giovane critica - n. 10 - inverno 1966

pensiamo che si tratti di soldi, la scoperta è ancora piu irritante della prima interpretazione di pelosa carità. René finisce dunque nella fila dei disoccupati, ma anche qui non c'è niente da fare e René, affamato, fiacco, finisce con lo svenire, su un marciapiede. Come nella parabola del samaritano, passano i borghesi e dicono: « un altro ubriacone », passano due giovani comunisti e lo sorreggono, se lo portano appresso alla loro sede. Qui si sta preparando una festa con spettacolo. Nel clima allegro della gioventu comunista, René trova quel che cercava e una volta rifocillato dà una mano anche lui, come elettricista. Eccolo doppiamente proletarizzato, da un punto di vista professionale e politico. Sul palco improvvisato, un nuovo coro parlato, che René illumina manovrando le luci, recita: Compagrw, tu rwn sei mai solo Nella piri. profonda delle miserie Tu rwn sei mai solo. Il cielo è cupo L'avvenire nero La vita ti sembra disperata Compagrw, riprendi coraggio Perché non sei mai solo 1n fondo alla miniera dove peni, Minatore, s'è alzata una stella. Tra le macchine assordanti dove vivi, Operaio, è nata una speranza. Nella strada dove cerchi il tuo pane, Disoccupato, c'è qualcurw Che lavora per dartelo. Thorez, Cachin, Duclos pronunciano i loro discorsi conclusivi, e il film si chiude con una sfilata che cresce e cresce al canto dell'Internazionale. Dapprima riempie la scena un gruppo di contadini guidati da Duclos, poi gli operai, i fabbri, i minatori, gli studenti, e sarti.ne, e bambini, e sempre piu folla che avanza verso la macchina da presa: u C'est la lutté finale / groupons-nous et demain / l'lnternationale - sera le genre humain ». Il film non manca né di verve né di entusiasmo. La sincerità dei suoi realizzatori è fuor di dubbio, e ci si lascia trascinare con loro da questa fiumana di speranza che avanza verso un domani migliore. La rea)i7.zazione è ottima, tale da costituire un modelJo di un genere difficile, che ha i suoi corrispondenti solo nel cinema russo del muto. Qui però si concatenano cd intrecciano le esperienze piu cliverse, e il tutto viene utilizzato e dom.inato con una grande misura. Vi si sente la lezione del montaggio russo, e delle esperienze di Ruttmann, la lezione del teatro proletario ( coi cori parlati e gli skctches), quella delle precedenti esperienze di Renoir ( Le crime) e quella della nascente arte fotografica di Cartier-Bresson. Ma lo amalgama è efficace e sotto il segno di una spontaneità sbrigativa non per questo meno solida. Gli si potranno rimproverare troppe « Internazionali » e forse qualche dialogo di troppo, ma non è questo il punto che ci preme di discutere. Un film di propaganda politica va giudicato prima di tutto sul terreno politico, sono le sue parole d'ordine a dover essere anche discusse. Su questo terreno non si può non rilevare uno schematismo fin troppo semplicistico: tutto il male sta nelle « duecento famiglie » e nei loro rappresentanti politici, identificati nell'estrema destra. Dunque, non di analisi si tratta ma di un'operazione ideologica del tipo piu sommario. Lo stesso è valido anche per i pochi riferimenti di politica estera: la inquadratura dell'etiopico massacrato e i pochi cenni al fascismo internazionale sono anch'essi improntati ad un antifascismo piu che generico. E' evidente che le preoccupazioni del partito erano immediate ( le elezioni) e che gli slogan dovessero essere chiari e serrati. Cosi l'identificazione duecento-famiglie = fascismo è parsa pit1 immediata che non quella 200 famiglie = governo allora in carica; il capitalismo è ridotto ad una serie di passaggi che non spiegano molto, e dall'altra parte l'alternativa è sempre quella della difesa nei confronti delle duecento famiglie, e non dello Stato capitalista, del sistema. I riferimenti al socialismo sono rarissimi e del tutto assenti quelli alla Russia Sovietica, certamente per non spaventare troppo gli elettori raccoglibili tra le « classi medie » e per le dif- -41

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