CONFRONTI evita i nodi posti da Castcllanos e Arredondo, pur salvandone l'illusione dì protagonismo narrativo e sociale al quale sembra essere particolannente affezionato il nuovo pubblico di lettori. Unaproduzioncpanicolareèinfinequelladi FrancescaGargallo, italiana residente da una decina di anni in Messico, attivamente impegnata nel movimento femminista messicano di cui ha calato nella scrittura le inquietudinie lepassioni politiche. Callamiamor que vivo (1990) è la sua prima opera narrativacd inaugura anche il primo di un serie di personaggi donna impegnati in una maturazione che è esistenzialee politica al tempo stesso. La pro,,incia La vecchia rclorica nazionalista aveva visto perlomeno fino alla metà del Novecento. nella campagna, nella terra e nei suoi uomini l'affennarsi di un concetto di patria a cui la Rivoluzione aveva aggiunto contemporaneamente il tono magniloquente e la cronaca minima, consacrando il centro del Messico. Zacatecas. Potosì, Jalisco come luogo privilegiato della saga nazionale che andava sorgendo. Nel 1953e nel 1955Juan Rulfo con Lo pimmra in fiamme e Pedro P6ramo (entrambi ora Einaudi) assesta alla nascente tradizione in chiave creola e meticcia, due colpi tanto vigorosi da segnare anche la fine di una epopea. La provincia messicana e la sua stenninata campagna appare dominata da un senso di desolazionecosì marcato da lasciareadito ad una interpretazione del Pedro P6ramo come di un viaggio agli Inferi. in un mondo dominato dalle tenebre, dall'ingiustizia e dal rapporto con un potere asfissiante oscurantista che assurgeva a simbolo di un regime feudale sopravvissuto alla modernità. Come hanno notato i critici le storie di Rulforipropongono costantemente ledinamiche perverse dei rapporti di potere all'interno della campagna ma le amplificano a tal punto che ne vanno scavando le perversioni via via più profonde fino a riprodurre il senso di fatalità che incombe sopra la comunità in virtù dell'intervento di un potere ad essa estranea, cacique. governo o padre-padrone che sia. Le opere di Rulfo hanno il senso profondo e immaginifico di una analisi dell'invisibile evocato per immagini; il senso che regge la vita degli abitanti dei pueblos della regione dei "bassi" di Jalisco, sembra sfuggire a qualsiasi logica che non sia quella, personale e collettiva, devastata dalla perversione delle dinamiche che legano fra loro i personaggi. L'eco che suscitasembra però moltiplicarsie forzare i I contesto storico detenninato per fissarsi invece come una enorme malcdi• zione che aleggia sopra le vicende circolari della storia dei suoi protagonisti e della terra in generale. Unaeco verghiana per molti aspelli, compreso l'uso pan.icolarissimoche viene fatto del lin• guaggio. ma se possibile ancora più scarno cd inquietante. Che una tale eredità non sarebbe stata facilmente digeribile fu subitoevidcnte almomentodellapubblicazionedel PedroPOramo. tanto che una sua ricezione più attentaavvenne solo agli inizi degli anni Sessanta quando lo scenario della narrativa messicana aveva spostato su Città del Messico il proprio centro di gravità. A essa corrispose laconsacrazione di Rulfo e paradossalmente anche il lungo silenzio che l'autore ruppe solo per pubblicare una ultima raccolta di racconti, El gallo de oro (Il gallo d'oro, Editori Riuniti). Dopo Rulfo raccontare le vicende della terra e dei suoi uomini divenne molto più difficile e certo non per il declino della civiltà contadina. Accanto a essa continuava a sopravvivere l'eco misteriosa e conturbante di PedroPdramo. Un itinerario Chiunque abbia visitato non propriodistrattamente il Messico avrà avuto modo di rendersi conto della es1remadiversilà geografica e culturale. Dal Nord fromeriw e sempre più esposto alla EleooPoniolovll:J:.o, foto di Gicwanni Giovonnetti penetrazione statunitense e al narcotraffico. alla lunga striscia costiera che attraverso Guerrero e la pantagruelica Acapulco giunge a Oaxaca e a Chiapas. All'est caraibico dello Yucatane di Quintana Roo, risalendo per la regione petrolifera di Campcche fino all'affascinante golfo di Vera Cruz da cuì sì affacciarono prima gli spagnoli e poi i due surreali imperatori Massimiliano e Carlona d'Asburgo. Gli enclavi indigenidel centro nord finoalla Sierra Taraurnara, le città minerarie abbandonate dello stato di Zacatecas e S. LufsPotosfdove i fantasmidi una ricchezza rapida e fugace sono i testimoni di una festa abbandonata a metà dai suoi frettolosi invitatiche andandosene sembrano aver portato con sé la metà di tutto cd aver lasciato solo le spoglie delle case. Infine Jalisco o Monterrey che sognano la restaurazione della natica epopea ranchera. tra uomini con le fondine apen.e e donne bellissime e superbe, esi accontentano di unanuova ricchezza industriale. La narrativadella immensa provinciamessicana non è evidentemente uniformené unifonnabile. Dallaprovincia vengonoquelli che nella città si trasformeranno in scrittorie che sono i suoi cantori più spregiudicati ed ingenui. Vengono nella città per pubblicare e poi vi restano affascinatidalla stratificazione di vi1eedesperienze. Rulfo spese l'ultima parte della sua vita fra cerimonie incui si sentiva eternamentefuori postoe sullacittànon spese una sola riga. Come lui altri. forse più avvertiti si affrettano a tornare da dove sono venutio si affidano allecase editricidella provincia che vanno pian piano espandendosi per non mettere piede nella metropoli e sfidarne le tentazioni. Da questo punto di vista Vera Cruz ha sempre costituito una invidiabile eccezione. Nella sua università la semiotica è arrivata in fretta, gli autori stranieri vengono citati con confidenza, gli scrittori veracruziani hanno la fo11unadi avere un pubblico ed una promozione locale che gli consente poi il salto di qualità nel mercato di Città del Messico. Da Sergio Galindo (1926) si può parlare di una vera e propria scuola veracruziana che ha fatto dell'indagine sociologica di piccole comunità contadine o urbane unodei canoni della propria narrativa. imponendocontemporaneamente anche un luogo fisico che è lacosta veracruzianacon le suecittàcolorate, lesue canicole. le sue strade desen.ee notti festose. Da anni Sergio Pitol, classe 1933, ambienta le sue storie tra metafisica e scavo interiore in un luogo fittizio incui è riconoscibile unapan.cdiVeraCruzcon le sue peculiarità. Il mitico villaggio di San Rafael diventa allora lo scenario di equilibri tanto precari da reggersi costantemente sulla violenza e ildelitto. su un codice di onoreselvaggio. un l11jiemode 1odos ( 1964)dove gli assassinii e laarbitraria crudeltà impongono ai personaggi una revisione della propria moralità, una tragica 23
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