giovane critica - n. 17 - autunno 1967

Berardini, ecc .• che arrivarono a parlare di collet1ivo individuale. per difendere, contro la logica, i loro fornelli pri\'ati? i spiega con la loro lcgillima aller• gia al collellivo; cli qui, mi creda, non si può sfuggire altro che con la considerazione del profondo burocratismo dei suoi amici, o, se preferisce, della loro pe--ima capacità critica. che è lo ste so. Il <econdo: E se l'impresa riuscisse? Il primo: Anò l'onestà di correggere la valutazione: dirò che -0110 dei buoni maoagers. Il ,eco11clo: Lei non ama l'avanguardia. o non conosce le c,perienze internazionali. o è una spia degli stabili. Il primo: na cosa per volta! Comincerò col dirle che non ho molta voglia di riaprire il discor-o sull'avanguardia in generale. che mi sembra sterile, anche se il corwegno d'Inca ha s,·olto i suoi lavori con l'obietti, o della concentrazione. L'avanguardia come genere dovrebbe essere nemica della specie avanguardia, come la pura contabilità dovrebbe far paura ai promotori di cooperative. Ebbene. a Ivrea ho avuto la ensazione che alla catena del teatro uHiciale tipo Rinascente si ste•se per afCiancare ( con la bat1aglia che su•cita ogni concorrenza) una catena di teatro tipo Alta moda pronta con tulle le conseguenze e i cc vantaggi » che ognuno può immaginare. Praticamente, in casa Olivelli, si sono visti due tipi di proposte riconducibili Corse allo stesso ceppo culturale: si è aHermato per un verso il superamento dell'immaginario lellerario. con il ricorso alla vecchia polemica antidrammaturgica e l'adozione dell'immaginario pittorico, unidimensionale-integrato; dall'altro si è confermata la vocazione parodistica, parassitaria del teatro di cantina, valido solo nel confronto con il suo fratello maggiore. La prima sembra una soluzione hcgeliana perché comporta una valutazione cc spirituale>> delle arti, la seconda denuncia un'anima mistica, risolvendosi nella dicotomia vocazione artisticaindustria collettiva ... Il secondo: Eccola sorpresa a filosofare. Sono italianismi che non portano a nulla. TI teatro si fa e basta. 56 - Il primo: E' un bel modo di ragionare, o di non ragionare, il suo. Lei parla come quel professore socialista di « stabile >>memoria che lodava nella televisione il veicolo nazional-popolare, l'anima del gusto medio-teatrale. Il seco11do: Questa è un 'offesa. Tutti sanno che odio gli stabili. Oddio, per la televisione il discorso è diverso. Il primo: E' un complimento invece, perché quel professore ave, a capito la logica delle cose, solo che il suo zelo e la ,ua malafede degni di peggior causa gli facevano capovolgere i valori. La sua logica e il suo odio non valgono di piu se non servono a comprendere la realtà. Il seco11clo: Sentiamo la lezione. Il primo: Esiste un dato: fra il '50 e il '60 l'affluenza del pubblico a teatro arrivò a dimezzarsi nonostante il cosiddetto boom economico e il miglioramento del prodollo teatrale medio. I critici galantuomini, allora. non persero l'occasione di maledire l'incultura tele"i,iva in nome della edicente civiltà teatrale e la malallia fu piti o meno bloccata al suo livello piu alto ( 1963) con forti iniezioni di denaro pubblico, essendosi estinta l"attività ( commerciale) privata. Questa potrebbe essere una versione « ministeriale >>dei fatti. Il seco11do: Cosa a, venne invece? Il primo: Parlando per grandi approssimazioni, credo s1 possa dire l'opposto. egli anni della crisi, il teatro attraversava il suo periodo di trasformazione: erano le ultime battute del teatro fascista ( e antifascista) e le prime del processo di industrializzazione venuto poi a maturazione nei nostri anni. Il conflitto fra teatro e televisione si risolse in un breve spazio di tempo al limite fra gli anni cinquanta e sessanta, :i partire dalla fondazione dello studio televisivo romano, fino al perfezionamento dei programmi in generale. L'antagonismo si risolse con un accordo. La potente industria televisiva comprò le azioni del nostro teatro: contribui da un lato alla sua modernizzazione, regolarizzò gli spettacoli, provocò con un gioco

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