Linea d'ombra - anno XI - n. 81 - aprile 1993

Mi sembra più interessante l"idea della scomparsa che quella della fine. La storia oggi è sparita in quanto forma organica reperibile e rappresentabile. si dissolve. si dissemina nel vuoto. Siamo dunque in una nuova situazione per la quale non abbiamo strumenti di analisi e metodologie d'approccio. È per questo che mi sembra un controsenso totale parlare della fine. È unti crilica alla tesi di Fmncìs Fukuyama? Non mi sono occupato del libro di Fukuyama che non mi interessa, ma tutti evidentemente avvicinano il mio lavoro al suo, come se fosse una risposta polemica alle sue tesi. Per mc l'idea della fine della storia non ha senso, è troppo facile, è una constatazione piatta. È un surrogato di Hegcl, oltretutto completamente snaturato. Non solo oggi non è probabilmente più possibile servirsi delle forme hegelianc, ma la volgarizzazione vergognosa di queste forme è ancora peggiore. ' Ma lei l'ha leuo il saggio di Fukuyama? Sì, l'ho letto. Mi sembra che esprima una visione delle cose molto americana, semplice. pragmatica. C'è una grande illusione sui valori della democrazia, sulla vittoria dell'Occidente. Questa però è un· analisi del tutto sbagliata, dato che nella situazione attuale non si può certo parlare di vittoria o di trionfo della fonna politica della democrazia e dei diritti umani. Al contrario. questi ideali stanno naufragando. nonostante che tutti ne parlino. Se volessimo veramente fare un bilancio attuale della democrazia, invece di dire semplicemente che ha vinto. bisognerebbe considerarne e riconoscerne tutte le metastasi. In ogni caso, però, non voglio giudicare il libro di Fukuyama, perché in fondo non me ne sono occupato. lo ho lavorato sul tema dell'illusione. sulle fom1e dell'illusione che abbiamo visto manifestarsi attraverso alcuni avvenimenti, come il crollo dell'URSS, la guerra del golfo, la falsa strage di Timisoara. ecc. È solamente attraverso questa prospettiva che entro in conflitto con Fukuyama. Eppure, se ,io,i allro per la successio,ie temporale delle pubblicaziorii. nori si può fare a me,io di avvicùwre i due libri ... Naiuralmente, ognuno può fare gli accostamenti che vuole, ma vorrei che il mio libro non venisse letto solamente come una critica a Fukuyama. Lo scopo del mio lavoro non era occuparsi di Fukuyama. 11 libro procede oltre. In fondo, potrebbe intitolarsi "dimenticare Fukuyama'". per parafrasare il titolo di un mio vecchio libro. 11suo ragionamento infatti finisce in un vicolo cieco. non ha prolungamenti possibili. La fine del comunismo diventa un bilancio all'americana, un bilancio d'impresa che è presentato in attivo. Per qu,11110rig,wrda il crollo del cormmismo e la pretesa villoria dell'Occideme, problema che è al celllro del libro di Fukuyama ma anche del suo, lei 1101m1ostra alcuna fiducia riel/a villoria della democrazia ... Effettivamente. il crollo del blocco comunista è un fenomeno importante. anche perché ha significato la fine di un concetto ricco di utopia. Maciò non significa che i valori della democrazia abbiano vinto. D'accordo, oggì i valori dell'Occidente sono dive111a1mi ondiali, si diffondono dappertutto, ma in realtà ciò è possibile solo perché sono om1ai valori sbiaditi e privi di vera sostanza, sono concetti vuoti. Anzi, sono diventati dei valori commerciali. tanto che rientrano negli scambi internazionali: i diritti umani ad esempio si commerciano come qualsiasi altro prodotto, diventano merce di scambio per aiuti economici. InIL CONTISTO somma, sono valori quasi completamente banalizzati, sebbene ci siano ancora delle culture che non li accettano, come ad esempio quella dell'Islam. Ma a parte queste rare eccezioni, lutti a parole li approvano e li difendono. Inoltre, se si diffondono facilmente. è anche perché avanzano nel vuoto, dato che il crollo del comunismo - che ha distrutto ogni struttura. ogni riflessione, ogni embrione di valore alternativo- ha lasciato dietro di sé il vuoto. Insomma, altro che vittoria della democrazia. Oggi i valori della democrazia sono dei valori sempre più vacillanti, sempre più fragili. sempre più incerti. E non costituiscono più un sistema coerente. dato che si riducono ad una somma di valori disparati spesso in contraddizione tra loro. Nel libro lei sos1ie11eche in queslll fine di secolo sliamo riscrfrendo la 110s1raswria passata per renderla più c,ccetwbile, comportandoci ir1/ondo come uuui revisio,iisti o pe"1iti ... Naturalmente ci sono i veri revisionisti e i negazionisti, ma costoro in fondosono solo la forma aperta e visibile di un processo che percorre tutta la nostra società, magari in modo più oscuro. Sembra dì trovarsi nel romanzo di Orwell. 1984: ogni giorno riscriviamo un pezzo di storia per renderla più accettabile. più bella, meno sporca. Rifacciamo ogni giorno il trucco alla storia della modernità: e questo per me è un atteggiamento revisionista. QueslO a11eggiame1110però 11011 è ,m 'inve11zio11edella nostra società ... È vero. tutte le società praticano questa attività. Ma mentre nel passato accanto a questo processo accadeva anche qualcosa di veramente nuovo, oggi invece tutta l'energia della nostra società è assorbita da questo bisogno di ripulire il passato. E questo è un atteggiamento generalizzato nella nostra società a tutti i livelli: tutti infatti cercano di riequilibrarsi, tutti cercano di proteggersi, di farsi più belli e accettabili. La gente perde una quantità enorme di tempo e di energia per tentare di ricostruirsi e rifarsi il trucco. Forse perché si arriva alla fine del mille1111ioe risorgono ce rie tmliche paure? È difficile dirlo. Forse attribuiamo un valore simbolico alla fine di questo secondo millennio. Ma forse è anche vero che un ciclo si chiude: oggi siamo arrivati alla fine di un periodo, quello della modernità, alla fine di un percorso politico, quello del comunismo, ma anche alla fine di una fase della tecnologia. Oggi infatti stiamo attraversando frontiere tecnologiche un tempo impensabili, spingendoci potenzialmente al di là delle nostre possibilità, lo si vede ad esempio nella genetica, nella biologia. ecc. Da questa situazione nasce un sentimento di panico profon• do: un ciclo si sta ancora conci udendo e già siamo entrati inquello nuovo. Ma non sappiamo dove ci porterà e non siamo sicuri di poterlo controllare. Oltretuno, oggi ci rendiamo conto che le tradizionali strutture di controllo.di equilibrio, di mediazioni sul piano politico,economicoe sociale sono saltate. Si capisce quindi che ci sia panico e confusione. È per ques10 che si torna a parlare di fine della storia? Certo. ma rappresentarsi le cose sotto l'auspicio della fine è ancora rassicurante. Perché. fin quando c'è la prospettiva dell,:a fine, significa che qualcosa esiste o è esistito. E in fondo la fine può essere l'ultimo fantasma per salvarsi. È un'idea che serve a dare senso e coerenza retrospettiva ad un insieme a partire da un detem1inato punto di vista: ci offre la certezza che il passato è esistito. Ma visto che non c'è più alcuna concatenazione di causa17

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