Linea d'ombra - anno XI - n. 81 - aprile 1993

14 YIITA DAUA LUNA viaggi nel sud del mondo, dove talvolta sono andato anche con i miei figli. perché ho sempre pensatoche era imponantissimoregalare loro la possibilità di guardare da vicino e toccare con mano le diversità della terra. Cosl mi trovo a domandam1i:era solo una illusione quell'idea di fratellanza? Ceno. ripensandoci adesso. la tenerezza e la rivoltache si incarnavano per noi inChe Guevara, rapprescn1avanoun bel girodel mondo. 11Cheera unlatinoamericano chedesideravacreare due. tre, molti Vietnam,e noi. in Europa. coglievamo nelle sue parole l'idea di un sognocomune... Ve lo immaginate oggi, pensare di collegare qualcosa del nostro futuro ad un ideale che passa per due continenti lontani? È davvero difficile! Eppureviviamo in un mondochehacollegamcnli internazionali fortissimi e dove i luoghi del comando tendono a unificarsi e a ccn1ralizzarsi ... E allora, cosa facciamo? Cosa possiamo fare a scuola per ritrovare un sentimento di umanità ? Umanità nel senso di poter dire: ciò che succede a una persona molto lontana da mc in qualche modo mi riguarda. Il punto dolente credo sia quello della inse11• sibilità. che sempre più circola tra noi. Quali cose ponanoalla sensibilità?Quali cose portano all'insensibilità? Dov'è il punto di equilibrio efficace per sfuggire al cinismo senza annegare in un ··eccesso di sensibilità", che difficilmente reggeremmo a lungo? E dunque, con quale sguardo possiamo guardare alle immagini che ci vengono da Mogadiscio, senza voltare la testa? Come possiamo coltivare una qualche sensibili1à alle soni dell"uomo. che sia profonda e duratura? È possibile trovare serenità nell'ingiustizia? Ciò che comincio ad avere in odio fonemente è la possibilità di stabilire un rappono con noi stessi e con la natura che ci rassereni, che ci dia felicità. allontanandoci e separandoci dalle tragedie della storia e dati' umanirll. Hoinodio il pensiero che noi. in occidente. oltre ad essere privilegiati e a vivere in grandi ricchezze. ci permettiamo anche il lusso di ritrovare un buon rappono con la natura. Non vorrei essere frainteso, perché sodi parlaresul filo del paradosso.Eppurecredochedobbiamo trovare un modo di essere profondamente scontenti e sapere condividere nereducazione questa nostra sconte,uezza. Trovare un modo per seminare inquietudine. Credo infaui che educare ad essere semplicemente felici non è una buona cosa nel mondo in cui viviamo. So che questa affcmiazionc è pericolosa. riguardo all'educazione dei bambini. perché ho sempre pensato. e ancora penso. che noi dobbiamo sforzarci di dare all'infanzia il massimo di felicità. Noi dobbiamo cercare di far sl che. nella scuola, bambini e ragazzi trovino un contesto che penncl• ta loro di scoprire la fiducia in se stessi. trovino un ambiente che dia felicità e leggerezza nel loro rappono con gli allri. e apenura nei confronti del mondo. Solo sesi è stati felici, infatti. si puòodi:.irc pienamente l'infelicità e rendersi conto quanto DINTWO LA SCUOLA devastante e drammatica sia ogni costrizione che genera sofferenza. Non sto dunque proponendo assolutamente che i bambini imparino auraverso la sofferenza. Eppure una domanda, a questo punto, mi sembra legittima: quale sensibilità dobbiamo tentare di suscitare nei bambini e nei ragazzi? Non credo sia moralistica la questione. Pone. piuttosto. un pro. blema etico, cenamente difficile da risolvere. Tornando a tanti anni fa, il nostro incessan1e bisogno di movimento risuonava per me nella frase di Majakovskij: "sproneremo il ronzino della storia fino a che schianti'". Punroppo.a schiantarsi con la fragile barca della sua vita fu il poeta, non la storia. che si andava facendo sempre più pesante e piclrificata in Unione Sovietica. Eppure, in quella frase. ancora riconosco una spinta al movimento che vorrei trasformare. ma non perdere. Pensare politico e pensare educativo Ho avuto la fonuna. sul finire degli anni dei grandi movimenti, di incontrare quasi per caso, a Roma. un gruppo di educatori. A quell'incontro devo la mia decisione di fare il maestro. Cosa che, essendo stato espulso da giovane da scuola. non avevo proprio mai pensato di fare. È stata davvero una fonunaquell'incontro, perché mi ha permesso un ribaltamento di punti di riferimento. Un ribaltamento che ho vissuto eenamente come crisi. ma non come rottura della mia identità. Ripensandoci adesso. dopo molti anni. mi sembra che il passaggio personale che ho vissuto sia stato quello da una idea di movimento. tutta proiettata verso 1·esterno-quando noi ci sentivamo. anche un po· pomposamente. come prtstati alla storia - ad un"altra idea di movimento. Ad una immagine di trasformazione più interna. più prossima a ciascuno di noi. Una trasformazione che si poteva suggerire di bocca in bocca e che si poteva comunicare solo corpo a corpo. Cenamente più lenta, cenamente più difficile. ma per ceni versi più intensa. Ecco. il mio incontro con gli amici del Movimento di Cooperazione Educativa mi ha regalato una nuova immagine della storia: l'idea che la storia esiste solo in quanto è incarnata nella vita di qualcuno. nelle emozioni di corpi e persone concrete: che tu forse puoi incontrare e con cui puoi cercare di condividerequalcosa. Nelmio ricordo quel l'impano, assai brusco in verità, ha costituito per me una sona di pulizia da tanta ideologia che circondava molte delle cose in cui credevamo in quegli anni. In quella sona di lavoro di scultura, in cui bisognava operare per vie, del lew,re, c'era la concrcteu..a del lavoro sul corpo. Cioè la pratica di un gruppo di educatori che cercavano dì fom1arc loro stessi panendo dal corpo. Corpo inteso come unità organica dell'essere: come memoria. emozione. esperienza. Come punto di pancnza per cercare se s1cssi ed aprirsi alla relazione con gli altri. Allora, per indicare il la\'oro di progrc~sivo svelamento. personale e reciproco. usavamo la parolanwschera. E il movimento libero del corpo era il tramite per scoprire la propria maschera. le

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