Linea d'ombra - anno VIII - n. 47 - marzo 1990

CINEMA regia per realizzare una storia che mi riguardi in modo particolare. Insomma me ne sto all'interno del mio ruolo di sceneggiatore un po' come uno zingaro, che risiede onnai da anni in una grande città ma in cuor suo si considera sempre di passaggio e sul punto di emigrare verso nuovi paesi. Se però devo proprio defininni come sceneggiatore preferisco farlò al negativo, dicendo quello che provo a non essere: a) lo sceneggiatore-muratorino, quello che si compiace di essere solo un umile mestierante, che vuole soddisfare il suo datore di lavoro, fedele al motto cinico-romanesco di" AFra', che te serve"; b) lo sceneggiatore-rampante, quello col mito della "vera professionalità", tutto teso a centrare "targets", a conquistare ."audiences", a misurarsi col mercato, a costruire ''.eventi"; c) lo sceneggiatore-poeta, colui che segue soltanto i suoi fantasmi poetici, colui che si apparta discreto dal clamore sguajato del mondo, o per dirla con Pasolini, "colui che danza", colui che non si occupa dei problemi tecnici della scrittura di un film, affidati alle mani sapienti e discrete di colleghi più giovani o meno fortunati che non avranno neanche l'onore dei titoli di testa. Al positivo, posso solo dire che, come scrittore di cinema, in tutti questi anni, a poco a poco, ho individuato alcune idee ed . emozioni che sento in modo particolare, che mi piace raccontare e che penso possano interessare anche altri. In verità, si tratta di poche idee, che hanno oltretutto il difetto di farsi via via ·più confuse e contraddittorie, e di emozioni sempre più semplici e elementari. Ma sono le unièhe su cui, almeno per me, ha un senso interrogarsi, riflettere, lavorare. Tra queste non annovero le riflessioni teoriche oggi alla moda sul "nuovo corso" del cinema italiano. Discutere della nuova centralità del "plot" e dello sceneggiatore nel cinema e nella televisione a me sembra cosa assai poco appassionante, che porterà al massimo a una rivalutazione salariale della categoria. Del cosiddetto "neo-neorealismo" so solo che ha troppi nèi, per essere niente di più che una trovata giornalistica. Del boom delle scuole di cinema e dei corsi per sceneggiatori penso che servano a pocoi anche se tutto è meglio del vuoto degli anni passati. · Ma c'è davvero "un nuovo che avanza"? Forse. Comunque è un nuovo che, dietro la facciata modemizzatrice, mostra troppo spesso il vecchio: registi esordienti che si lanciano all'assalto al grido di "autori o morte", senza valutare adeguatamente le loro reali forze; produttori che sperperano senza batter ciglio i miliardi degli altri (in particolare quelli della televisione, cioè-dei cittadini); più in generale, la "grande famiglia cinematografara" che torna a ritrovarsi, a festeggiarsi in club esclusivi, night, locali alla moda ... Ma rispetto al vecchio, anche nei suoi aspetti peggiori, tutto appare, se possibile, più degradato, caricaturale. Per esempio, come paragonare l'allegra sfrontatezza di Peppino Amato che in un film da lui prodotto voleva far sbarcare i Mille a Ischia in onore del suo distributore che adorava quell 'isola, con la malinconica ignoranza di un regista anni Ottanta che, scambiando la "grande guerra" per la guerra civile spagnola, pretende di far scrivere a un fante veneto su un muro sbreccato lungo il Piave "NO PASARAN" ... Personaggi, gaffes, bizzarrie da anni Cinquanta tornano alla ribalta ma senza più grandezza né ironia. Piccoli equivoci. Niente che possa aspirare alla dimensione epica di alcune gaffes cosmiche del passato che sono diventate leggenda, modi di dire. Mi torna ancora in mente l'irresistibile Peppino Amato. A un regista suo amico, cui era morta all'improvviso la madre, il Lapiovra, una sceneggialura di Rulli e Pelraglia. produttore, sinceramente accorato, disse: "Lo so, lo so che si prova in momenti come questi ..." E dopo una pausa, guardandolo negli occhi con viva emozione: "Quando muore la madre ... eh sì, quando muore la madre, so' cazzi." · Da allora, quando un operatore è chiamato a girare un piano sequenza impossibile, o uno scenografo deve costruire una scalinata intera in una notte sola, o un "animalaio" deve mettere un serpente vero sul corpo di una diva isterica, la risposta, ironica e preoccupata, è sempre la stessa: "Qui è come quando muore la madre." Un modo per dire che la sfida è al limite del possibile ma forse ce la si può fare. Un modo di d.ire un po' volgare ma preferibile all'odioso "non c'è problema" invalso sui set in questi ultimi anni. Non e' è problema: niente rappresenta meglio il nuovo del nostro cinema con questa frase melensa, servile, falsamente rassicurante. Sì, "il nuovo che avanza" può turbare molti sonni. Eppure. Ogni tanto mi capita di incontrare, assieme ad altri sceneggiatori, un giovane regista per parlare di un "progetto complicato", un film difficile da "montare", che andrebbe un po' "sistemato", .insomma un film che nessuno vuole fare ... Si comincia quasi sempre a parlare di cast, di attori che potrebbero aiutare il film: chi ci vedresti in quella parte, chi in quell'altra ... Un noioso gioco delle figurine, sempre quelle, quasi per dimostrare a noi stessi e agli altri che siamo dei bravi professionisti che non si intendono solo di dialoghi. Poi passa ad affrontare i "problemi di struttura" della storia ma non si cava un ragno dal buco. Infine subentra un silenzio pesante che è il preludio della rinuncia. Allora, anche per riempire quel silenzio, uno comi_nciaa dire che sarebbe un peccato, perché la storia è "forte" ("politicamente" è un avverbio severamente vietato perché inelegante e retrò). Un altro fa notare che certo, un film èosì sono anni che manco ci si prova a farlo. E bisognerebbe proprio farlo. Ce ne sono di cose di cui non si parla più, azzarda un altro. E accenna di sfuggita, come per caso, a un paio di idee "forti" che tiene nel cassetto da tempo. Niente male: unpo' grezze ma importanti, perché non ci lavora? Eh, sì: ci vorrebbe proprio una mattata, dire di no a un contratto Reteitalia e lavorarci di brutto, con quell'idea si può fare una cosa originale "mica il solito cinema politico". A questo punto tutti annuiscono in silerzio, come per un minuto di raccoglimento in onore delle vittime del 85

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