giovane critica - n. 11 - primavera 1966

mente non ,i so,pctta,·a nemmeno che certi isolamenti n certo apparente cli tacco nascondessero in verità impli• cite o c-plicitc alleanze, che non risolve ero minimamente le rc,pon,abilità per onali e cli gruppo: non si analiumano i rapporti reali fra la cultura e la società, tra ideologie ,toricamcnle determinate ed elaborazioni concettuali. La conclu,ione fu che quella cultura era stata , alida. giu-la: uu processo. una decisione negativa non erano quindi necessari. È ormai c1·obbligo. ,n simili discorsi. rimandar<! alla fi!!ura cli Vittorini e all'esperienza ciel Politecnico. pcrch~ attorno allo scrittore i era radunata tutta una -chicra cli giovani che. in modo cosciente e responsabile. ,i erano po,ti il problema ciel ccrinnovamento», cli una ri,trutturazione elci compiti della cultura. Orbene, ratteg!!iamcnto cli \.ittorini co i come appare nell'editoriale ciel primo numero della rivista, è che: l'autentica sconfitta dalle vicende della guerra era la cultura, tutta la cultura, cli Croce, cli l\lann, cli Huizinga, cli Benda, ccc.: suo unico torto quello di non essere stata maggiorar,:a. cli non aver conquistato la coscienza e la ragione degli uomini; ciò che bisognava fare era quindi diffondere quella cultura, perché es a, in quanto cultura - fosse idealista, marxista o cattolica - avrebbe migliorato le coscienze e dato consapevolezza agli uomini dei loro doveri concreti verso gli altri, avrebbe contribuito quindi al rico•truirsi cli una società piu giusta e piu libera. Il limite cli fondo cli questa posizione slava nella completa carenza cli anali i elci rapporti tra una - o un'altra - cultura ( non la cultura, concetto ancora aristocratico, cli casta) e le forze reali che agiscono in un determinato periodo storico; non si coglievano quindi i nessi che facc,·ano da collegamento tra il fascismo e certe correnti intellettuali, a causa della medesima base e origine sociale: di quelle correnti, e di quegli uomini, non si dichiara,·ano quindi le responsabilità da scontare. ccLa cultura insomma, per migliorare il mondo, non doveva tanto diventare un'altra cultura - mutare qualitativamente - facendosi altra cosa da quel che era stata; bastava che 22 - cercasse cli diffondersi, di diventare patrimonio di piu uomini - di guadagr,are quantitativamente»". Si rimase quindi dentro una concezione ancora idealistica, proprio perché non ci [u né processo né rottura con la cultura preccclcntc. Le velleità rinnovatrici e riformatrici, in quanto espressioni di volontà e di scelte che agivano sempre all'interno dell'attività intellettuale, che si limitavano a « proiettare » e ccriversare » sulla realtà le proprie formulazioni erano già in partenza condannatCJ a subire passivamente proprio quel processso dialettico e pratico clcllc contraddizioni sociali con cui non si erano fatti i conti: « il mito di una società che rovesciasse l'antico ordine borghese, ma salvasse contemporaneamente i valori piu importanti delle democrazie occidentali, dal New Dea] al laburismo, e potesse essere vissuta con il (uoco delrintensità morale dell'autentico cristianesimo, era destinalo sin dall'inizio a rimanere irrealizzato »12 • Anche l'adesione di numerosi intellettuali a dei parttt, politici - e, in ispecie, ai due partiti della classe operaia dai quali, per le loro stesse motivazioni, dovevano partire spinte rinnovatrici - e comunque il signi- (icato « politico » che investiva ogni operazione culturale di quel periodo, si verificavano sotto il segno di una sostanziale genericità e di gravissimi equivoci: questi ultimi non chiariti precisamente per il mancato ripensamento sui compiti della cultura. È interessante riportare ciò che racconta di quel periodo Italo Calvino, in quanto non crediamo che la sua esperienza rimanga circoscritta a un caso personale: « Apro tUnitcì di Milano: vice direttore era Elio Vittorini. Apro l'Unità di Torino: in terza pagina scriveva Cesare Pavese ( ... ] ora scoprivo che erano nel campo che anch'io avevo scelto: pensavo che non potesse essere a!trimenti. E cosi a scoprire che anche il pittore Gutluso era comunista! che era comunista anche Picasso! Quell'ideale di una cultura che fosse tutt'uno con la lotta politica ci si delineava in quei giorni come una realtà nat,irale. ( Invece non era affatto cosi: coi rapporti tra poi it ica e cultura dovevamo romperci la testa per quin-

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