Linea d'ombra - anno XI - n. 81 - aprile 1993

SAGGI/ITAROBINSKI spostamento non ha nulla di fortuito maè, anzi, confonne al moto stesso del pensiero del romanziere quale si esprime all'epoca di un episodio assai più tardivo ma simmetrico, quando s'annunzia la vocazione ascrivere: "Alberi( ...) non avete più niente da dirmi, il mio cuore raggelato non vi capisce più. lo son qui. immerso nella natura; ebbene, è con noia e freddezza che gli occhi prendo• no atto della linea che separa il fronte luminoso dal trallod'ombra. (...) Forse. nella parte nuova della mia vita, così disseccata, che ora s ·apre, può darsi che m'ispirino gli uomini quel lo che la natura non mi dice più".6 Codesta riflessione è stata preceduta dalla consta1azionedella "vanità'' e della "menzogna della leueratura''. La posta ingiocoèormaiquelladi una veri là umana fino ad allora misconosciuta. ora rivelata dall'iperacuità della memoria e non più dalla bellezza naturale e dalla sua descrizione. Il libro da scrivere dovrà essere diverso da quelli che. come i libri di Bergotte, hanno come obiettivo soltanto la bellezza descrittiva. Esso si addossa l'onere di una finalità meta-estetica, in grado comunque di restituire legittimità nuova all'"opera d'arte". Una letteratura ridiventa così possibile: essa risorge dalla sua condanna. Ciò che è divenuto importante è om1ai la verilà della sensazione attraverso cui si stabilisce un'analogia nella profondità del tempo. Questa verità, per il mortale, è quanto vi sia di più prossimoa\l'immortalità. È da qui che viene l'ironia nel racconto della reazione giovanile davanti ateo/podi solee al riflesso dentro lo slagno: questa poteva essere soltanto una tappa. quasi una trappola. Era necessario arrischiarsi inconoscenze più perigliose. era necessaria una frequentazione ben più pericolosa del problemadel male. li futuro autore della Rechercheha scoperto che nulla v'era da attendersi da una letteratura la cui sola preoccupazione fosse quella di "cantare" il bello di natura. E il dono di scrivere sembra essere s1atoaccordato quale premio alla rinuncia a diventare un "anista''. Proust contesta il primato della bellezza in nome della verità che t. per lui, un assoluto. Quest'opera così carica d'estetismo. tanto attenta al sentire e al mondo sensibile, è dunque percorsa da un'inquietudine antiestetica e pona una sua testimonianza alla storia del dissidio che. nella cultura occidentale concerne. da secoli, lo statuto della bellezza. Il sacro •·religioso" non ha avuto. all'inizio. un legame regolare con la bellezza. Ad uno stadio probabilmente ulteriore, il sacro si è giovato del suo prestigio: poi la bellezza si è emancipata. ' si è imposta quale erede del sacro e ne ha assunto (o ha usurpato) l'autorità sovrana. È stato piunosto tardi, nella nostra civiltà, che la bellezza è diventala valore dotato di piena autonomia, che gli arredi del culto hanno fauo ingresso nei musei e che i libri sacri sono stati inclusi fra le opere letterarie. Ma il regno della bellezza - le si è voluto assicurare una garanzia trascendentale- è stato più contrastato di quello del sacro. L'obiezione contro Dio derivala dalla presenza del male nel mondo si è rivolta ancor più contro l'affermazione della bellcz1.adel mondo e della "santità'' dell'arte. Quanto cambia da Ronsard a Shakespeare! La cosmologia rinascimentale aveva ereditato dal tramonto dell'Antichità un modello di mondo. chiuso e gerarchico. compatibile con le 36 affennazioni della fede religiosa. La poesia non esita ad assumerlo come materia propria. Ronsard nel suo flymne du ciel ( 1555) imita superbamente, sulla carta, il tono della celebrazione religiosa; nell'immagine del mondo da lui offerta immette l'insegnamento della teologia e della filosofia naturale. conferendo loro l'autorità dello stile aulico. Ma l'atto poetico non ha più nulla di liturgico, è raggiungimento letterario. Il Dio della religione cristiana siede come un tema fra altri, al medesimo titolo dei motivi pagani o mitologici. Il rigorismo dei protestanti e della Controrifonna ha trovato il destro di risentirsi di una frequenta• zione nella quale il godimento estetico prendeva a pretesto la celebrazione religiosa. Duplice e meraviglioso simulacro! li discorso lirico si dispiega in una maestosa successione di alessandrini: O curva volta del Cielo, alta dimora di Dio, Che ad ogni cosa in te offri ricetto, ( ... ) O Cielo. impetuoso corsiero, tu compi l'immenso tuo giro Con piede non mai esausto, nello spazio d'un giorno! ( ... ) Lo spirito dell'Ctemo che sprona la tua corsa. Effuso dentro te come viva sorgente, Per ogni dove t'anima e dona movimento Facendoti ruotare attorno come sfera Per esser più perfetto. ché nella fonna tonda Perfezione risiede, che in sé ha ogni abbondanza. Ronsard, buon ellenista, non poteva ignorare il significato estetico del greco "cosmos•·. "A buon diritto i greci hanno attribuito all'universo 'un bel nome"': Chi t'intenderà reltamente, troverà in te Un solo ornamento, una pura beltà, Un ben regolato compasso, una giusta misura, Insomma null'altro che un cerchio perfeuo, la cui immane ampiezza, Altezza, larghezza. dritto. traverso e profondità Ci mostrano. al vedere così bell'edificio, Quanto d'arti sia colmo lo spirito di Dio. ( ... ) Dio è dunque un costruttore. un monarca artista. E il suo immenso palazzo è anche un perfetto strumento musicale. La sua architettura è vibrante: gli intervalli fra le sfere fonnano un immenso diapason e il poeta cantore si considera discepolo di codesto mondo musicante: Così. alla testa di una sì grande compagnia, Tu suoni una sì dolce e piacevole armonia. Che i nostri liuti nulla sono al confronto dei più modesti suoni Che là in alto risuonano in mille maniere.

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