Linea d'ombra - anno IX - n. 59 - aprile 1991

1 8 VISTA DALLA LUNA ci! e,,:: ~ :s viante" o "patologica" (ma che in realtà è del tutto irriducibile a que to) conduce, alla fine, a una dimen ione ulteriore che confina nell area della co iddetta · normalità", laddove in effetti i annidano di agi e offerenze e bizzarrie, e percor i na co ti di "devianza". Conduce alle" offerenze della vita" intollerabili e incompre e che hanno portato alla morte i tre ragazzi dello Stelvio, belli, ani e enza problemi materiali, e tanti altri come loro. Proprio nel momento in cui I arrivo di migliaia e migliaia di poveri dai molti ud del mondo ripropone nel no tro pae e que tioni di povertà che i pen ava, qui, uperate per empre, confinate nei fanta mi che abitano incubi provenienti dal pa ato di un pae e arretrato, la 'normalità' ricca e irrequieta, ango ciata, del pae e "avanzato"chc iamoe ibi cei uoilatid'ombra, cupi. on è com par a la povertà arcaica, non del tutto, neanche qui; e del re to il di agio dei nuovi poveri che l'immigrazione porta nel no tro pae e non nemmeno e o riducibile all'a petto materiale. È ben più Lratificato, culturalmente cd emotivamente compie o, e va inte o in quc to cn. o ampio, per non mortificarne i veri connotati. Quanto al lato o curo, doppio, della "normalità", nuova frontiera del di agio comincia ad e ere c. plorato da operatori tradizionali e nuovi - le équipc di certi crvizi territoriali per to icodipcndcnti op ichiatriche, o appunto gli educatori di trada e, con difficoltà for e maggiori, con una . tanchczza che viene da anni di fatica, . pc .. o di supplenza di altri crvizi, da parte del servizio . ocialc di ba c. È un terreno difficile, dove davvero le co e . pe o di na condono, . cmbrano tutte "normali". Dove niente è davvero quel che cmbra, ma i o tina a omigliare alla . ua upcrficie. i na conde nella uperficie, o tentando conformi mo, olidità, valori condivi i. Poi accade il "ca o", imprevi to, choccante. " e suno e loa penava"." hi l'avrebbedetto". molto duro il lavoro dell'a i tente ociale, e degli altri uoi colleghi d'équipe, quaggiù, nella placida cittadina di Twin Peak .. Sul linguaggio dei medici Giorgio Bert Le diatribe (e le battute) ul linguaggio u ato dai medici hanno una lunga toria: citiamo pertutti Montaigne: "Era già un beli' inizio( ...) aver pre o un linguaggio a parte e una crittura a parte( ...) ' follia con igliare un uomo per il uo bene in modo non intellegibile." La citazione di icerone che egue mo tra che l'o ervazioneèmoltopiùantica:" t iquimedicu imperet ut urna rrerrigenam, herbigradam, domiportam, anguine ca am." Dove il figlio della terra che cammina ull'erba, tra porta la ua ca a ed è privo di angue è, ovviamente, l'umile chiocciola nobilitata dal linguaggio medico. In un'epoca come la no tra altamente medicalizzata e impregnata di divulgazione in tema di alute, il problema del linguaggio i è notevolmente accentuato: la difficoltà di comunicazione infatti è av ertita non olo dai pazienti ma anche dai medici più attenti; e, quel che più conta, non iene più attribuita interamente alla cattiva volontà, alla car a attenzione o ali' ignoranza del malato. Il paziente "ideale", quello a cui il medico uggeri ce con paterna autorità comportamenti e trattamenti incomprcn. ibili e . pc.. o . gradevoli, quello che non chiede spiegazioni e obbedi. cc Giorgio Bert (Torino, 1933) è cardiologo. Insegna all'università di Torino ed è stato nella redazione di "Sapere" ai tempi di Maccacaro e dopo. Ha diretto la collana "Medicina e potere" per la Feltrinelli, e ha scritto, da solo o in compagnia, articoli specialistici e di politica sanitaria. Procida (1987).

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