Linea d'ombra - anno XI - n. 81 - aprile 1993

IDUCATORI I DISIDUCATORI un pomeriggio a riflettere e io ho sostenuto che non bisognava rispondere a domande fatte oralmente. ma piuttosto a lettere scritte. dettagliate: con laparola siproduceunaspeciedi isrerizzazione. Le persone parlanodei lorobambini. ma nonsono coloro che parlano a meglio capirli. Scrivendo, invece, si riflette e talvolta si trovano delle risposte. Tutto il comrario del "Dottor X". No, il contrario no. La trasmissione del "Dottor X" non si rivolgeva agli adulti. Là rispondevo ai bambini, mentre a France-Inter la cosa era diversa. lei dunque ha rite,iuto che gli adulti non dovesseropar/ore indirettt1.Quest 'esperiem.aha prodotto quello serie dì trasmissioni su FranceInter "Lorsque l'enfalll parait." Però in questo caso le è sta IOrico,wsci1110 il dirWo di comparire con ,romee cognome. A quell'epoca. sì. onnai era cosa fatta. Parlavano tutti ormai. via etere, senza restrizioni. Anche parecchi medici. Non avevo chiesto autorizzazioni a nessuno: le precedenti regole erano cadute in disuso. Tempo prima avevo cominciato un seminario in cui mettevo a confronto pratica clinica e disegno libero. All'inizio c·erano quattro o cinque frequentanti che poi sono talmente aumentati che negli ultimi anni - l'ho condotto fino al 1978! -siamo dovuti ricorrere ali 'anfiteatro del1' Istituto oceanografico. C'erano dai 400 agli 800 partecipan1i iscriui. Che 1ipo di seminario erti? Un seminario aperto a tutti coloro che per professione dovevano occuparsi di bambini evolevano capire il perché di certi loro fallimenti nel rapporto con alcuni soggeui. li seminario aveva cadenza settimanale e vi partecipavano medici, maestri. psichiatri dell'infanzia, professori. direttrici di scuola materna e asili-nido. educatori di soggetti handicappati. professori di disegno, assistenti d'asilo. I frequentanti erano di fonnazionc eterogenea e venivano a raccontare di fallimenti registrati con questo o quel soggeno. quando con la maggior p.arte degli altri ragazzi o bambini avevano ottenuto buoni successi. Ma davanti a un insuccesso si ritrovavano a non saper che fare. Eccoli dunque convenire, coi disegni sottobraccio. a riferire del comportamento dei minori in classe. al!' ospedale, al consultorio. Attraverso la document.:1zione grafica cercavamo di capire prima come r operatore interpretasse e poi •cosa il piccolo autore intendesse raccontare o esprimere. Di tanto in tanto c'era anche qualche compitino nel quale il bambino aveva raccontalo una sua fantasticheria. Insieme, si cercava di capire un po· meglio perché questo bambino e questo adulto non si erano capiti dentro un rapporto nel quale il primo dipendeva dal secondo. Era un'esperienza interessantissima e io studiavo con loro ogni singolo caso. Insieme veniva analizzato quanto traspariva dai comportamenti e dal disegno: da pane mia istituivo dei raffronti o delle analogie con casi da mc seguiti nei quali fossero comparse turbe similari o rappresentazioni grafiche assimilabili. Avanzavo il suggerimento-è soltanto un esempio-che l'operatore interessato avrebbe dovuto colloquiare col fanciullo cosl e così. tenendoci tutti al corrente degli sviluppi. Un paio di settimane o magari anche un mese più tardi, quello ci chiedeva: "Vi ricordate di quel tale bambino?". Tutti andavamo a riguardarci i disegni, cercando di richiamarci il caso alla memoria. "Ecco che cosa ho fatto ...''. Tutto si era sbloccato e tutti ne eravamo interessati. C'erano interi gruppi, scolastici o in ricovero ospedaliero. di bambini che disegnavano. Fra tutti, due o tre potevano presentare problemi comportamentali. Che fare con loro? Eccoci a confrontare i disegni con altri che io avevo raccolto nel corso di un'esperienza maturata in una lunga pratica clinica. Si poteva di conseguenza parlare dei disegni coi loro piccoli autori che potevano poi anche abreagire diversamente. Era comunque un lavoro per persone motivate. Ci si sfor,...ava di chiarire. attraverso le dinamiche dell'inconscio, comportamenti che potevano sembrare similari e che non lo erano affatto sotto l'aspetto della relazione del piccolo paziente con una determinata persona. E quest'ultima. parlandone. portava alla luce il proprio contro-transfert, compito difficile in quanto si trattava di muoversi senza ferire i narcisismi individuali, di persone professionalmente qualificate, che campavano di ciò. Bisognava tuttavia far capire al contempo che talora non si riesce a comprendere un certo paziente per ragioni inerenti a chi lo esamina. Ad ogni buon conto. io facevo in modo di avanzare, a titolo di ipotesi beninteso. anche un'eventualità del genere. Era un seminario, va detto, in cui si lavorava per davvero. Lei ha espos10 i/famoso caso Dominique nel 1967 durame le Giomate sulla psicosi orga11iw1te da Mmul Mam1011ia, lla prese11;:,a degli antipsi• chiatri inglesi. Propriocosì. Paul Flamandmi aveva chiesto di redigere il Ct,so Dominique per fame un libro e io avevo accettato. Al momento di dare il via alla stampa. mi chiese che ne era stato di Psicwmlisi e petliatria che avevo pubblicato a mie spese in tre ristampe successive di duemila copie ciascuna depositate presso Madame Bonnier-Lespiaut. Ne restavano ormai soltanto una decina di copie e Flamand decise allora di ripubblica.re la mia tesi in contemporanea a /I caso Dominique. Il caso Domi11it1ue apparve nella collana "Le Champ Frcudien". la tesi invece fuori collana. Si ritenne infatti di doverla cosl collocare perché giudicata non ''freudiana··. lo sono stata piuttosto sorprcs.a del successo di pubblico dei miei libri. Senza Paul Flamand tuttavia non avrei mai pubblicato testi da libreria ma probabilmente soltanto articoli su riviste. Dal 1979 lei si è occ11para della "Maison Verte"? L'idea della ''Maison Verte" la cullavo a dire il vero da una quindicina d'anni. Ne avevo parlato a Pierre Benoit. Co lene Langignon e Bemard This al Centro Etienne-Marcel. Trovavo infani negatiLA TERRA 29 i i E =

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