2 VIITA DALLA LUNA ;;i ~ :s Michele Ra11che11i Michele Ranchettl (Milano 1925) è ordinario di Storia della chiesa all'Universitàdi Fjrenze. Ha pubblicato Cultura e riforma religiosa nella storia del modernismo (Einaudi1963)e un volume di poesie, La mentemusicale (Garzanti 1989). Isabella Balena (Rimini 1965) ha collaborato come fotografadi scena con molti teatri milanesi e insegnatoLaboratorio fologralìco in un istituto professionale,ma l'interesseper il reportage l'ha spinta definitivamenteverso il fotogiomalismo.Ha realiuato servizi in Palestina,a Ber1ino, a Londrae in India . Collabora con l'Agenzia Effigiedi Milano. CMIISA ID IMARGINAZIONI Chiesa ed emarginazione Desidero fare solo alcune osservazioni. Non intendo riferirmi alle iniziative da parte della Chiesa o di singoli religiosi nei confronti degli emarginati, che meritano molto interesse e che pretendono un'infonnazione che io non posseggo prima di consentire qualche rilievo o giudizio. Intendo solo rifcrinni ad alcuni momenti teorici che sono secondo me presupposti all'azione caritatevole del clero e checorrispondono a valori non sempre individuati quando si parla sia di emarginati sia di provvedimenti a loro riguardo. li primo punto che vorrei indicare è il carattere ·penitenziale· di alcune fonne di rapporto tra singoli religiosi e diseredati o emarginati. È infatti, secondo me, nella teologia penitenziale che si può e si deve riconoscere l'origine del rapporto. Dico 'penitenziale· e non ·caritatevole' perché. secondo mc, prima di un aueggiamento del singolo ;religioso' - ma anche, naturalmente, del laico verso il suo prossimo, di amore e di carità, di intervento generoso verso la sua sof• ferenza, vi è la necessità di porsi in uno stato sacrificale verso i propri simili che deriva dal riconoscersi imperfetti, e penitenti. di conseguenza. verso Dio. Solo chi ha trasgredito nei confronti di Dio. può riconoscere come necessità assoluta, e, solo in secondo tempo, relativa. il rapporto con l'altro come riparatore dell'offesa commessa. In altri termini, non si darebbe altra condizione per così dire originaria del rapporto con il bisognoso che non derivi dalla certezza di trovarsi in una situazione ·penitenziale'. di necessità della penitenza. Di conseguenza, è soprattutto nella teologia penitenziale che si possono riconoscere forme di assistenza archetipiche del rapporto. E inoltre, naturalmente. è soprattutto nel modello francescano che figura l'esempio di una dedizione senza lìmiti all'altro che prescinde dalle caratteristiche dell'altro, che lo assume, per sé. Per fare un esempio. Ricordiamo tutti l'inizio del Testamento di S. Francesco d'Assisi. Rileggiamo: "Oominus itadedit mihi fratri Francisco incipere faciendi poenitcntiam: quia cum essem in peccatis nimis mihi videbaturamarum videre leprosos. Et ipse Dominus conduxit me intcr illos et feci misericordiam cum illis. Et recedente me ab ipsis. id quod videbatur mihi amarum. conversum fuit mihi in dulcedinem animi et corporis: et postca parum steti et ex ivi dc sacculo''. Rileggiamolo in italiano: "Il Signore così diede a me fratello Francesco di iniziare facendo penitenza; poiché essendo in peccato- ma è molto meglio il Ialino: "in peccatis", plurale, ad indicare una situazione concreta. non l'astratto 'teologico· della situazione 'in peccato' - mi sembrava troppo (estremamente} amaro vedere i lebbrosi. Ed il Signore stesso mi condusse tra loro e feci loro misericordia. E allontanandomi da loro. ciò che sembrava a me amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo; e dopo questo rimasi solo poco tempo e uscii dal secolo" che vuol dire, come sapete. uscii dal mondo secolare. dalla società, ma anche dal mondo. A me sembra che qui si dia appunto il modello teorico di cui ho parlato prima. Vi è. originaria. data dal Signore. una situazione penitenziale. È un dono. non un risultato: Francesco riceve dal Signore la situazione esistenziale che gli consente di entrare nella condizione penitenziale da cui deriverà tutto il resto: questa condizione penitenziale, che è tuttavia, anche. forse soprallutto, un agire (ma ricorderete che pcnilenw. fare penitenza, traduce il termine greco melancein. che significa anche "mutar d'animo" - e allora la ·penitenza' latina è anche un rivolgimento interiore) ha come effetto immedia10 l'azione misericordiosa su una sofferenw fatta trovare dal Signore; 'i lebbrosi': un'azione che non è altro che 'misericordia', cioè che si esercita immediatamente senza un fine diverso. D'altra parte il lebbroso indica qui solo colui che esige misericordia (non ,;cura". e questo. anche questo. è emblematico e rilevante). E questa misericordia compiuta ha un effetto. a sua volta. sconvolgente di trasformazione: ciò che sembra ;amaro· si cambia. per Francesco, in dolcezza, di animo e di corpo. Notate che Francesco dice: ''di corpo" che è. mi sembra. un'aggiunta straordinaria che non ci saremmo aspettati (a noi, per solito, e nella tradizione caritatevole, nel filone della misericordia, percosì dire. borghese. ci sarebbe sembrata sufficiente la dolcez1.a dell"animo, la persuasione di aver compiuto una buona azione non avrebbe investito la nostra corporeità non chiamata in causa dal bene spirituale}. Vi èqui,dunquemi sembra. la struttura originaria: la penitenza, l'oggetto su cui esercitare la misericordia, fatto 'trovare· da essa. la trasformazionedell'oggcnoda ·orrendo' alla vista. inoggetto d'amore. anzi che provoca il bene dell'animo e del corpo. Del resto, qualcosa di simile, con parole diverse. viene riferito come un detto di S. Francesco, compreso nei Fioretti, maom riconosciutocome
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