Linea d'ombra - anno XI - n. 81 - aprile 1993

·- conseguenze politiche del caso, che n_onpos~no che essere di portata storica, epocale, 13nto da fare ntenere m corso nel nostro paese una verae propria •'rivoluzione", che non è meno rivoluzione per essere essa di velluto. anzi - come è stato detto -. d! cachemire. Non si può che concordare su questo: Tangentopoh c1 pone di fronte a una grande quest'ione politica e all'occasione per una reale svolla nella nostra storia repubblicana. Ovviamente, sarebbe importante svoltare nel senso giusto (a meno di non ritenere che qualsiasi cambiame11to sia comunque positivo: ma questo mi sembra un atteggiamento veramente qualunquistico, l'esano corrispondente, pur rovesciato, del famigerato "Franza o Spagna, purché se magna" che non ha certo condotto il nostro paese a un grande progresso civile). Ma proprio la prevalente presentazione della questione politica in tem1ini di questione morale induce a non essere troppo ottimisti sugli esiti finali della vicenda in corso. L'emergere di gravissìme accuse di illegalità a carico di gran pane della classe politica che ha governato sino a oggi questo paese sta alla radice della richiesta sempre.·pitÌ diffusa di un cambiamento del ceto politico. È difficile nOT\.Condividcrequesta esigenza. ma aderire alla necessità di rinnovamènto non ci esime dal guardarci attorno per individuare chi dovrà andare a sostituire i vecchi dirigenti om1ai al tramonto (e anche qui mi sembra che non si possa che rifiutare la concezione secondo cui qualunque altra classe politica andrebbe bene, purché diversa dall'attuale). E in verità, l'opinione comune già sembra porre a nostra disposizione un sicuro criterio per la scelta dei nuovi governanti: questi dovrebbero essere selezionati tra le "facce pulite", tra gli onesti e i competenti. Lasciamo qui da pane la questione dei "competenti'', che ci porterebbe troppo lontano (a verificare ad esempio se la democrazia non sia per caso proprio una forma di governo degli incompetenti, cioè dei cittadini in quanto tali), e concentriamoci sul problema degli onest'i al potere. Mi sembra innegabile che la crisi di fronte alla quale ci troviamo è in gran parte una conseguenza del fallimento (o della mancata volontà) da parte della società civile di controllare efficacemente chi gestisce il potere. La nostra storia recente sembra quella di un oblomoviano signorotto di campagna che ha delegato lagestione di tutti i suoi averi allostarostaechesi ritrova alla fine rovinato. li problema di questo signore. se vuole davvero risollevare la propria sorte, non è allora quel lodi andarsi a cercare uno siarosta onesto, ma quello di delegare di meno e controllare di piìl gli amministrntori dei propri beni. Sembra un passo elementare, eppure mi pare che siamo lontanissimi dal farlo, come siamo lontani da quella forma di ..scetticismo virtuoso" che è dei popoli inventori della democrazia, dai greci agli inglesi. Intendo con ciò quella forma mentis mercantile che assume gli uominì per quello che sono, tutti egualmente corruttibili, ma che non rinuncia perciò alla democrazia, la ritiene anzi l'unica form<\, di governo possibile: una forma di governo che è tuttavia fondata sulla sfiducia, non sulla fiducia nei confronti di chi governa. Di qui i ben noti.accorgimenti che definiscono i regimi democratìci: divisione del potere, checksa,u/ balances, ricambio periodico della classe dirigente ecc. Dalle nostre parti sembra invece straordinariamente diffusa una forma di "cattivo" scetticismo che è a sua volta figlio di un cattivo dogmatismo. È lo scetticismo di chi ritiene che i politici debbano essere una sorta di sommi magistrati preposti disinteressatamente al perseguimento del bene comune, verifica ladistanza tra tale modello e gli effettivi detentori del potere e nutre di conseguenza per questi ultimi il piìl sovrano (e ìmpotente) disprezzo. Sulla base di atteggiamenti come questo mi pare difficile la costruzione di una demc:Jfrazia progredita. UI Un progresso potrebbe essere piuttosto rappresentato dal diffondersi della convinzione che il nostro problema non è quello di individuare degli uomini probi.di cui ci possiamo fidare in base a dei requisit"imoralì, ma, per quanto possa sembrare paradossale, quello di rendere quanto più libera possibile la politica dalla morale, sino a fame idealmente una sorta di morallyfree zone. È così che, come è noto, gli economisti definiscono il mercato ideale, come quell'insieme cioè dj interazioni umane governate dall'interesse egoistico, ma in cui i tentativi da parte di singoli di ottenere indebiti vantaggi sfruttando il prossimo con tem1ini di scambio iniqui sono posti fuori gioco dalla possibilità per ciascun contraente di uscire da una particolare interazione per rivolgersi ad altro interlocutore. La presenza di unaconcorrenzaeffettiva tra i contraenti rende così non pertinente in questo tipo di interazione il problema dell'opzione morale. in quanto il sistema dispone di meccanismi atti aescluderedal gioco in modo pressoché automa.: tico i comportamenti "immorali". Una visione di questo genere dei rapporti dì scambio economico presuppone certamente una serie di "eroiche" semplificazioni rispetto alla realtà del mercato che sappiamo bene sostanziata da poderosi differenziali di potere tra i contraenti e quindi da ampie possibilità di sfruttamento a favore di una pane di tali contraenti sugli altri: il tipo ideale del mercato offre tuttavia indubbiamente uno sfondo convincente per descrivere il funzionamento desiderabile di una democrazia rappresentativa di tipo liberale. In questa, i politici "disonesti .. dovrebbero uscire di scena non grazie ali' opera di moralizzazione posta in essere da qualche comitato di salute pubblica o tribunale della santa inquisizione, ma in conseguenza dell'incidenza di fonne efficaci di selezione, controllo e ricambio dei governanti azionate da parte dei cittadini. Fare funzionare la selezione degli uomini e dei programmi politici è certamente questione di meccanismi istituzionali (sistema elettorale, sistema delle incompatibilità tra le cariche, distinzione tra competenze della politica e dell'amministrazione ecc.)e nel nostro paese è attualmente in corso, in Parlamento e fuori, un gran dibattito anche su questo versante. Pare difficile tuttavia la definizione delle formule istituzionali migliori se non si ha ben chiaro quello che dal sistema democratico e dalla politica in genere si vuole ottenere. Se si ritiene in particolare valida una concezione del bene comune che lo definisce come qualcosa di precedente e superiore rispetto al momento del la mediazione politica, allora non v"èche una soluzione: il governo dei savi e dei filosofi,cheoperano da sacerdoti per il bene della polis. Qualora invece il bene comune venga visto come il risultato del confronto e della mediazione tra i contrastanti interessi dei gruppi e dei singoli che compongono la società, allora il problema è quello di fare funzionare nel modo migliore e più visibile possibile i sistemi, appunto per porre in concorrenza e per individuare un possibile compromesso tra le diverse istanze in campo: i politici in questa seconda versione scendono dal rango di sacerdoti a quello assai più modesto di mediatori di interessi altrui. Proprio in questa opera di mediazione va individuato (almeno in tempo di pace e in un regime democratico) lo specifico dell'attività del politico che in tal modo fornisce sicuramente un servizio alla collettività, ma non per il fatto di essere egli animato da uno spirito di disinteressato servizio: il fatto che vi sia un servizio è il risultato della presenza della concorrenza (della possibilità di rivolgersi ad altri politici). non di un opzione "altruistica" da parte di chi tale servizio mi rende. Da un politico monopolistico, come da un mercante monopolistico debbo semplicemente aspettam1i il tentativo di trarre, a mio danno. il massimo vantaggio dalla sua posizione. Sono ben consapevole dei limiti delle spiegazioni dei rapporti politici sulla base di modelli concepiti per comprendere il funzio-

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