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Premessa (n. 1 di Mercurio - 1 settembre 1944)


Usciamo come da una vita subacquea. Un silenzio ottuso e minaccioso s'era fatto attorno a noi, le voci non giungevano più al nostro orecchio, né gli inviti e i richiami. Mondi nuovi nascevano, si schiudevano, vivevano, e noi, attraverso il silenzio e il buio fondo, appena ne sospettavamo l'esistenza. E non vogliamo alludere soltanto a quest'ultimo anno in cui ognuno di noi ha sopravvissuto solo in virtù della sua carica vitale, ma a un periodo più lungo e remoto nel quale ogni energia intellettuale ha dovuto operare in zona d'aria condizionata, a prezzo di rientramenti, deviazioni, mutilazioni. Del resto sono cose queste che tutti conoscono e di cui qui è superfluo fare l'analisi.
Né tocca a noi fare la storia della cultura e dell'arte italiana, cioè la storia d'Italia, nell'ultimo ventennio. Spetterà ai posteri che ne avranno più di noi il diritto, e la forza. Faranno com'è naturale le loro giustizie e, se occorrerà, le loro vendette. Essi avranno il vantaggio di una nativa immunità da una sorta di peccato originale; e godranno di quello stato di grazia ch'è la pace del cuore nella visione di un orizzonte sereno. Privilegio, oggi, a noi vietato.
Tuttavia a costoro — il che vuoi dire anche a quella parte di noi che si protende al futuro — noi, figlioli della notte come personaggi miltonìani, possiamo recare un documento di giudizio, una testimonianza di questo tempo: possiamo cioè dimostrare loro che la notte ha pure il suo firmamento stellato. Liberati dall'ipocondrìa e dal torpore, i valori autentici dello spirito italiano vivono ancora oggi: sono luci sicure che, in funzione solitària o raggruppati in costellazioni, non hanno cessato di servire il cielo, e forse anche la terra.
Faticosamente hanno sopravvissuto e però possono giovare ancora all'orientamento dei viandanti dispersi o scoraggiati. In questi valori dello spirito abbiamo creduto, come in una superiore verità, anche nei tempi in cui, sotto i segni della sofferenza e della umiliazione, era difficile riconoscere il vero volto dell'Italia.
Ma ci sembra venuto, adesso, il momento di ritrovarsi, unirsi, riaffacciarsi insieme a un balcone sul mondo, sorretti da quella solidarietà di patimento che è ancora stimolo di conoscenza, d'esperienza, di sopravvivenza. Si tratta insomma di ricollegarsi al cerchio universale; poiché c'è un onore dello spirito a cui non si può venir meno senza tradire le stesse ragioni dell'esistere. Questo, ci sembra, dovrebbe essere il compito di ogni nuova manifestazione dell'intelligenza e della cultura italiana. E perciò anche della nostra rivista.
Oggi gran parte dell'Italia è libera. Altra, ancora calpestata e sanguinante apre, però, già le nari al fiato inebriante della libertà. Possiamo parlare, e credere che, oltre le montagne e gli oceani, qualcuno intenda e risponda. L'ossessivo monologo sta per diventare colloquio, infine.
E noi sappiamo bene che una voce dell'Italia esiste — di un'Italia ancora tutta piagata, dolorante, minacciata — una voce che è nuova per i nostri amici, per i nostri nemici, e, forse, per noi stessi. L'Italia non ha più pane o carbone o armi. Ha questa voce.
In questa voce quelli che hanno lottato, che sono stati imprigionati o sono morti nelle trincee, per le macchie, o nelle stragi, hanno creduto. E noi crediamo. Come abbiamo sempre creduto in un indistruttibile amore che ha nome Italia.
Ascoltarla, questa voce — forse proprio perché ancora in certi momenti tanto dolorosa e incerta — riuscirà ai vicini e ai lontani, ai contemporanei e ai posteri, cosa forse non priva di ammonimento e d'istruzione.


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