I CONFRONTI I classe: ·un brigadiere! Gran cosa veramente!' (vedete che cattivi servizi possa fare il vestito). La bionda gli ciondolò due dita, fuggendo a genarsi dentro l'acqua come una sirena dallo scoglio: e la bruna, datagli la mano senzatrasporto, con un sorrisetto corto corto lo congedò bunandosi bocconi sulla sabbia come per dormire, mentre il brigadiere si allontanava mogio mogio senza voltarsi indietro una volta soltanto. E vi posso assicurare che quello che si vedeva avrebbe giustificato tante girate di testa da pigliarsi un torcicollo. lo però.giunto a Venezia lasera, mi procurai il libro di Achille Campanile Ma che cosa è quest'amore? per provare la mia impressione attraverso quella del brigadiere di Pisa. Vi dirò subito che la lettura di quel libro mi fece ricordare quando bambino mangiavo il riso coi fegatini, e, regolannente. sceglievo dal riso uno ad uno tutti i pezzetti di fegatino; e mia madre, che aveva fatto finta di non accorgersi ètel maneggio, non appena mettevo in bocca l'ultimo fegatino me lo fermava in gola fulminandomi: - Ed ora guai a te se non mangi tutto il riso! Mi parve, quel primo libro di Campanile, un gustosissimo assieme di spunti e di trovate cucite più o meno abilmente, e ch'egli vi si affaticasse attorno come un legatore di gemme per fonnarne un tutto. Ma seguitando questo artista a scrivere cd io a leggerlo attentamente, le cose sono cambiate a segno che l'esempio del riso coi fegatini non calza più. Campanile ha conquistato una scrittura sua, una frase personalissima per mezzo della quale espone una originale visione della vita e del mondo in una struttura omogenea e compatta. Via via sviluppandosi, egli è pervenuto ad essere sotto i nostri occhi una vera e propria maschera, una maschera tragica attraverso la quale la comune o banale vita borghese che ci circonda, si ritorce, si dibatte e si divincola col suo esile corpo nell'impossibilità di sostenerla.o l'assume e ne fa pompa con una naturalezza altrettanto sproporzionata, per cui ora ti pare di vedere depositare un baule o un sacco di carbone nelle braccia o sulle spalle di una gentildonna in abito da ballo, ora di vedere eleganti giovinotti pavoneggiarsi fieri e sicuri d'una rosa o d'una gardenia all'occhiello mentre non ci hanno che un mazzo di carote o di cipolle, odi vedere uno che creda di avere in testa un cimiero o una corona da re e non ci abbia che una padellasudicia,o il cimiero e la corona siano di foglio. È. questo del Campanile, l'umorismo tragico e tipico del tempo nostro di un campione dei più genuini ed intensi. che sviluppandosi ed evolvendosi sempre più invade e corrode il campo del dramma di cui conserva ancora. in fondo alla risata, un senso di amarez1.a. Siamo lontani dall'umorismo dei nostri padri e padri della nostra prosa italiana; anch'essi facevano scaturire il riso dalle disgrazie, -che non è una fortuna a questo mondoesserecornu10 o gaglioffo, -dalle disgrazie e dal le ipocrisie, ma erano disgrazie che racchiudevano uno scoppio di gioia fisica. di serenità sensuale o di sincerità, la gioia fino in fondo. Le belle madonne fiorentine. veneziane o lombarde. si concedevano dolci e lalx>riose notti d'amore nelle braccia dei più intraprendenti e fortunali amanti, e alla barba dei più guardinghi e gelosi mariti; e gioconde brigate di giovani si prendevano per trastullo il più baggeo dellt1 combriccola. Si direbbe che oggi comico e tragico si contendono a palmo a palmo il terreno dei loro confinanti dominii, con invadenza evidente del primo, o che esso. in un'alterna vicenda, si riprenda posizioni che gli appartenevano. Già Alfonso Oaudet fa morire il suo Tartari no solo e in esilio, dimenticato e abbandonato da tutti, e Dickens sente il bisogno di alternare alle comicissime avventure della sua comitiva. racconti di una drammaticità granghignolesca. creando grandi ombre alla limpida luce della sua prodigiosa gaiezza. L'umorismo del tempo nostro continua ad andare avanti su questo cammino e nel suo assorbimento dell'elemento tragico. L'artista più noto ed amato dei giorni nostri, Charlot, amato senza distinzioni da vecchi e bambini, poveri e ricchi. colti cd ignoranti. non è che una maschera tragica. Ricordo, non molto tempo fa, essermi accaduto questo fatto. Due amicì erano venuti a trovarmi e parlavamo insieme del più e del meno, più.del meno che del più.: e ad un certo momento mi venne fatto, non so come, di sfilare da uno scaffale un libro e di mettermi a leggerlo. Erano le tragedie di Vittorio Alfieri che io leggeva a brani qua e là come voleva il caso e senza la minima intenzione caricaturale, cercando anzi di smorzare colla dizione quella facile enfasi a cui può trascinare una lettura di tal genere. Dopo pochi versi vidi i miei amici incominciare a ridere. a ridere da non poterne più., comunicandomi tanto gusto alla cosa da seguitare serio e impenerrito; anzi, ad un ceno punto sentendo sotto quelle parole il disagio del mio abito e del gesto, sfilata la coperta dal leno e genatamela addosso a guisa di peplo. continuai la mia lenura con adeguata morbidezza e dignità, più.nobilmente. I miei amici si smascellavano, si sbellicavano dalle risate. Che ci capite? lo leggevo quei brani, deliri i o furie, olimpiche invcnive od estasi che avevano fatto lacrimare e fremere di sdegno le folle per un secolo intero. Vi confesserò che per un momento, come afferrato dalla vertigine, a quel contegno inaspettato degli amici, io mi sentivo tutto girare intorno, e mi dicevo: ,;Ceno, se tutto gira. anche il comico e il tragico non stanno fermi''. Forse il grande astigiano è morto senza neppur pensare a questo effetto, a questo lato nuovo dell'opera sua, per il quale riconquistando verginità e vigore può vivere in salute altri cent'anni. E non vi so dire quello che provassi, come una rivelazione. avvezzo sin dalla lenera infanzia ad ammirare in Santa Croce sull'arca del grande Vittorio quel- !' ltaliachepiange,eche goccioloni amici miei! O forse, pensando meglio, tutto essendo destinato all'allegrezza a questo mondo, anche le cose che ne parevano più lontane finiscono prima o poi per arrivarci. Nel libro di quest'anno, Agosto, moglie mia 11011 ti conosco, AchilleCampanileciconduce in una stazione di bagni nella quale è facile ad ognuno riconoscere la propria o una di quelle di propria conoscenza. Ci conduce in una pensione promiscua e pretenziosa dove i clienti si concedono l'illusione di vivere la grande vita. In detta pensione la mancanza del pianoforte è compensata dalla presenza di una tromba che fa pane del confort, e alla quale tutti avrebbero uguale diritto, ma che un vecchietto infernale detiene ostinatamente nella propria camera. Vi è un cameriere, Arocle. che. vergognandosi del proprio nome. non risponde mai quando lo chiamano con esso, ma corre non appena gli gridino: imbecille! cretino! idiota!, e un proprietario, il Cav. Afragòla, che vive chiuso nello sgabuzzino buio della direzione spiando l'umore dei suoi ospiti maltrattati e turlx>lenti, ed è costretto, quando esce per recarsi a fare la spesa giornaliera, ai travestimenti più impensati onde sfuggire all'ira di quelli che finiscono per riconoscerlo sempre. Fra questi è un signore gigantesco accompagnato da cinque giovinoni che posano perii gruppo dell'erculeo grana• ticre ad uso dei giornali illustrati. Il gigante tiene sulle spalle e sulle braccia i cinque giovinotti insieme ad un cannone. Affievolendosi però coi tempi l'interesse per i quadri bellici, essi già si preparano al gruppo della famiglia numerosa colle loro rispettive mogli che devono arrivare da un momento a11·a1trocol piroscafo :n
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