sembrano oggi particolarmente attratti verso un'idea estetica di se stessi. Tendono a presentarsi, anche quando così non dovrebbe essere, come imprevedibili e inafferrabili ~isti. lecuì ~pere non offrono niente che sia razionalmente e pubblicamente vincolante. L'impotenza culturale e la fuga dalretica professionale in Italia vestono i panni della sofisticazione estetica e della raffinatezza. Dove mancano o non servono conoscenza e responsabilità, si finge lo stile. Quello che mostra il libro di Zygmunt Bauman (La decadenu, degli intellenuali: da legislatori a interpreti. lrad. di Guido Franzineui, Bollali Boringhieri) a metà strada fra la ricostruzione storica e il pamphlet, è che il cosiddetto "problema degli intellettuali", in sé noioso e sterile, ne nasconde sempre molti altri. Anzitutto quello dei fini o, se si vuole, degli ideali che orientano l'immane lavoro che le società umane compiono su se stesse. Produzione di enormi ricchezze e dissipazione di esse, guerre insensate e distruzione dell'ambiente naturale. Il catalogo di quello che avviene e sarebbe bene che non avvenisse, lo conosciamo senza neppure sfo_gljarei giornali. Ciò di cui si parli sempre meno è il fatto che la maggior parte di quello che chiamiamo cultura, cioè il risultalo delle attività intellettuali, è perlopiù ridouo nella condizione di lamento o di ornamento. O così sembra, perché il risultato è invisibile. Nessuna cultura può ridursi senza danno a queste lrasfonnazioni apparenti nascondendo a se stessa la propria funzione reale. Molle delle attività socialmente orientate che gli intellettuali svolgono stanno diventando in questi anni invisibili. impresentabili, quasi occulte. Chi parla di quello che fanno o dovrebbero fare, per esempio. intellettuali così indispensabili come i maestri di scuola elementare? Chi ha voglia di prendere in considerazione la responsabilità pubblica dei chimici, dei medici. dei giornalisti? L'idea di Storia come processo razionale, unitario e controllabile incammino verso la liberazione era un'invenzione degli intellettuali. cd è andata in pezzi. Ma il più visibile risultato di questa crisi è un generale disinteresse per la valutazione dei progeui e il controllo delle previsioni. Farsi un'idea del futuro è considerala un'esigenza da utopisti. Eppure mai come oggi le società umane sono legate da vitali e mortali vincoli reciproci e corrono a velocità crescente verso un futuro ignoto. La "decadenza degli intellettuali" di cui parla il libro di Bauman ha esauamenle a che fare con tutto questo. La sua fonnula riassuntiva è piuttosto chiara: "Da legislatori moderni a interpreti postmoderni". Gli intellettuali che nel Settecento avevano credulo di poter stabilire le leggi di organizzazione e di sviluppo della società, alla fine del Novecento si rifugiano nella teoria della conoscenza come interpretazione. Alle origini della Modernità i philosophes concepivano se stessi in una prospettiva universalistica: l'illuminazione progressiva di un genere umanf> in cammino verso la libertà e l'uguaglianza. Oggi, da qualche decennio, in un orizzonte definito postmoderno, gli intellettuali hanno rinunciato ad essere un'élite giudicante. che non solo elabori conoscenze ma proponga valori e modelli sociali. Questo disincanto degli intelleuuali non è solo un ragionevole ridimensionamento di ambizioni smodate. È anche una perdita di lucidità e di coraggio. L'intellettuale postmoderno. che ha abbandonato le ..ambizioni universalistiche della tradizione propria degli intellettuali",si limita ad amministrare le regole comunicalive interne alla tradizione culturale. Quella che fu l'élite intellettuale è oggi, secondo Bauman, un gruppo sociale che si occupa prevalentemente di se stesso. Ma così l'inte:a tradizione culturale viene intesa come tradizione seuoriale, ambito specifico degli ,o intellettuali come ceto specializzato. e tende a perdere il suo significato orientativo per l"insiemedella società. La cultura non giudica più la società meuendo a confronto falli e valori: diventa piuttosto un se1toreamministra1odcllasocietà,dai cui confini non si esce. Alle osservazioni di Bauman aggiungerei che le regole di comportamento degli intellettuali hanno sempre avuto. e possono avere ancora, una duplice fonte. Ogni singolo intellettuale può ispirarsi alla tradizione della quale partecipa, o può piuttosto ubbidire al gruppo professionale di cui fa parte. Da un lato i valori e le immagini della tradizione culturale. Dall'altro le regole del gruppo professionale. li conflitto fra questi due riferimenti può essere esplosivo. e spesso lo è stato. Ma chi stabilisce e interpreta il senso di una tradizione culturale e di una professione? Forse anche interpretare è già legiferare. Cioè stabilire i confini fra vero e falso, giusto e ingiusto, utile e dannoso. Glispinacidi Bobbio: una morale per Tangentopoli? Giovanni Rizzoni Rispetto agli avvenimenti che in questi mesi, sull'onda dell'inchiesta "Mani pulite", hanno sconvolto gli equilibri politici del nostro paese sembra essersi imposta una reazione di sfondo abbastanza ben determinata. Sono sempre più numerosi infatti coloro che vedono nell'inchiesta milanese, come nelle cento altre inchieste che si stanno conducendo un po' ovunque. e nel favore popolare da cui esse paiono circondate, il segno di una ''rinascita morale" del nostro paese che vedrebbe i cittadini finalmente consapevoli della necessità di opporsi alla corruzione dilagante nel campo dei rapporti politico-economici. Di qui la tendenza, comunissima.di interpretare i problemi che ci pongono le sempre più inquietanti vicende giudiziarie di questi mesi in termini di ''questione morale": i latrocini di Tangentopoli imporrebbero la necessità di voltare pagina, e questa svolta dovrebbe essere rappresentata da un "nuovo mcxtodi concepire la politica·• tale da trasformare quest'ultima da occasione per favorire il tornaconto personale in servizio per la gente. in dedizione a criteri di lealtà e correttezza nell'interesse del bene comune. Aquesto mcxtodi vedere le cose, che è a sua volta un programma politico, si rifà non solo una serie di movimenti e partiti nuovi e vecchi. ma anche la quasi totalità dei media e degli intellenuali prestati alle prime o alle terze pagine dei quotidiani. Settori della stessa magistratura sembrano condividere questo atteggiamento. L'elemento che più colpisce in queste diffuse convinzioni è il modo con cui viene concepita la "morale''. In tuui questi discorsi su Tangentopoli e dintorni la morale viene sempre citata al singolare. come un "qualcosa" di unico e universalmente conosciuto e riconosciuto. un'entità nobile e certo elevata rispetto alle nostre prassi quotidiane, ma che per essere percepita richiede solo che noi alziamo per un momento gli occhi: si trauercbbc insomma di un qualcosa quasi di solido. concreto, precisamente localizzabile, una specie di Partenone elevato sopra la kasbah della nostra vita di tutti i giomi. Le "colonne" su cui poggia questo 1empio sarebbero costi1ui1edai vari prece11idi cui si sostanzia l'elica: non uccidere, non rubare. non mentire ecc. Come ci è facile indicare l'intero edificio. così ci è altrettanto agevole indicare i singoli
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