giovane critica - n. 11 - primavera 1966

- che era la dillatura di classe rappresentata dal fascismo - e quindi si trovano a dover disancorare oggcttirnmcntc la critica artistica dalla critica reale, politica; di conseguenza ,·iene a mancare un cli corso concreto sulJ"arte e sulla cultura e, tulio sommato, il punto di parten,a resta una sorta di soggelli1•ismo idealistico che anii i suoi cUetti anche oc! dopoguerra. Poi, J"obbicllivo della polemica - la classe dominante contro cui si aHermaoo le nuove esigenze - è identificato in un complesso di scotimenti: l'egoismo, J"inclifCcrcnza, J"a[[arismo, il conformismo, l'ipocrisia; i , al ori in nome dei quali si vuole operare, sono i « sentimenti genuini », !"amore, la sincerità, il disinteresse, la soliclarieti1 naturale che accomuna tutti gli uomini. Ecco allora che la « rivolta », se riesce a salvare la coscienza di questi gruppi intellettuali, non mette minimamente in di-cu,,ione la loro origine sociale, e sfocia in una sorta di rnorali,mo. Esempio e prodotto tipico di tali fermenti è il [ilm di De ica / banibini ci guardano, del 1912---13: ccL"adulterio - nota il Lizzani - è vissuto allrarnrso !"esperienza che ne ha un bambino e i termini dell"intrcccio classico, presi a prestito per decenni, con uguale indiHerenza, ora dagli scrittori mondani, ora dai giocolieri della pochade, ora dagli intimisti, diventano in De Sica clementi di un conUitto drammatico che si ri,olrn in denuncia del conformismo piccolo-borghese »". È anche ,·ero però che della crisi della famiglia, dei problemi che stanno alla base di un adulterio, dell'origine e del costituirsi di un rapporto matrimoniale non è detta nulla, la cau a di tutto è indicata nell'egoismo e nella frigidità dei sentimenti dei singoli, cui sono contrapposti la sincerità e il çalore umano portati dal bambino. Non ci si venga a dire che « piu di cosi non si poteva fare », sappiamo bene le difficoltà oggettive di lavoro e di ispirazione, e non pretendiamo affatto che De Sica sia dil"erso da quello che è: non lamentiamo la ccmancanza di contenuti ». Tuttavia, se vogliamo fare il discorso della ccdenuncia », allora dobbiamo dire che essa è s,•olta in nome di un sentimentalismo moralistico del tulio impotente, dagli esiti, se noo reazionari, per lo me36 - no conservatori, quando si addossa la responsabilità dei fatti all'egoismo della madre. Se dei valori ha il film - e ue ha - noo sono nella « denuncia », beasi nei momenti e nelle sequenze in cui piu sinceramente si esprime il ripiegamento sentimentale dell'autore, il suo bisogno di calore umano, la sua volontà di risolvere in un atto di amore e di « verginità » intellettuale le contraddizioni reali, « il male» che lo circonda. Valori, beninteso, che si collocano all'interno di un'ideologia i cui limiti abbiamo cercato di delineare. Ciò che è importante sottolineare sin dall'inizio, è il fatto che Resistenza e antifascismo non provocarono alcuna rottura o frattura in questa linea evolutiva. Anzi il complesso qualitativo dei fermenti neorealistici ha uno sbocco coerente e autentico ( non volontaristico) nel momento resistenziale, trovando in esso l'« oggettività » che prima mancava, e, di piu, l'illusione di essere nella Sto• ria, di parlare in nome di essa. Certamente il dramma della guerra, le sciagure, il dolore civile e individuale, da uoa parte, la particolare coscienza politica e civile derivante dall'antifascismo attivo, dall'altra, sono elementi reali ed importanti, e contribuirono a creare quella tensione morale e quell'impulso genuinamente - ma ge• nericamentc - « progressista » tipici di quegli anni. Fat• to sta però che l'incontro avvenne proprio con l'interclassismo antifascista, e cioè col suo antiborghesismo moralistico che nel capitolo precedente abbiamo tentato di spiegare. I nessi profondi tra interclassismo politico antifascista, cultura antifascista e neorealismo si rivelano nel comune àmbito io cui operarono: il concetto di « uomo ». I valori proposti diventano: lotta contro « il male », la « barbarie », « l'egoismo »; fratellanza universale dopo la catastrofe; unione di tutti i migliori e gli onesti per la giustizia e la pace; « denuncia » spietata delle ingiustizie sociali perché vengano « sanate ». La guerra è stata un « caos irrazionale », l'espressione della parte peggiore della « natura umana »; il « male » ha costretto tutti a fare qualcosa che non dovevano; i « sopravvissuti » si devono stringere vicini, superare le antiche barriere, collaborare insieme - se « onesti » e « in buona fede » -

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