CHEDER Ben Ami a cura di Ilaria De Barbieri Ben Ami, pseudonimodello scrinore russo ebreo Mordechaj Rabinowicz, nasce nel 1854 in un villaggio della Podolia (Ucraina) da una famiglia di ebrei ortodossi. Dopo gli studi aJl'universilà di Odessa. diventa scrinore e giornalista.Pubblica vari articoli in difesa del popolo ebraico e dei suoi diritti, denunciando i pogrom degli anni 1881-82.Vive per alcunianni a Parigi e aGinevra dove scrive i suoi primi racconti.Nel J 887 torna ad Odessa e partecipa alla fondazione del movimentosionista Hoveve Sion. Nel 1923 si stabilisce in Palestina dove muore nel 1932. Il tema principaledei suoi racconti è lavita degli ebrei negli shtetlach dell'impero russo. Le tradizioni e i riti di queste comunità ebraiche cominciano in quell'epoca ad essere minacciate dall'industrializzazione e dall'inurbamento. Ben Ami assiste alla lorodisgrega1ione. ricordando con grande nostalgia quel mondo. ad un tempo nido e prigione. che ormai va scomparendo. ma che era staio concepito come unico mondo possibi• le. unico punto di riferimento di identità per gli ebrei dell'Europa orientale. L'allon1anamentodalloshtet/ diventa dunque la via verso l'as• simila.i:ione, che porta inevitabilmente alla perdita dell'"appartenenza" e della memoria. due clementi fondamentali nella storia del popolod'lsr..aele. Diversamente dalla maggior parte degli scrittori russo-ebrei del• l'epoca che scrivevano in yiddish, Ben Ami si serve della lingua russa. Questa scelta ha origine dalla sua posizione di maskil, esponente del• l'Illuminismo ebraico, che lo induce a rifiutare l'yiddish in quanto lingua illetterata (l'yiddish, inollre, avrebbe limi1a10 la diffusione delle sue opere in ambito strettamente ebraico, mentre egli intendeva costituire una testimonianza anche per chi non era ebreo). In passato alcuni dei suoi racconti furono tradotti in tedesco, in yiddish. in francese e in ebraico. Questa è la prima traduzione italiana di Ben Ami. CMder1fa parte di una raccolta dal titolo Racconti ai miei tx11nbi11ì. pubblicata ad Odessa nel 1907. Il mio reb, rebJeruchem, che sia benedetta lasuamemoria, non tralasciavamai lepreghieremattutine e serali al bes•gamedrei1, né d'estatenéd'invemo. Questonei giorni feriali. Figuriamociduran• te le festività. Ma come vedrete, per me quest'ultime non erano molto imponanti. C'erano periodi in cui andare al bes-gamedres era veramente un'impresa, una grande impresa, ve lo posso assicurare, come ai nostri tempi andare in Australia, per esempio. Periodi simili nella nostra piccola città erano due: ilprimo iniziava dopola festadi Sukos1 eduravafinoa Chanuka'. Questoera ilperiodo del cosiddetto "fango di Markeswan"'. li secondo periodo, il momento del "fango di Purùn'>6, iniziava circa due settimane dopo la festa del Purim e durava fino a Pasqua, molto spesso investendo anche i primi giorni di quest'ultima, festa tra le più meravigliose. In questi due periodi il nostro povero villaggio Pepelivka, adagiato in un avvallamento. si presentava come un'unica grande palude, nella quale i maiali che si aggiravano sempre per il quanicre ebraico affogavano fino alla schiena mentre sulla sua superficie nerae liscia lecase apparivanocon i tetti rotti all'ingiù e con i rialzi di terra sudici all'insù. La gente. quando accadeva di dover attraversare la strada, rimaneva a lungo in piedi. assona in una profonda meditazione. Finivadi solito col rinunciaredel tuno all'impresa troppo ardita oppure si decideva ad un giro mollo più ampio, allungando cinque o sei volte la strada. Così. per esempio, quando accadevadi andare a comprare unacandela da due soldi e del pepe per un copeco da Fradel', la botteguccia che si trovava propriodi frontea noi,strisciavamolungo lecase dalla nostrapane, passando per i rialzi e per gli steccati fino alla fine della nostra sa strada, abbastanza lunga; raggiungevamo in questo modo il prato che si stendeva finodietroallachiesa dove era un po' piùsecco. Dal prato passavamo dalla pane opposta e qui, di nuovo infilandoci di steccato in steccato, di rialzo in rialzo, raggiungevamo la bottega di Fradel'. Propriosulla soglia,dalla pane del lastrada, il sudiciume era più alto del ginocchio e la cenere, insieme a vari tipi di rifiuti e spazzatura che Fradel' o suo marito reb Vel'vel' ci buttavano, aumentavano il fetore; nessunocercava di migliorare questa situa• zionee tuttociò rendeva lapalude solo più densa. Equesto nonera proprio un vantaggio. E Dio ci scampi dal caderci dentro con i piedi. Vi posso assicurare che il freddo più spietato, la tempeMapiù impetuosae le tonnentedi neveerano undiveni mento inconfronto ai tonnenti che afniggevano i nostri concittadini inquesto periodo del fango. E se capitava a chi si alzava la mattina presto di comunicare agli altri che nel conile tutto era gelato, questa era di gran lunga la notizia più gradita. Essa portava la liberazione, tutti si sentivano più sollevali. Sl, una liberazione nel vero senso della parola. La gente aveva di nuovo la possibilità di spostarsi liberamente e adoperare le proprie gambe irrigidite. E vi sembra poco? E come si illuminava l'anima quando correndo alla finestra si vedeva la strada diventare bianca o gli alberi e i campi apparire ammantati di puro soffice bagliore nevoso. Ade~so potrete capire quale impresa fosse andare al bes· gamedres nel periodo del "grande fango" a Pepclivka. Questa impresa reb Jeruchem, sia benedetta la sua memoria, la compiva due volte al giorno lutti i giorni. È vero, tale impresaeracompiutadalla maggioranzadegli ebrei del nostro mestecko e addirittura dal nostro vecchio rabbino reb Zeharia che era già oltre i settant'anni e che perfino incasa riusciva a malapena a muovereunpasso. Ma le loro impresenon le stimava nessuno, almeno in questa vita terrena, poiché nessuno ne traeva dei vantaggi. Ma l'atto eroico del mio rebJeruchem era stimato e benedetto dalla trentina di anime candide dei suoi scolari. E posso dire con sicurezza che le nostre benedizioni e le nostre preghiere di bambini sostenevano reb Jeruchem, vistoche di certo non si distingueva per fisicoatleticoe fenna salute. Aveva il torace infossato, il visospossatoe solcatoda rugheprofonde, anche senon era vecchio, e soprattutto aveva un aspetto malaticcio, tossiva di continuo, Le lezioni con noi lo affaticavanoa tal punto che di tanto in tanto si fermava, respirava pesantemente, facendo profondi sospiri, come se stesse scalando una montagna con un carico pesante sulle spalle. Povero reb Jeruchem! Mi si stringe il cuore adesso quando ricordo il lungo viso stanco. i suoi occhi semichiusi nei quali si intravedevano raramente tutte le sofferenze, i suoi radì capelli madidi che comparivano appena da sotto il vecchio zucchetto. E quando ricordo quanti dispiaceri gli abbiamo dato, quante volte siamo stati crudeli e senza cuore con lui, allora mi viene una pesantezza d'animo insostenibile. che mi fa male. Arrivavamo allo cheder presto e finivamo la preghiera in presenza del reb che in quel momento era sprofondato in qualche libro. Quando avevamo finito, egli si alzava pallido, tossendo fonemente, appoggiando la mano ora al petto, ora al fianco, dove sentiva di continuounmale foneeacuto. Spesso suamoglieChaja-
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