l'elettorato democristiano e socialista del nord e ha di sicuro agevolato il lavoro dei magistrati di "Mani Pulite", e alcune delle persone e dei gruppi - non direi "dei partiti" - che quel cambiamento hanno preparato lavorando duramente, rischiosamente, spesso in solitudine, per anni. Si può dire con certezza che dietro le inchieste ora vincenti dei magistrati che hanno scoperchiato Tangentopoli non c'è mai o quasi mai un esposto o una denuncia o una contro-inchiesta politica o giornalistica di qualche leghista e c'è sempre o quasi sempre il lavoro di qualcuno come Nando Dalla Chiesa o come Basilio Rizzo, Paolo Hutter o altri ancora provenienti dalla società civile, dalla sinistra o anche dalla destra intransigenti, o dall'ambientalismo. Mai dal leghismo. Eppure è la Lega - oggi, stasera, 20 di giugno 1993,puòessereMarcoFormentini aMilano -a raccogliere elettoralmente e quindi politicamente i frutti maggiori del "nuovo", a riceverne il vento nelle vele. Sarà dunque Umberto Bossi a qualificare nei contenuti e negli obiettivi, nel linguaggio e nello stile, l'Italia del post-rivoluzione di centro? Non è affatto ovvio che vada così, come dimostrano diverse realtà proprio in questa tornata elettorale amministrativa. Ma può accadere, con effetti che potrebbero anche non essere quelli peggiori paventati da molti che temono il "regime leghista" ma che certamente non corrisponderanno alle attese e alle speranze, agli obiettivi di chi ha puntato in questi anni non solo a liberarsi dalla corruzione e dall'inefficienza ma a nuovi orizzonti di solidarietà, di tutela dei diritti, di salvaguardia dell'ambiente e del territorio. Insomma, la "rivoluzione di centro" può trovare un compimento davvero fecondo prolungandosi in una trasformazione della politica che ne qualifichi obiettivi e progetti secondo quanto di veramente innovativo ha prodotto la nostra storia recente: non la deregulation selvaggia che vuole Bossi, ad esempio, ma leggi chiare, quadri normativi certi che disciplinino finalmente questioni decisive come il regime dei suoli e l'uso del territorio, la crescita delle città, il prelievo fiscale, l'assistenza sanitaria, le politiche di tutela delle fasce deboli e del lavoro - per dirne solo alcune. Su questo versante la Lega è rimasta finora nascosta dietro slogan oggi troppo facilmente popolari (come la polemica antistatalista e antiromana). Se governerà, andrà sfidata proprio su questo, sulla capacità di rispondere, dal suo "centrismo" estremista, a bisogni e domande di una società stratificata e differenziata come quella che ha prodotto il "nuovo". È una sfida, beninteso, che si può vincere anche prima, cioè arrivando al governo locale o nazionale prima della Lega. Può accadere, qualunque sia il risultato odierno di Milano (anche se, vincendo Formentini, l'abbrivio della Lega sembrerà quasi irresistibile ...). La Gega, ma anche i tentativi di resistere torbidamente al cambiamento, si possono sconfiggere se coloro che hanno lavorato in questi anni alla fuoriuscita dagli orridi "anni Ottanta" e dalla loro ideologia e pratica, coloro che hanno cercato il nuovo a sinistra, nell'ambientalismo, nel volontariato, nelle professioni, nei gruppi di base, nell'impegno culturale, nei movimenti civili e sociali che ricorrentemente hanno increspato la superficie luccicante di oro falso di questi anni, se tutti costoro sapranno guardare anche ad altri. Non alla "gente comune", indistinta e spesso orrenda, davvero "gentaglia comune", come la chiama Altan, bensì ad altri più selettivamente individuati, intransigenti e puliti anche se "diversi" socialmente e per formazione. A persone come Falcone e Borsellino, per intenderci ~ uomini di centro o addirittura conservatori, ma persone forti, ragionevoli, affidabili - e ai loro simili, preservati da un destino così tragico ed eroico, e tuttavia disponibili, nella vita quotidiana delle nostre città edi questo paese, a partecipare a un possibile progetto di indirizzo e di gestione della vita collettiva, a una possibile maggioranza democratica che sia in grado di assumersi limpidamente, sulla base di un patto preciso, la responsabilità delle cose e dei destini comuni.
ILCONTESTO La guerra nei Balcani e il nuovo Medioevo Cinque tesi Mimmo Lombezzi 1) È la prima guerra che importa in Europa quella che si credeva una caratteristica dei conflitti del terzo mondo: armi moderne caricate con moventi che sprofondano nel passato. Come in Libano, dove per 15 anni Cristiani e Musulmani hanno combattuto una guerra che molti vivevano come continuazione delle Crociate. Il fatto che nell'ex Jugosl.avia questo passato sia relativamente "prossimo" (i massacri della prima e seconda guerra mondiale) rende il quadro ancora più inquietante. Gli stessi giovani che applaudivano l'ottimo rock belgradese oggi acclamano gli ideàli di purezza etnica di Sheshelì e si fanno uccidere per la "Grande Serbia". Pensavamo che la rivoluzione khomeinista costituisse il più grande salto all'indietro compiuto da uno stato nel ventesimo secolo, ma oggi vien da chiedersi quale follia sia più grande: se lapidare le adultere come ai tempi del secondo califfo, oppure uccidere e farsi uccidere per ideali "terra e sangue" che credevamo tramontati con il nazismo. Il paradosso appare ancora più grande se si considera che mentre la Jugoslavia ha sempre partecipato del "villaggio globale" europeo, l'Iran non è mai uscito (culturalmente) dal medioevo islamico: mentre gli intellettuali di Teheran discutevano di Sartre e del Vietnam, per il resto del paese l'unico verbo era quello del Corano e la preghiera del venerdì aveva un'audience di gran lunga superiore a quella del più popolare varietà del sabato sera. 2) È la prima vera guerra post-comunista ma è anche quella che ha permesso la permanenza e la riconversione "nazionalista" delle strutture politiche e militari del vecchio regime. In tal senso è anche una guerra "sindacale", che ha messo in gioco tutti gli elementi di forza dei regimi comunisti mostrandone la "geometrica potenza". a) L'impiego del terrore e dei servizi segreti. Il primo massacro, quello di Borovo Seio (2 maggio 1991) in cui 12 poliziotti croati che cercavano di liberare due colleghi vengono fatti a pezzi, è talmente orribile che i media di Zagabria preferiscono non pubblicare le foto. Si verrà a sapere più tardi che gli autori dello scempio sono agenti di Belgrado. La strategia dell'orrore, che Ceausescu non era riuscito ad attuare, viene usata in modo sistematico da Milosevic e già allora si parla di "irregolari fuori da ogni controllo" ... b) L'uso intimidatorio della polizia contro l'opposizione che culmina con il pestaggio del suo principale esponente, Vuk Draskovic. c) Il controllo dell'informazione e il suo abuso. La guerra inizia con un falso "11 serbi uccisi a Pacraz in Croazia" e prosegue con una serie infinita di falsi in Bosnia: "Vogliono fondare una repubblica islamica. Sono degli Hezbollah". d) La propaganda. Milosevic (che rispetto a quel bandito di strada di Saddam passerà alla storia come un vero genio del male) opera un vero e proprio training di massa sull'inconscio collettivo dei serbi giocando su cinque elementi: - la fuga di migliaia di serbi dal Kossovo (culla storica della civiltà serba) scacciati dalla pressione demografica e politica degli albanesi; - la memoria ancora vivissima dei massacri subiti dagli Ustasha 50 anni prima; - gli errori del nazionalismo croato che sfodera tutta una . serie di simboli, divise, bandiere e stemmi che evocano il regime di Pavelic; - la paura. Per tre anni Milosevic fa scavare le fosse comuni della seconda guerra mondiale. Omettendo i massacri compiuti dai cetnici e il fatto che gli Ustasha uccisero anche migliaia di antifascisti croati, si costruisce il mito del "genocidio dei serbi", si assimila la Croazia indipendente di Tudjman allo "Stato indipendente di Croazia" di Pavelic, e si fonda l'equivalenza fra l'essere minoranza e l'essere candidati allo sterminio (in Croazia, in Bosnia, in Kossovo, domani forse in Macedonia). Adorno scrive che nel corso di un'operazione in anestesia la violenza Bosnia. Foto di Potrick Ch6uvel (Sygma/G. Neri). 5
IL CONTESTO subita è molto maggiore. Il training di Milosevic ha proprio questo effetto: i giovani serbi scoprono di essere dei sopravvissuti, si risvegliano da un incubo che è il loro passato. "Solo adesso abbiamo capito che cosa ci hanno fatto" mi dice uno di loro. Si esumano i morti di ieri per arruolare i morituri di domani, i "vendicatori" che distruggeranno Vukovar e Sarajevo, che, per "prevenire un altro genocidio", sterminano i Musulmani; - l'ideologia, che giustifica l'aggressione operando una saldatura ferrea fra la lotta antifascista ("tutti i croati sono Ustasha"), il principio occidentale dell'autodeterminazione e il mito secolare della Grande Serbia. La guerra viene vissuta dai serbi come guerra difensiva, come guerra per la sopravvivenza: Se l'essere minoranza vuol dire essere votati all'emarginazione (come oggi in Kossovo) o allo sterminio come ieri in Croazia o (forse) domani in Bosnia, i serbi si salveranno solo se saranno uniti, come recita lo slogan dei cetnici ("Samo Sloga Serbina Spasavo": Solo l'unità salva la Serbia). Un 'unità da conseguirsi ritagliandosi uno stato (un "Lebensraum") ovunque ci siano dei serbi. 3) Il carattere "asiatico" del massacro in corso nasce dal fatto che i popoli dei Balcani sono talmente misti che l'unico modo per separarli e redistribuirli è il terrore. Gli stupri di massa rendono impossibile anche in futuro la convivenza e offrono uno sfogo simbolico alla paura dell'incremento demografico musulmano: "Partorirete dei bambini cetnici". Le stragi, il sacrificio deliberato di vecchi e bambini accelerano le migrazioni. A prima vista il quadro che ne risulta evoca il genocidio armeno, ma la matrice comportamentale di tutto questo va fatta risalire a Stalin. È a quell'epoca infatti che per la prima volta in Europa si progetta di spostare con la violenza grandi masse di popolazione. 4) Anche se si combatte a tre ore da Trieste è già una guerra dimenticata o meglio rimossa. Il bisogno del pubblico (italiano/ europeo) di rimuoverla nasce dalla paura del "contagio". Per convincere la gente a sparare sui vicini di casa in un paese dove i figli di famiglie miste sono una percentuale enorme, dove tutti hanno un parente o un amico croato o musulmano, bisogna inesorabilmente costruire un "diverso" da uccidere. Così i croati vengono definiti "un popolo genocida", "croato" diventa sinonimo di "Ustasha", mentre i Musulmani diventano dei "fondamentalisti" etc ... La costruzione di questa differenza è un processo in movimento che domani può investire nuovi gruppi o nuovi soggetti: gli ungheresi della Vojvodina, i montenegrini sempre più stretti dall'abbraccio mortale con i serbi, i macedoni oppure i dissidenti interni. La gente sembra intllire tutto ciò e ne rifugge, perché nulla garantisce dal fatto che tutto questo non possa riprodursi fuori dai Balcani. 5) È la guerra che segna il tramonto dell'"opinione pubblica internazionale". Se la Guerra del Golfo si svolge davanti a un gigantesco pubblico (che è anche "ministero") unificato dalla Cnn - al punto che Saddam sfida Bush a un dibattito in diretta - i·serbi sparano tranquillamente sulla stampa. La loro genuina barbarie nasce prima della tv e l'attraversa, a volte con una raffica di kalashnikov ... E forse non è un caso che le onde tv riproducano le antiche divisioni fra i turchi e l'impero austroungarico. Sulle alpi Dinariche si spartiscono le frequenze: in Croazia arrivano le tv tedesche e italiane, in Serbia arriva solo la tv, cioè la verità di Belgrado ... 6 La guerra siamo noi Incontro con Slavenka Drakulic a cura di Mimmo Lombezzi Slavenka Drakulic (Croazia• _.,........., 1949), negli anni Ottanta è diventata una delle giornaliste più quotate in Jugoslavia. Oggi scrive per "Time", "Die Zeit" e "The Nation". Ha pubblicato romanzi e reportage, tradotti in di verse lingue. Balkan Express (Il Saggiatore 1993) è il suo primo libro pubblicato in Italia. I serbi bosniaci hanno rifiutato il piano di pace sfidando non solo l'occidente ma anche Milosevic. Esiste una componente suicida in questo comportamento. Sta trionfan- Foto di BossoConnorso (Ag. G. Neri). do di nuovo il mito del 'Vidovdan ', della battaglia di Kossovo, quando i serbi si fecero massacrare dai Turchi ? Dire che esiste un elemento suicida nei serbi come in qualsiasi altro popolo significa in qualche modo isolare quel popolo, attribuirgli qualche speciale vocazione di carattere biologico ... E questo per me è spaventoso perché ho vissuto con questa gente, ho vissuto nello stesso paese con questa gente. Non credo affatto in mitologie simili. La cosa più spaventosa e più stupefacente per me di tutta la vicenda è che questa è gente normale, e quanto lontano possa andare e perché stiano facendo così questa è evidentemente una questione morale. La cosa più spaventosa nell'attribuire elementi suicidi al popolo serbo è che in questo modo ci mettiamo in pace con noi stessi, dicendo: "Guarda questi, sono dei pazzi, sono dei suicidi e questa è la ragione per cui stanno facendo così. A noi non potrebbe mai accadere la stessa cosa." Io penso esattamente il contrario. Penso che quello che accade può accadere anche a noi e che anche noi possiamo fare le stesse cose. Forse c'è un elemento di psicologia collettiva, ma più di ogni altra cosa vedo che questa gente è stata manipolata. I serbi con cui ho vissuto, li ho visti manipolati da questa follia. In certe condizioni, c'è qualcosa che si diffonde come un cancro: le céllule sono sempre le stesse ma cominciano a moltiplicarsi e a distruggere l'organismo. Non credo proprio che una cosa del genere potrebbe accadere in Italia. • Non c'è, nessuna differenza. Potrebbe succedere anche in Italia. Qui c'è una democrazia più sviluppata ma lì c'è sempre stata una "mentalità" totalitaria; dove non ci sono meccanismi di controllo, non c'è nessuna coscienza tra i cittadini. Ci sono grandi differenze di sviluppo storico della società, non certo della psicologia della gente.
C'è sicuramente un elemento negativo ma c'è anche un 'elemento di arcaica grandezza nelfatto di sfidare il più forte, come i serbi fecero con i turchi, con gli austriaci e con i tedeschi. E il culto della sfida al più forte, che ha delle componenti suicide, è una caratteristica specifica dei serbi. Io non credo che questo elemento appartenga solo ai serbi. lo distinguo fra il popolo serbo e il governo di Milosevic o di Karadzic. Ci sono certo questi miti, e sono molto importanti nella storia di ogni popolo, ma quello che voglio dire è che vengono usati per manipolare la gente, per raggiungere un obbiettivo, e questo è quello che accade. Ma d'altra parte non sono per niente sorpresa del fatto che i serbi non vogliano firmare la pace. Certo che ci sono differenze trai popoli, certo che non siamo tutti uguali. Prima di tutto penso che questo sia il comportamento del governo che vuole fare certe cose e non intende rinunciare. Fanno quello che vogliono, come hanno fatto nell'87 nel Kossovo. Non è una cosa nuova. Milosevic va sempre a "salvare" la minoranza serba in qualche altro paese. È un metodo che ha sempre usato e nessuno lo ha fermato. Ma io penso che non basti una manipolazione per quanto intelligente a spingere la gente a morire, ad autodistruggersi. Ci devono essere certo degli elementi che il governo ha manipolato ma c'erano anche degli elementi, immanenti, il mito del "Non arrendersi", l'essere "Noi serbi contro tutto il mondo". . Sì ciò esiste, ma non penso che sia una caratteristica del popolo. Ci sono elementi di mitologia serba, di storia serba, di manipolazione e di paura. Questa gente si sente messa da parte con tutte le misure prese contro i serbi e allora l'unico modo di reagire in queste simili circostanze è dire: "Noi ..." ed è sempre un "Noi", mai "lo", è sempre una società di massa, una società nazionalista di massa, che dice: "Noi serbi faremo vedere a tutto il mondo come siamo forti e decisi a morire ...". Il nazionalismo esisteva da sempre ma come una malattia latente, che esplode in certe condizioni. Ma se pensi che sono dei pazzi, prima di tutto te ne lavi le mani, secondo, significa che è impossibile vivere con questa gente. Ma ciò è difficile da accettare sarebbe come dire che è impossibile vivere con i tedeschi perché erano nazisti. Se dici questo per i serbi, vale per tutti, anche per gli italiani. È un'idea un po' pericolosa. E d'altra parte, se tu sei un leader del governo serbo di Bosnia, cosa puoi fare? O ti arrendi o dici: "Noi siamo molto forti. Siamo pronti a morire. Questo è il mito del 'Vidovdan' ... etc. etc. Non hai alternative". E se vivi per quaranta o cinquanta anni in una società di massa collettivista, aspetti che tutte le decisioni, buone o cattive, vengano dal vertice. Nella omogeneizzazione nazionalista degli ultimi due o tre anni si può essere solo parte di una massa, una massa solo croata o solo serba, e non importa se sei un intellettuale o un giornalista, sei ridotto al minimo comune denominatore: la nazionalità, e a nessuno importa delle tue caratteristiche individuali. Dici "Ho sposato un serbo. Non ci importava che fossimo croati, serbi... volevamo solo vivere epensavamo di essere usciti 'dall'ombra della guerra"'. Ma da quello che dici adesso quest'ombra esiste ancora, perché se era così facile identificare qualcuno come croato come, serbo o come Musulmano, vuol dire che la Jugoslavia non è mai uscita dall'ombra della guerra. Avevamo amici di tutte le nazionalità e queste cose non avevano importanza, almeno per la mia generazione che era nata dopo la guerra. Ma due o tre anni fa ho cominciato a chiedermi ILCONTESTO "Questo è serbo, croato o Musulmano?", perché ci sono certi nomi che non rivelano immediatamente la nazionalità. Allora non è che noi vivessimo nel passato ma il passato in qualche modo era sempre presente, era solo "addormentato". Il fatto che io sia croata non vuol dire niente se non succede qualcosa per cui il fatto di essere croato o serbo comincia ad essere co•sìimportante che qualcuno ti uccide. Questa guerra nasce dalla paura. I serbi della Krajna cominciano ad armarsi e dicono "abbiamo paura di un nuovo genocidio". Come mai questa paura non è mai finita, non è mai scomparsa. Come mai si inizia a sparare sul vicino perché si ha paura di un nuovo genocidio? Questa guerra, bisogna ricordarselo, non è cominciata fra la gente. È cominciata 5 o 6 anni fa al vertice del governo con l'idea della "Grande Serbia", con il progetto dei comunisti di restare al potere. Con un'enorme crisi economica e sociale. Non è iniziata con piccoli conflitti fra la gente che poi sono degenerati. Tutto è cominciato dal vertice e come un ciclone è arrivato anche in basso, sulla terra. Quando hanno massacrato i poliziotti croati a Borovo Selo o a Plitvice, quando hanno bruciato le prime case è iniziato qualcosa che non poteva più finire, perché non accadeva più a livello politico, è diventato vendetta. Se sei un croato che vive a Vukovar e un serbo ti brucia la casa cosa fai? O scappi o ti difendi. Tutto è cominciato dal vertice come guerra dei media. Evocando le stragi della seconda guerra mondiale come fantasmi. Ed era chiaro il progetto di prendere, quando fossero crollati la federazione e il sistema comunista, più terra possibile. E in una guerra diretta contro i civili può accadere di tutto. Il massacro di Borovo Selo è stato commesso da agenti di Belgrado ma la gente non si è opposta. Ormai l'atmosfera era prefabbricata per queste cose. Ormai si era creata un'atmosfera di estrema paura. Immagina che tutti si viva insieme ma a un certo punto arriva qualcuno che ti dice "Ti uccideranno" e tu sai che questo è avvenuto nella seconda guerra mondiale, èhe è possibile. C'erano elementi per creare il panico. Io non difendo il governo Tudjman. Ha fatto molti errori. C'è sempre stato il problema di una minoranza serba in Croazia, e Tudjman ha servito su un piatto d'oro la minoranza serba a Milosevic. E si sapeva come Milosevic avrebbe usato quest'occasione. È paradossale oggi parlare delle ombre dei morti. Loro quando hanno alzato le prime barricate chiedevano solo l'autonomia culturale, ed era logico vedendo in Croazia tutti questi simboli dello stato fascista e della seconda guerra mondiale, è chiaro che si sono spaventati. Qualcuno avrebbe dovuto dire "Non si può fare così. Andiamo per gradi. Parliamo con questa gente". Lo hanno fatto ma troppo tardi. All'inizio non è successo niente ai serbi di Croazia, non è vero che sono stati minacciati o che hanno perso il lavoro. Era una paura che al momento sembrava reale ma era una paura molto vecchia. Qualcuno ha detto: "Quando escono fuori questi simboli vuol dire che inizia un altro genocidio". Neghi che in Croazia avessero licenziato molti serbi e che gli uomini di Tudjman avessero detto loro "Tu perdi il posto perché sei serbo"? Questo è successo, ma più tardi. La paura dei simboli è 7
IL CONTESTO cominciata prima. Quando Tudjman è arrivato al potere ormai era guerra. Ancora oggi molti serbi non hanno questa "dichiarazione di lealtà". A Zagabria vivevano 200.000 serbi e metà di loro sono fuggiti. Io penso che questi serbi che sono nati in Croazia e sono sempre stati leali non debbano essere messi nella condizione di sentirsi come prigionieri. Ma all'inizio, nell'89 e 90, non è vero che fossero minacciati e si siano ribellati per questo. Era una paura irreale ma qualcuno l'ha usata. Se la Croazia riprenderà la Krajna i serbi saranno in pericolo? Sì. Perché anche se lo stato garantisse tutti i diritti ai serbi, i civili si vendicherebbero, e non ci sarebbero garanzie. Io penso che si debba riprendere la Krajna ma non con le armi, perché la Croazia è in una posizione molto delicata, specie adesso con quel che succede con i croati in Bosnia. C'è il rischio che domani potremmo essere noi ad essere bloccati e isolati dall'Europa. Non possiamo diventare aggressori. An"he Knin che da sempre è croata non possiamo riprenderla con la forza. Un'altrascrittricedissidente, Radalvekovic, ha scritto: "Nella guerra in Croazia c'era un aggressore e un aggredito, ma in Bosnia serbi e croati stanno spartendosi il paese". La verità è che il piano Vance-Owen ha sanzionato la situazione sul terreno e io capisco che i Musulmani, che ora hanno un territorio piccolissimo, si sentano derubati Che possono fare ora? Non hanno più nulla da perdere, e hanno pensato "Ma come, adesso anche i croati prendono la nostra terra. E noi cosa facciamo?". È una follia. Primo perché ci sono tantissimi profughi musulmani in Croazia e poi perché sarebbe logico che croati e Musulmani combattessero insieme contro i serbi. Invece quello che c'è da aspettarsi ora, non solo nell'ex Jugoslavia ma in Europa, è il terrorismo musulmano perché hanno perso tutto. Io ho parlato con i giovani che dicono "Non abbiamo più nulla. Non abbiamo nulla da perdere. Possiamo combattere, o ricorrere al terrorismo, perché no?". I croati hanno tradito i Musulmani. Le bandiere, le banconote, le scuole sono croate. Il governo di Tudjman non avrebbe mai dovuto permettere una cosa simile, di usare la nostra bandiera, la nostra moneta, perché questi sono i simboli di uno stato, e certo io sono contro la pulizia etnica da qualunque parte venga. È terribile che usino gli stessi mezzi dei serbi. Tu dici nel libro "La guerra siamo noi". Sì, perché nessuno vuole guardarsi nello specchio e chiedersi: ma cosa ho fatto io? Come ho contribuito io a questa guerra? Se tu non fai niente vuol dire che contribuisci. Nessuno parla di morale ma queste guerre nascono anche per una crisi morale. Certo che tutto comincia a livello politico o di psicologia di massa ma anche a livello morale. Noi viviamo la nostra tranquilla vita borghese e diciamo "Che ci frega della guerra nei Balcani". Ma bisogna essere coscienti che questa guerra cambia per sempre la faccia e il destino dell'Europa e noi come cittadini e come individui dobbiamo saperlo, e dobbiamo fare qualche cosa o questo si ripeterà con la minoranza ungherese in Slovacchia o nell'ex-Urss. Mi stupisce il silenzio degli intellettuali in Italia e in Europa. a Code socialiste Federico Varese Nei paesi dell'Est europeo, insieme alla fine dell'economia pianificata, sono scomparse le code: è sempre più raro assistere a lunghe code di cittadini infreddoliti che attendono fuori della porta di un negozio di Praga, di Varsavia, di Mosca o di Kiev. Mentre si può legittimamente mettere in dubbio che in molti casi vi sia una reale discontinuità politica tra i passati regimi e quelli attuali, nessuno può negare che l'era delle code socialiste sia giunta al termine. Immagino che emergerà presto una mitologia delle code e nelle sere d'inverno molti nonni degli ex paesi socialisti racconteranno ai nipoti le straordinarie, atroci e terribili code del passato. Vorrei qui contribuire non alla mitologia, ma più modestamente ali' analitica delle code socialiste. Le code socialiste non devono essere confuse con i tentativi coscientemente messi in atto da governi o da amministrazioni di allocare risorse attraverso canali alternativi al mercato: molti beni vengono allocati dallo Stato in base al bisogno, all'anzianità del richiedente, al merito, al sesso o al gruppo di origine; in alcuni casi ci si affida al caso, come negli Stati Uniti dove ogni anno 55.000 visti di ingresso vengono estratti a sorte, oppure alle code, come in Francia dove genitori e studenti fanno la fila di notte per l'iscrizione ali' u~iversità. I governi dei paesi socialisti non avevano nessuna intenzione di allocare un vastissimo numero di beni di consumo attraverso le code. Erano perfettamente in grado di capire lo spreco di risorse che ne sarebbe conseguito. Stare in fila equivale a pagare in unità di tempo ciò che non si paga in rubli, con il corollario che nessuno può incassare quelle unità di tempo e riutilizzarle. Nondimeno, i meccanismi propri della distribuzione dei beni di consumo in un'economia pianificata producevano le code, come effetto non intenzionale e perverso. La coda divenne così una caratteristica centrale della vita quotidiana di quei paesi. Ricorda Czwartosz che in Polonia stare in coda era un'esperienza che si faceva sin dalla più tenera infanzia, per una ragione molto seria: vigeva la regola non scritta che le donne con in braccio un bambino avevano il diritto di saltare la fila. Ogni madre quindi avrebbe fatto la spesa più velocemente se non lasciava a casa il bambino. È lecito supporre che le casalinghe senza figli piccoli chiedessero in prestito i bambini delle vicine di casa per andare a fare la spesa e si fosse sviluppato "un mercato dei bebè": la casalinga doveva convincere la vicina e il bambino che entrambi avrebbero tratto qualche beneficio dal passare diverse ore in fila. Stare in coda era dunque un'esperienza fondante per i bambini polacchi e le merci effettivamente acquistate risultavano del tutto irrilevanti nell'orizzonte cognitivo del bambino. Ciò che importava era fare la coda. Oltre alle donne con bambino, anche le donne incinte, gli handicappati e gli anziani avevano il diritto di saltare la fila. Sarebbe stato però irrazionale lasciare a questo gruppo di "privilegiati" precedenza assoluta, poiché non sarebbe rimasto più nulla per gli altri. Nei negozi si formavano così due code, una di "privilegiati" e una di non privilegiati, e il commesso serviva prima un cliente di una fila e poi un cliente dell'altra. Il tempo di durata della spesa era determinato dalla lunghezza di entrambe le file. Discussioni feroci sorgevano sul diritto di accesso alla coda dei "privilegiati": è possibile immaginare che non tutti coloro che si dichiaravano anziani o handicappati avessero credenziali inequivocabili. (Si è anziani a sessanta o a ottanta anni? Se a un uomo di trent'anni manca un ditomignolo, e riceve una pensione di invalidità, ha diritto di fare la coda nella fila degli handicappati?) Per quanto mi è dato di sapere (e di ricordare), inURSS non vigeva nessun privilegio per le categorie dei disabili. Se fosse esistito, la coda più lunga sarebbe stata quella dei "privilegiati": infatti soprattutto gli anziani facevano, o venivano mandati a fare, la coda. Nondimeno, i membri della coda cercavano di distinguersi gli uni dagli altri, di mostrare segnali da far valere al momento di mettersi in fila: ricordo di
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