giovane critica - n. 11 - primavera 1966

tamcntc il fallo che porre le condizioni perché il fascismo non potesse pi,i risorgere voleva e vuol dire fare il ;,ociali,1110: si equivoca sul termine fascismo, considerato come fenomeno particolare e mostruoso, contro il quale po,sono unirsi tulli i " sinceri democratici ». Su queste ba,i ceco sorgere le formule di " solidarietà nazionale », e- " collaborazione al governo di unità nazionale ,,,. . Uno dei ma- imi dirigenti del Pci, l\Iauro Scoccimarro, in un iliscorso al 2° Congresso azionale del Partito, ebbe a fare questa previsione: " Si va delineando uno schieramento di forze politiche e sociali tale da lasciare intraHcdcrc la possibilità del sorgere di un ordinamento democratico basato su un nuovo sistema di rapporti di classe che può sinteticamente rappresentarsi cosi: alleanza della classe operaia con i ceti medi ed una parte della stessa borghesia monopolistica; isolamento politico della grande borghesia reazionaria; direzione politica delle clas- ,i lavoratrici ""· In sostanza si sacrifica qualunque istanza o proposta alternativa sull'altare dell'unità nazionale, nella mistificante prospclliva di una classe operaia protagoni la della ricostruzione nazionale. li ragionamento che portò i partiti del movimento operaio ad aiutare ili {atto i gruppi conservatori uelld ricostruzione capitalistica del paese, partiva dalla considerazione della neutralità dello Stato fra le classi in lotta, concetto questo connaturato a tutti i riformismi, vecchi e nuovi. Si argomentava: l'Italia è prostrata, a terra, il popolo è aHamato; i partiti operai sono i partiti del popolo, quindi non possono disinteressarsi dei problemi della ricostruzione; c1ui11di - e nella parola è tutto il significato ocialdemocratico - essi devono partecipare al go,·crno a qualunqu~ costo perché siano ascoltate nel maggior numero possibile le istanze popolari. Naturalmente, se questi erano i programmi ancora nel '43, la logica di clas e porterà ai risultati ben noti. Fu cosi che, per l'unità a tutti i costi, si arrivò al compromesso istituzionale che, da un lato consentiva alle forze conservatrici di rimandare i problemi piu pericolosi a tempi migliori - quando fosse ormai caduta la pressione della masse e ristabilito il vecchio equilibrio economico e so30 - cialc; dall'altro " assicurava il riconoscimento della continuità giuridico politica del vecchio Stato monarchico e fascista nel nuovo Stato, con la conseguenza di togliere alla Resistenza, all'insurrezione e al referendum istituzionale qualsiasi cHicace carattere di rottura con il passato, con tutto ciò che questo ha comportato di sopravvivenza di istituzioni, di leggi, di apparato burocratico e, in sostanza, di struttura sociale e di potere da parte delle vecchie forze "". Chi esercitò l'egemonia furono in sostanza le forze conservatrici, che svolsero una politica accorta, preoccupate, già durante la guerra, della ricostruzione, con una impostazione globale delle loro scelte. Si trattava, da part,· dei partiti operai, di opporre programmi a programmi, di sviluppare nelle masse un'esigenza alternativa, contraddittoria al sistema, che proponesse una ricostruzione diversa « qualitativamente », e non solo alcune riforme - anche queste poche, io verità - in piu. Questo non significa andare al potere: significa però, anche in caso di sconfitta, avere chiari i termini reali del processo storico, e quindi una maturazione della coscienza socialist.1 nelle masse, che avrebbe impedito tante involuzioni socialdemocratiche. Invece, quando la situazione lo permise, i partiti ope• rai furono scacciati da un governo senza programma c sul quale non erano riusciti a incidere minameote: non rimase loro che gridare al « tradimento ». Cosi, dopo il '48, tornarono al potere - « ma se ne erano mai allontanate? ,,, si chiede il Gario - le forze della restaurazione e della conservazione: nell'economia, nella magistratura, nelle Università e nella vita culturale, in ogni centro direttivo della società. Avevamo indicato i punti nodali della cultura uscita dall'antifascismo nella sua volontà di rinnovamento e nel nuovo rapporto fra cultura e prassi ( politica), dicendo che i loro limiti profondi erano in sostanza riducibili ad una mancata rottura e a un non effettuato processo radicale al passato. Ma è giusto dire - come il Garin, 'l come tanti altri - che bisognava « compiere una scel-

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