Linea d'ombra - anno XI - n. 81 - aprile 1993

Enja, una donna piccola, lranquilla, che appariva moltopiù giova• ne dei suoi anni. forse a causa dei suoi grandi e espressivi occhi castani, rimproverava il marito: "Ma non hai compassione di te stesso?Trascinarsi fuori con una pioggia così e un vento così freddo e penetrante ... Guarda, anche il cane si nasconde nel pagliaioe nonneesce.Credimi,il Signore ti perdoneràsepregherai a casa". Ma reb Jeruchem non ci 'sentiva. Ecco il freddo polare che aspetta sulla porta e la tonnenta di neve che fischia. Reb Jeruchem sembra quasi esitare. Si avvicina alla piccola finestrellacircondata da uno spesso strato di ghiaccio sul quale è inciso l'incantevole paesaggio invernale, fattodi alberi nudi con i lronchi alti e sottili; si avvicina come se volesse vedere cosa succede in strada, resta fermo un poco, impensierito, poi si accosta allas1ufae tende lemani versodi essa. Maimprovvisamen1eprendedallaspallieradel letto il suo vecchiocappotto,ormai con una decina dì buchi nella fodera, lo indossa, si avvolge il collo e il viso finoagliocchi con unoscialle verdescoloritodal tempo, mette la sacca con gli oggetti per la preghierasono il braccioe, dopo aver baciato la mewza1 , fa per uscire. Ma prima di uscire definitivamenle,si voltaversodi noie facendouna faccia terribiledice: "Voi, vajser-chevra8. Si faccia silenzio. Ascoltate! Silenzio ci deve essere, neanche un pigolio si deve sentire. E se solo mi vengono a raccontare che avete messo tutto sossopra, allora vi taglierò a strisce". E non appena la porta d'ingresso si chiudeva dietro al reb con il cigolio che conoscevamo bene, si levava un tale chiasso, un tale parapiglia, subito organizzavamo i giochi più rumorosi, tanto che colonne di polvere si alzavano dal pavimento di terra cosparso di sabbia, fino al soffitto. Delle "strisce tagliate" del reb ci eravamo già dimenticati e tutte le minacce di Chaja-Enja non portavano a niente. Naturalmente ammutolivamoe ci disperdevamocome topi nei loroangoli non appena lei faceva la sua comparsa dalla cucina. Ma appena scompariva, riprendevamo il solito chiasso, lecorse, le zuffe e le baruffe. Mendel, peresempio. vuole mostrare la sua forzae si fa sedere Smilek sulle spalle. come un sacco, e inquesto modo fa ilgirodello cheder cinque volte. Ciò non crea per il momento ancora nessun guaioma il ruvidoJosel', rozzo e invidioso. (che tutti chiamavamo dorfscl1eigetl 1 perché veniva dalla campagna) a tradimento fa lo sgambetto a Mendel. E precisamenteal momentodella curva, e lui crolla a terra con tutto il suo carico e si rompe il naso. È facile immaginare la rabbia di Mendel e di tutta la nostra banda. Ed ecco che inizia la mischia. E se ogni ebreo a Pepelivka avesse fallo affari, non dico in un giorno ma nel giro di una settimana, per tanti rubli quante ne prese il dorfscheigelz. da noi tra schiaffi, calci, pizzicotti e ogni tipo di legnata, allora il muro posteriore del nostro bes•gamedres sarebbe stato già da tempo riparatoe nonsarebbe tutt'ora puntellatocon delle assi appoggiate, come da sempre me lo ricordo, e forse avrebbero già aggiustato anche la stufa che era tutta incrinatae faceva fumoda tutte lecrepe ogni volta che l'accendevano. Sì, l'avevamo conciato per le feste il nostro dorfscheigelz,. E se aquel tempo avessimopotutofarci giustiziadi tutti i monellidi città edi campagna,ebrei e gentili,allora, forse, avremmovissutoun po' più tranquilli. Ma non è dì questo che stavamo parlando. Chaja-Enja, anche se minacciava sempre di raccontare tutto al marito, assicurandoci che questi poi ci avrebbe frustati fino a che STOIIII/UN AMI "il sangue non fosse zampillato", raramente metteva in pratica le proprie minacce. "Credete forse di fanni pena?" diceva per giusti• ficare davanti a noi la sua omertà. ''Certo che vi vuole bene. Però ve lo meritate. È lui che mi fa pena. Non voglio che sprechi tulle le sue forze perstar dietro a voi." Einquesto modomotivava lanostra difesa al cospelto del marito, quando capitava che qualcuno si facessemale. "Perché, Jeruchem, ti rovini la salute a causa loro. La sprech.ie vaiverso gli anni più neri. È lostesso anchesenoncaverai da loro niente di buono. E tu, guardati come sci pallido, proprio come quel muro lì." Nel suo intimo era una donna buona come il pane, la nostra rebì,iez. 1°Chaja-Enja. Peròconsiderava non"pedagogico", come si dice oggi, mostrare la propria debolezza in presenza dei bambini. Ma noi. noi non ci ingannavae usavamoe abusavamo di continuo e fino in fondo della sua infinità bontà. Povera Chaja-Enja! Aveva perso uno dietro l'altro quattro bambini, cheerano sopravvissutinon più di un anno e mezzo. Solo due si erano salvati per miracolo, due figlie che erano già sposate e che vivevano e immiserivano nella piccola città vicina, dove lottavano continuamente per "un pezzo di pane", tanto che il poveroJeruchem mandavalorosemprequalcosa inoccasionedella Pasqua. Il figlio maschio che aveva aspettalo avidamente per tutta la vita, il Signore non glielo aveva mandato. E per questo lei aveva questa panicolare debolezza per noi, monelli, e ci difendeva dove e quando poteva. Cara, buona Chaja•Enja, così profondamente infelice. Era sempre triste, sospirava sempre, in particolare quando parlava delle sue figlie, acui Dio nonaveva dato nemmeno unagoccetta di felicità, e il suo sogno più bello e più caro: vivere lino a vedere almeno unagoccia di nachat11 dai figli.Se di mattina, all'uscita del reb, noi effettivamentemettevamo sottosopra tutto lo cheder, non rispanniandoa volte neancheil lettoaccuratamente rifatto,al quale Chaja-Enja dedicava tante cure, al crepuscolo era invece tutta un'altra cosa. E il crepuscolo! Ilcrepuscolo nel nostrocheder! Perprimacosa al momentodi andare via il reb mandavaa casa i meloci, cioè i più piccoli, quelli che facevano più confusione e che non studiavano ancora il Talmud. Ederano lamaggioranza,una ventinae forsepiù. Rimanevamo solo noi, i gemurem1iki 11 , che qualche volta non eravamo neanche dieci persone. E anche se il più vecchio di noi aveva appena dodici anni, tuttavia ci distinguevamo già per una certa serietà, essendo coscienti degli obblighi che ci imponeva il titolo di gemurenniki. Non era una cosa da poco, un bambino che già studia il Talmud incui si discutono le questioni più complicate della legge e della vita. Ma molto di più di questo titolo, ci incantava il crepuscolo. Bisognava essere di natura mollo rozza per non essere influenzati dallamagiadei crepuscolinel nostrochederecominciare unazuffa o qualche stupido gioco. Tutto intorno ci sussurrava sssst... Bisogna sapere che se parlo del crepuscolo nello cheder, è sottinteso che sì tratta del crepuscolo invernale.Anche perché solo d'inverno noi più grandi studiavamo anche la sera fino alle otto, nove. D'estate. al calar del sole,eravamo tutti liberi, i grandi come i piccini. Il nostroreb aveva la sua casetta alla fine di una viuzza piccola, che contava da entrambe leparti in tutto sei casette, che davano su 59

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